Naufragi


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‘Nella luce sei ombra e io sono luce, sono la luce della tua ombra’ (photo by Mona Khun)

Disegno della tua voce nella riva del sogno,
scogliere di cuscini con quest’odore di costa vicina,
quando gli animali buttati nella cala, le creature di sentina
odorano l’erba e per i ponti si arrampica un tremito di pelle e di furioso godimento.

Allora mi capita di non conoscerti, aprire l’occhio di questa lampada
a cui sfuggi coprendoti il viso con i capelli,
ti guardo e non so più
se ancora una volta affiori dalla notte
con il disegno esatto di quest’altra notte della tua pelle,
con il ventre che palpita la sua respirazione soave,
abbandonata appena nella nostra tiepida spiaggia
da un leggero colpo di risacca.

Ti riconosco, salgo per il profumo dei tuoi capelli
fino a questa voce che nuovamente mi sollecita, contempliamo
nello stesso tempo la doppia isola sulla quale siamo
naufragi e paesaggio, piede e arena,
anche tu mi sollevi dal nulla
con il tuo sguardo errabondo sul mio petto e sul mio sesso,
la carezza che inventa nella mia cintura il suo galoppo di puledri.

Nella luce sei ombra e io sono luce, sono la luce della tua ombra
e tu gettata nelle alghe fingi l’ombra del mio corpo,
quando la sua angusta fronte ferisce le pietre e proietta
come un fragore di voragine all’altro lato, un territorio
che inutilmente investe e brama.

Ombra della mia luce, come raggiungerti,
come inguainare questo balenio nella tua notte!
Allora c’è un istante segreto
in cui gli occhi cercano negli occhi un volo di gabbiani,
qualcosa che sia orbita e richiamo,
una consacrazione e un labirinto di pipistrelli,
ciò che sorgeva nell’oscurità come un gemere a tentoni,
una pelle che si raffreddava e scendeva, un ritmo rotto,
si muta in convivenza, parola d’ordine, strappo
del vento che si infrange contro la vela bianca,
il grido della vedetta ci esalta,
corriamo insieme fino a che la cresta
dell’onda zenitale ci travolge
in una interminabile cerimonia di spume,
e ricominciano i naufragi, il lento nuoto verso le spiagge,
il sogno bocconi fra meduse morte e i cristalli di sale dove arde il mondo.

 

― Julio Cortázar

Il limite


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Aaron Allen Westerberg

Il limite, si teme per cui si fugge. Superato infine, senza l’orizzonte, non si vive male, era solo un’illusione. Come qualcosa da raggiungere, che per una vita ho chiamato amore. Ora, senza parola, sono sola la mia presenza. Muta e pura.

 

Saranno baci


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Saranno baci.
Sembrano altre cose.
Sembrano vaghi pomeriggi, erranti
nel tempo senza meta, e ci aspettano.

Sul bordo delle labbra, della vita, nomi,
parole tremanti, dei sì, cercano il loro essere,
e non lo trovano;
fanno ritorno ai silenzi, sconfitte.

Più che parlare, avrebbero voluto parlarti,
e non ci sei. Questo tutto che nulla è,
e che vive di tenera, distratta primavera,
sta aspettando di compiersi, al tuo arrivo.

E tutto è labbra, le mie o le tue, oggi divise.
Lo chiamiamo foglie, pomeriggio d’aprile,
brezza, carta, parole. Ma se appari, tutti corrono,
lunghe frenesie impazienti d’attendere, a riunirsi.

E la nube, la luce e le parole,
questa gran solitudine di bocche sole
con le anime sole, saranno baci, incontrati nei baci,
dati da quelle labbra tutte ardenti che si chiamano
assenza, quando termina.

