Un libro senza parole


Se ti baciassi adesso, come stanotte, in sogno. L’ illusione del tempo, l’eterno presente che ci dona lo stesso inganno. Smetteremmo di amare se potessimo non ricordare. Vorrei essere una foglia trascinata dal fiume. Una mela che cade dal ramo. La neve che si scioglie per assetare la terra. Un’onda allungata sulla riva. Un gabbiano che annuncia tempesta. Un libro senza parole.

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POESIE SCELTE di Rafał Wojaczek “il poeta maledetto”


Avatar di giorgio linguaglossaL'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

Rafał WojaczekRafał Wojaczek,  poeta e prosatore polacco, annoverato nel gruppo dei poeti maledetti. Nacque a Mikołów il 6 dicembre 1945 e morì suicida a Wrocław l’11 maggio 1971. Debuttò nel 1969 con la raccolta Sezon (La stagione), accolta con lusinghieri giudizi dalla critica. Nel 1970 uscì la sua seconda raccolta Inna bajka (Una diversa favola). Postume uscirono Którego nie było (Colui che non c’era, 1972) e Nie skończona krucjata (La crociata non finita, 1972).

   Scriveva solo quando non era in stato di ubriachezza. Si chiudeva in casa per due settimane e senza interruzione scriveva, correggeva, limava. Poi subentrava un intervallo di due-tre settimane, durante il quale si ubriacava da non reggersi in piedi, faceva scenate, provocava scandali. Più volte tentò di togliersi la vita. I medici gli diagnosticarono la schizofrenia. Questa diagnosi pesò su tutta la sua vita. Egli stesso chiese di trascorrere una settimana in una clinica psichiatrica…

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La conclusione


E’ la foto di un’alba o di un tramonto?
Questa che vedete è la foto del mio profilo Fb poiché rappresenta la mia disposizione d’animo da un paio d’anni.
Si arriva ad un certo punto della vita che coincide nella somma delle tue esperienze con quella della tua età e allora si cambia, si ha un evento.
E’ l’inizio della fine o di un principio? Io mi sono sempre immaginata la mia vita come una serie di somme di cerchi (il primo è solo un piccolo punto alla nascita) che si addizionano e si includono uno dopo l’altro; ma un cerchio non può racchiudere l’ultimo, e tutti i suoi precedenti, se prima non sia concluso il suo tragitto.

Io ho appena concluso un cerchio, l’ultimo che racchiude tutto quel che ho vissuto in questi ultimi sei anni di vita, sei anni densi di amore e dolore, ho provato tutte le emozioni più forti e le esperienze più importanti nella vita di un essere umano: l’esperienza della morte e della perdita, quella di amare incondizionatamente, quella del dolore causata da una malattia che sono riuscita a vincere. E ora si apre un altro cerchio.
L’inizio e la fine coincidono, l’alba e il tramonto sono il circolo perfetto: nell’istante in cui il sole non c’è, è il tempo sospeso tra due mondi, il giorno e la notte.
E’ il momento in cui ci troviamo quando qualcosa è finito nella nostra vita, sentiamo un vuoto. Ma è solo un vuoto su cui inizia il nuovo ciclo, un nuovo cerchio della vita.
Un nuovo giro di giostra.

Mia giovinezza


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Mia giovinezza

Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo
all’essere. Sei tu, Ma un’altra sei:
senza fronda né fior, senza il lucente
riso che avevi al tempo che non torna,
senza quel canto: Un’altra sei, più bella.

Ami, e non pensi esser amata: ad ogni
fiore che sboccia o frutto che rosseggia
o pargolo che nasce, al Dio dei campi
e delle stirpi rendi grazie in cuore.

Anno per anno, entro di te, mutasti
volto e sostanza. Ogni dolor più salda
ti rese: ad ogni traccia del passaggio
dei giorni, una tua linfa occulta e verde
opponesti a riparo. Or guardi al Lume
che non inganna: nel suo specchio miri
la durabile vita. E sei rimasta
come un’età che non ha nome:
umana tra le umane miserie, e pur vivente
di Dio soltanto e solo in Lui felice.

O giovinezza senza tempo, o sempre
rinnovata speranza, io ti commetto
a color che verranno: – infin che in terra
torni a fiorir la primavera, e in cielo
nascan le stelle quand’è spento il sole.

Ada Negri

La foto che ho pubblicato è della fotografa Annie Leibovitz, famosa per aver ritratto tutti i personaggi più importanti del Novecento. Quella che vedete ritratta è Vivienne Westwood con il marito Andreas Kronthaler. Lei è una famosissima stilista che negli anni ’70 a Londra creò lo stile punk, non come moda, era il suo modo di essere. Nel 1962 sposa Derek Westwood da cui prende il nome. Nel 1971 inizia una relazione con Malcom McLaren, manager dei Sex Pistols, band punk rock, e apre il suo primo negozio. Nel 1988, insegnante alla Scuola d’Arte di Vienna, incontra Andreas, un suo studente: lei 47 anni e lui 22.

