La donna giusta : Judit


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Guarda pure la sua foto, guardala bene. Questa l’ho comprata all’epoca in cui facevo la serva in casa loro e lui viveva con la prima moglie.
Non ho mai voluto che si sentisse a suo agio quando veniva nel mio letto. Era proprio questo il problema … In qualche modo, non volevo che stesse bene insieme a me. Eppure, lui, poverino, aveva fatto davvero di tutto per me, ne aveva fatti di sacrifici ! Aveva rotto con la sua famiglia, con il suo ambiente, e rinunciato alle sue abitudini. Aveva deciso di fuggire da tutto per rifugiarsi da me. Forse è proprio per questo che non sono mai riuscita a riconciliarmi con lui. Era solo uno che un bel giorno decide di emigrare in un posto affascinante e una volta là si sposa con un’indigena e quando è insieme a lei, pensa ad altro. Alla sua casa, alla sua patria lontana? Forse. Questo mi dava sui nervi. Ecco perché non volevo che si sentisse davvero contento quando era insieme a me, a tavola o a letto.
Quando andai a letto con mio marito per la prima volta, il suo odore mi prese alla gola, era un profumo maschile sofisticato, che conoscevo fin dai tempi in cui gli stiravo le mutande e gli mettevo in ordine l’armadio della biancheria… E mi sentivo così felice che per l’emozione del ricordo mi venne la nausea. L’altra, la prima moglie, se n’era andata perché nemmeno lei sopportava quell’odore? Non lo so. Io so soltanto che la prima notte che passai con mio marito mi pareva quasi di non essere a letto con un uomo, ma con un odore, estraneo e artificiale. Ma poi ci feci l’abitudine. Ci si abitua a tutto nella vita.
Avevo un conto corrente in una banca dove versavo il mio guadagno personale e un giorno mio marito trovò per caso tra la posta l’estratto conto. Non mi disse niente, ma si vedeva che ci era rimasto male. Pensava che una che ormai faceva parte della famiglia non avrebbe dovuto guadagnarci su. Lo capisci tu, questo? Io ancora oggi non ci arrivo. Mio marito sapeva sorridere in un modo meraviglioso. Certe volte, dall’invidia, mi veniva quasi voglia di avvelenarlo per come sapeva sorridere. Sorrideva pure quando lo ingannavo. Qualche volta l’ho messo pure alla prova. L’ho ingannato a letto, e sono rimasta ad osservarlo. Poteva essere pericoloso e mi sentivo eccitata all’idea di quel rischio. Lui di sicuro se ne accorgeva, e invece di tirare fuori un coltello per infilzarmi mi sorrideva. Tutta la storia è stata inutile perché in cuor mio ho sempre odiato mio marito. Ma l’ho anche adorato, come una pazza.
L’ho capito nel momento in cui me lo sono visto venire incontro, là sul ponte, dopo l’assedio. Mi guardava e sorrideva, ma non credere che il suo fosse un sorriso sarcastico oppure presuntuoso. Aveva anche lui passato un bel po di tempo nei rifugi sotterranei. Era pallido, ma per il resto era tale e quale a come era sempre stato. L’impressione era data dal forte contrasto tra lui e l’ambiente circostante, come se un prezioso oggetto da museo all’improvviso fosse stato collocato in una squallida stanza di una casa proletaria. Bé, mio marito non era un’opera d’arte come la statua di Mosè. Eppure, nel suo genere, era davvero una specie di oggetto pregiato finito chissà come in mezzo alla strada … E sorrideva.
Ci dicemmo addio in silenzio. Lui proseguì lungo la riva del Danubio, io mi avvicinai all’imboccatura del ponte. Mi voltai di nuovo a guardarlo mentre si allontanava a passo lento ma sicuro, come chi sa benissimo dove sta andando, e cioè verso il nulla. E quando lo sai che quella è l’ultima volta che vedi qualcuno, ti sembra quasi di impazzire. Quell’uomo mi aveva sconvolta. Di colpo sentii di non avere più nessuna meta e che non gli portavo più nessun rancore. Ed ebbi un colpo al cuore perché, anche se io quell’uomo non l’ho mai amato, era come se avessi perduto qualcosa di prezioso.