Pedro Salinas – versi da Ragioni d’Amore

 

La paura del desiderio


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Summer whit Monica di Ingmar Bergman 

Alla donna è sempre stata negata la felicità come condizione esistenziale se non dipendente dall’uomo che ne controlli il desiderio.  L’uomo teme l’istinto di vita animale della donna, da cui è attratto e per cui perde il controllo di sé stesso, da qui la colpa e condanna della donna.

Nell’arte ci sono tantissime rappresentazioni sull’argomento e ultimamente mi hanno colpito due opere in particolare, un film e un dipinto.

Il film è ‘Monica e il desiderio’ di Igmar Bergman del 1953.

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La storia si svolge in tre tempi: ribellione, fuga e condanna. Il film alla sua uscita nelle sale destò scalpore per il personaggio femminile e la bellezza selvaggia e ribelle dell’attrice.

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Harriett Andersson in Sommaren med Monica  (Un’estate con Monica)

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Avevo già visto in passato i film di Bergman, ma non avevo fatto caso a come rappresentava la donna ricorrentemente: debole e votata all’ infelicità, come tante altre figure simili, tanto per citare le più famose, come Madame Bovary e Anna Karenina. Alla fine del film c’è un primo piano della protagonista, che volge lo sguardo verso lo spettatore prima di abbandonarsi alla corruzione, che è considerata ‘ l’inquadratura  più triste del cinema ‘ (J.L. Godard).

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Il dipinto invece è ‘ The Unequal Marriage ‘ di Vasili Pukirev del 1862.

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La scena sembra rappresentare un matrimonio dove c’è una notevole differenza di età fra gli sposi, lui vecchio e lei una ragazza, che lascerebbe intendere una motivazione di interessi fra le famiglie. Invece la storia è ben diversa: è un matrimonio riparatore poiché la ragazza ha ceduto al desiderio proprio con lo stesso artista, che è presente sulla destra del dipinto, di profilo con le braccia incrociate, con gli occhi fissi sull’anziano sposo.

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Il volto della ragazza è il più triste della storia della pittura, una rassegnazione infinita. Nessuna ribellione è possibile, il sogno d’amore con l’artista all’interno della società è negato e sta pagando per aver ceduto alla ‘debolezza dei sensi’.

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Certo sono esempi datati ma c’è un fondo che non conosce tempo, il mito di Eva, la perdita del Paradiso, del sogno, il dissidio tra l’uomo e la donna generato dalla paura.

Edward e Tina


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Edward Weston (Highland Park, 24 marzo 1886 – Carmel, 1º gennaio 1958) è stato un fotografo statunitense. Nel 1932 insieme ad altri fotografi, fondò il Gruppo f/64 (chiamato così perché usavano l’apertura minima di diaframma degli obiettivi per ottenere la massima profondità di campo). Questo gruppo di fotografi fondò un’estetica che si basava sulla “perfezione tecnica e stilistica”: qualunque foto non perfettamente a fuoco, o perfettamente stampata, era “impura”. Si trattava di una reazione allo stile sdolcinato che prevaleva fino agli anni Trenta dello sfocato artistico, l’effetto flou. Con lui diventa centrale il ruolo del fotografo poiché pensava che doveva già “visualizzare la foto dentro di sé prima ancora di scattarla”. le sue fotografie sono caratterizzate da naturalezza e semplicità, ma soprattutto da nitidezza e precisione. La sua era una ricerca continua di identificazione con la Natura per conoscerla fino alla più profonda essenza.

Bellissime le foto scattate alla sua assistente e amante Tina Modotti (1896 Udine – Città del Messico 1942), grande fotografa anche lei. Ebbero una storia particolare. Grazie al marito, il pittore Roubaix de l’Abrie Richey, soprannominato “Robo”, conobbe Edward. Robo, quando scoprì la storia fra i due, andò via in Messico. Tina lo raggiunse a Città del Messico ma troppo tardi, in quanto era morto da due giorni a causa del vaiolo. Tina ritornò poi in Messico l’anno dopo, nel 1923, con Edward, dove rimasero per sei anni.

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