Da allora vivono e lavorano insieme, nel 1992 si sposano. Venticinque anni di differenza, ma Vivienne non ha età, ha superato il tempo, e Andreas continua a darle amore come un dono, capace di cogliere la straordinaria bellezza di una donna che ha sempre vissuto il corpo come scandalo e provocazione.
Io la ammiro, deve avere una forza straordinaria perché ha avuto il coraggio di vivere un amore con un uomo molto più giovane di lei senza la paura del tempo. Io al suo posto mi sentirei straziare se il mio uomo mi guardasse e vedesse non me ma una vecchia. Io ho paura del tempo che passa, della perdita della giovinezza.
Eppure so che giovinezza e bellezza non sempre sono un’unica cosa. Forse ho paura di chi mi guarderà e non vedrà quanto sarò ancora bella.

  

 

Sul tavolo


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Ci terrei a precisare che ho comprato
questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori viola scuro non menzionati
da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato
che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito
– hai sempre sostenuto –
che non ti ho mai detto che mi piaceva).
Be’, mi piaceva, sai. Mi piaceva.
Mi piaceva un sacco, che ci fossi tu dentro
oppure no.

Come è potuto uscirsene così in silenzio
dalla nostra vita?
Detesto (proprio detesto) l’idea di qualche
altro sedere
che faccia svolazzare a sinistra e a destra
quelle pesanti corolle.
Detesto ancor più immaginarmelo sgretolarsi
in una discarica
o fatto a brandelli – un pezzo qui che pulisce
un’astina dell’olio
un pezzo là intorno a una crepa in un tubo
di piombo.

È passato tanto tempo ormai, amore mio,
tanto tempo,
ma stanotte proprio come la nostra prima
notte sono qua,
la testa leggera tra le mani e il bicchiere
pieno,
che fisso i grossi petali sonnolenti fino
a quando si mettono in moto,
amandoli ma con il desiderio di sollevarli,
di schiuderli,
persino di farli a pezzi, se questo è quanto
ci vuole per arrivare
alla tua bellissima pelle, desiderosa,
calda, candida come la luna.

Andrew Motion

Eppur questo non basta


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Nostalgia, insoddisfazione, senso di inconcludenza, d’incompiuto. Sentimenti e stati d’animo che si presentano quando qualcosa finisce: è finita una stagione, un libro che ci piaceva tantissimo, la nostra canzone preferita. Siamo portati a ripetere, a tornare indietro, ancora una volta e poi andremo avanti finalmente. Tutto continua ma in realtà tutto si ripete, con nuove forme. Esiste davvero un cambiamento? Voluto da noi e non frutto del caso e dell’evolversi ciclico della vita, dove tutto si ripete. Mi ricorda la canzone di Fabrizio De Andrè, Canzone Dell’amore Perduto :

Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole 
“Non ci lasceremo mai, mai e poi mai”, 

vorrei dirti ora le stesse cose 
ma come fan presto, amore, ad appassire le rose 
così per noi 

l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, 
non resta che qualche svogliata carezza 
e un po’ di tenerezza. 

E quando ti troverai in mano 
quei fiori appassiti al sole 
di un aprile ormai lontano, 
li rimpiangerai 

ma sarà la prima che incontri per strada 
che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, 
per un amore nuovo.

Oppure la splendida canzone di Battiato, La Stagione dell’Amore :

La stagione dell’amore viene e va
I desideri non invecchiano quasi mai con l’età
Se penso a come ho speso male il mio tempo
Che non tornerà, non ritornerà più
La stagione dell’amore viene e va
All’improvviso senza accorgerti, la vivrai, ti sorprenderà
Ne abbiamo avute di occasioni
Perdendole, non rimpiangerle, non rimpiangerle mai
Ancora un’altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore
Nuove possibilità per conoscersi
E gli orizzonti perduti non ritornano mai
La stagione dell’amore tornerà
Con le paure e le scommesse
Questa volta quanto durerà
Se penso a come ho speso male il mio tempo
Che non tornerà, non ritornerà più
Ecco, Battiato chiarisce bene il mio disorientamento: tutto cambia per ripetersi ancora;
è il tempo in cui viviamo le nostre esperienze che incessantemente cambia, da giovani ci sembra di avere un tempo indeterminato davanti, con l’età più matura siamo coscienti di quanto sia tutto breve e quindi scegliamo, dobbiamo scegliere: vivere intensamente ogni attimo, non spendere male il proprio tempo che non ritornerà più, non ci sarà più quella persona, quella casa, quella giornata vissuta insieme.
Ci sarà qualcun altro, forse … Dovrebbe consolarmi questo pensiero, e invece non basta.

E’ fuggita l’estate,
più nulla rimane.
Si sta bene al sole.
Eppur questo non basta.

Quel che poteva essere
una foglia dalle cinque punte
mi si è posata sulla mano.
Eppur questo non basta.

Ne’ il bene ne’ il male
sono passati invano,
tutto era chiaro e luminoso.
Eppur questo non basta.

La vita mi prendeva,
sotto l’ala mi proteggeva,
mi salvava, ero davvero fortunato.
Eppur questo non basta.