 

La donna giusta : Peter


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Hai conosciuto la mia prima moglie?
La prima era una creatura magnifica. Intelligente, onesta, bella, colta. Qual’era il problema allora? Perché non sono riuscito a vivere con lei? Che cosa mancava? Lei era perfetta, non posso dire di non averla amata. Qual’era allora il problema con quella donna? Ero io. E’ stata la superbia, la paura e la vanità. Le persone non osano accettare il dono dell’amore, ci vuole un gran coraggio a lasciarsi amare incondizionatamente. Un coraggio che è quasi eroismo. La maggior parte delle persone non sa amare né lasciarsi amare, perché è vigliacca o superba, perché teme il fallimento. Si vergogna a concedersi a un’altra persona, e ancor più ad aprirsi davanti a lei, poiché teme di svelare il proprio segreto … Il triste segreto di ogni essere umano: un gran bisogno di tenerezza, senza la quale non si può resistere. Ho fallito proprio in questo. Non avevo il coraggio di vivere con la donna che mi amava; non ero capace di accettare il suo affetto, mi vergognavo, e la disprezzavo perché pensavo che che cercava di estorcermi il dono dell’amore. Non sapevo che non c’è niente di cui vergognarsi nella vita, solo della propria viltà: è per viltà che non si è capaci di dare o non si ha il coraggio di accettare i propri sentimenti.
Quella donna è ancora viva. E vive sola. Non ci frequentiamo, perché è ancora innamorata di me. Lei mi ama ancora, non amerà mai nessun altro. Non porta rancore, perché tra persone che si sono davvero amate non può esserci astio.
Una volta mi sono imbattuto in una donna, era un’amica di mia moglie, mi raccontò che Marika le aveva parlato di me, avevano parlato di tutto, che mi amava moltissimo, che si era sentita morire quando ci eravamo separati, ma poi si era calmata perché aveva capito che io non ero l’uomo giusto, o per meglio dire, che neanche io ero l’uomo giusto, anzi, per essere ancora più precisi, che in generale l’uomo giusto non esiste.
Con il passare del tempo mi sono reso conto che Marika aveva mentito. Non è vero che non esiste la persona giusta. Per lei io ero stato l’unico. Io non ho avuto nessuno, nessuno di così importante, né la seconda, né nessun’altra. Ma di tutto questo non ero ancora consapevole. E’ incredibile quanto tempo ci voglia per impararlo.
So di aver ucciso una parte di lei – una parte l’ho uccisa io, una parte la vita, una il caso, e una anche la morte del bambino. E’ così che ci uccide la vita.

Chi era la seconda? … Lei non era una borghese, era una proletaria, una plebea. La seconda era una serva. Lavorava in casa nostra come domestica. Che cosa è successo? Niente, cose di questo genere, come la passione, gli eventi decisivi nella vita di una persona maturano nel tempo, con estrema lentezza. Non posso nemmeno dire che sin dall’istante in cui la vidi io sia stato travolto da una passione ardente.
Sei mesi dopo la separazione da Marika, sposai Judit Aldozo. Speravo di avere una donna che dissolvesse la solitudine della mia esistenza. Ma lei era mossa da un’ambizione davvero tremenda, come un giovane soldato che vuole invadere e sottomettere il mondo intero. Non aveva paura di niente e di nessuno. Temeva soltanto una cosa: il proprio risentimento, il rancore tremendo e inestinguibile che covava in fondo all’anima e si sforzava di soffocarlo, con le azioni, le parole, i silenzi …
Io non lo capii. E già la prima sera mi accorsi di un qualcosa che notai anche in seguito. Lei voleva sempre qualcos’altro, aveva una perenne insoddisfazione. Che cosa voleva? La vendetta, tutto. Aveva a modo suo ingaggiato una specie di lotta di classe contro di me. Io incarnavo il mondo per il quale lei aveva sempre provato un desiderio smisurato, un’invidia disperata e morbosa, una lucida follia che l’aveva resa così infelice che, quando riuscì finalmente a riversare su di me tutte le sue aspirazioni, non ebbe più pace. Poi Judit si saziò di quanto il mio denaro poteva offrirle; aveva divorato tutto quel che aveva potuto, come un bambino ingordo, fino alla nausea. A quel punto subentrò la delusione e apatia, si era resa conto che nella vita nessuno riesce a tenere il passo, impunemente, con i propri sfrenati desideri.
Passò un anno prima che scoprissi che Judit mi derubava. Mi rapinava per bene, mi spogliava sistematicamente di ogni mio avere, in silenzio, con il sorriso sulle labbra, mostrandomi conti fasulli e nascondendo i soldi. Vivevamo tranquilli e beati, Judit rubava e io la tenevo d’occhio. Ebbe così inizio l’epilogo della nostra storia. Poi un giorno venni a sapere che non mi stava privando soltanto dei quattrini ma anche della stima di me stesso. Lo scoprì a letto. E fu talmente doloroso. Fu un solo sguardo, in un momento di intimità e di tenerezza. Avevo chiuso gli occhi, e poi li avevo riaperti all’improvviso. E nella penombra vidi un volto che sorrideva con un’espressione diffidente, smaliziata e sarcastica. Scoprì che Judit , a letto e fuori dal letto, non mi amava, mi serviva.
Ne ho sofferto molto. Ma non l’ho cacciata via subito.
Se ne andò evitando ogni protesta, non alzammo la voce nemmeno per un attimo. Sulla soglia si voltò e aveva lo stesso sguardo silenzioso, interrogativo e distaccato di quando l’avevo vista la prima volta nell’ingresso.