Non sono bruciate le foglie,
non si sono spezzati i rami…
Il giorno è terso come cristallo.
Eppur questo non basta.

Verde dì-sperato


Harald Slott-Møller (1864–1937) Primavera 1901
Se il vento spalancasse  la finestra
l’ultimo calice di cristallo andrebbe in pezzi
preziosa reliquia del mio passato
appena consumato
un’ultima volta a cena
un’ultima volta in mano
strappato via il lenzuolo
brividi improvvisi sulla schiena
soltanto un sussulto, paura, freddo
nell’ansia del sonno interrotto
a chiedersi all’improvviso dove siamo.

Se ancora in vita si potesse
cancellare il tempo
il cambiamento
fermare la mano sul tavolo
le dita in gioco sul calice
mentre con te distrattamente parlo
nella luce della sera
prima di dirsi ciao, a domani
è stato bello rivederti
si, certo, ci rivedremo.

 

Scusa questo mio domandare


 

scusa

                       Scusa questo mio domandare – da Canto di ferro

Amore mio,

è difficile da questo fondo, da questo finale,
dire come mi manchi, come immenso tu sei nel mancare,
adesso che mi sono persa fra masse dure, fra cinghie di buio pesto,
senza divinità, senza la tua mano che tutto sorregge.
Tu mi credi più forte, mi pensi in oro e argento, ma guarda l’orma che lascio,
come di cagna, di passero stanco, di bruco, di mosca.
Non vedi come mi spengo se non mi ami? Mi secco come una pianta.
Amami ancora un poco, con cura, con tempo, con attesa.
Amami come amano i forti spiriti,
senza pretesa, con fuoco generoso, con festa, senza ragionamento.
E scusa questo mio domandare ciò che si deve dare,
questo avere bisogno,scusalo.
Non è degno del patto che lega la rondine al suo volo,
la rosa al suo profumo, il vino al suo colore, il tuo cuore al mio cuore.

Mariangela Gualtieri

Non ti ho dimenticato


Non ti ho dimenticato,

La quiete della notte
Ora sono così, dormo protetta da una placida notte, non mi turba inverno e non ci sarà più estate. Non ho dovuto viaggiare o cercare molto, sono sempre stata qui, solo che le mie radici sono diventate tanto profonde quanto alta è la mia cima. Tutto passa su di me ma io sento solo il Tempo. (Daniela)

e vedi,
non ti sto cercando,
perché so che non ti troverei,
e mal sopporto di girarmi, 
per andare via,
e mal sopporto la lontananza delle stelle,
rimanere ad osservare per ore,
e poi,
raccogliere soltanto una scia.
Non ti ho dimenticato,
e vedi,
non ti sto cercando,
perché so che non ti troverei,
sai nasconderti bene,
come i gatti che osservano non osservati,
e non sai mai se salteranno da terra,
per una nuova altezza,
o per mostrare,
indifferenti,
tutta la loro bellezza.
E allora vorrei di nuovo incontrarti,
e chiedo al ‘caso’ di cercarti per me,
come la prima volta è stato,
quando il tempo si distrae, può succedere di tutto,
perfino ritrovare un ricordo,
o una lontananza,
che l’unità di misura è il desiderio
e non la distanza.
Cosa vuoi sapere di più,
d’un qualcosa che non è neppure un saluto.
Cosa vuoi sapere di più,
d’una parola sacrificata,
di questo tacere.. muto.

Andrea Zorretta
da “Non ho ancora ucciso nessuno”Miraggi Edizioni

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio


Daryl Zang
Artista, Daryl Zang

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio:
chiarità assoluta, trasparenza rotonda.
Limpidezza il cui grembo, come il fondo del fiume,
con il tempo si afferma, con il sangue si affonda.

Che lucenti e durevoli materie ti hanno fatto,
oh cuore pieno d’alba, mia pelle mattutina?
Io non voglio altro giorno che non sia dal tuo seno.
Il tuo sangue è il domani che giammai si conclude.

Solo il tuo corpo è luce, sole: il resto è tramonto.
Io non vedo le cose che al lume del tuo volto.
Altra luce è lo spettro, niente più, del tuo passo.
Il tuo sguardo insondabile mai si volge a ponente.

Chiarità senz’alcun declino. Somma essenza
del lampo che non cede né abbandona la cima.
Gioventù. Limpidezza. Chiarità. Trasparenza
che fa vicini gli astri di fuoco più lontani.

Chiaro il tuo corpo bruno di fiamma fecondante.
Erba nera l’origine, erba nera le tempie.
Un sorso nero gli occhi e lo sguardo distante.
Giorno blu. Notte chiara. Ombra chiara che vieni.

Io non voglio altra luce che l’ombra tua dorata
dove spuntano anelli di un’erba che dà ombra.
Nel mio sangue, con fede dal tuo corpo incendiato,
per tutto il tempo è notte: per tutto il tempo è giorno.

Miguel Hernández
© Rivista Poesia (N. 286, ottobre 2013)