La donna giusta : Marika


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( Marika si confida con la suocera )
La prego, mi dica, il nostro è davvero un matrimonio sbagliato?
Va sempre così: uno dei due ama più dell’altro. Ma chi ama è facilitato. Io avevo portato in dote la fabbrica, lo sai. Lui mi amava. Io ero costretta a sopportare un sentimento che non ricambiavo. Questo è molto più difficile. Ho sopportato per tutta la vita, come vedi, e ora eccomi qui. La vita offre questo, chi vuole dell’altro vive in uno stato di febbrile entusiasmo. Io non ho mai provato un tale fervore. Ma a te va meglio, credimi. Quasi ti invidio.
Lei, mamma, pensa sia meglio che restiamo insieme?
E’ ovvio. Ma cosa ti salta in mente?
Non so che farmene della sua infelicità! Se non riesce a vivere felice accanto a me, che vada pure a cercare l’altra.
Chi? – Chiese mia suocera.
Quella giusta. – Dissi io in tono aspro.
Ne sai qualcosa? – si informò tranquilla senza guardarmi.
Di chi? – domandai smaniosa – Di chi dovrei sapere qualcosa?
Ma di lei – disse esitando mia suocera – L’hai detto tu poco fa … Di quella giusta.
Allora esiste? Vive da qualche parte? – gridai quasi
Chinò il capo sul lavoro – Da qualche parte vive sempre quella giusta. – Poi tacque. E su questa faccenda non le sentii più pronunciare parola.

E così io e lui abbiamo divorziato. Ho sofferto moltissimo, per un anno ho creduto che sarei morta di crepacuore. Ma una bella mattina mi sono svegliata e ho scoperto una cosa … sì, la cosa più importante, quella che bisogna capire da soli.
Ho scoperto che la persona giusta non esiste.
Un giorno mi sono svegliata, mi sono messa a sedere sul letto e ho sorriso. Non sentivo più alcun dolore. E improvvisamente ho capito che non c’è nessuna persona giusta. Esistono soltanto le persone, e in ognuna c’è un pizzico di quella giusta, ma in nessuna c’è tutto quello che ci aspettiamo e speriamo. Nessuna racchiude in sé tutto questo, e non esiste quella certa figura, l’unica, la meravigliosa, la sola che potrà darci la felicità. Esistono soltanto delle persone, e in ognuna ci sono scorie e raggi di luce.
Mio marito, pover’uomo, quando un giorno si presentò Judit Aldozo, che lui credeva fosse quella giusta, l’ha sposata sei mesi dopo.
Vuoi sapere perché mi sono messa a piangere quando l’ho visto? Se è vero che l’uomo giusto non esiste, che tutto è finito e sono completamente guarita, sarà anche vero che le illusioni svaniscono, ma io lo amo – e questa è un’altra cosa. Credo che tutto passi, tranne l’amore.

Bukowski le donne e l’amore


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Henry Charles Bukowski, noto anche con lo pseudonimo Henry Chinaski, suo alter ego letterario, è stato un poeta e scrittore statunitense di origine Russa.
Amo molto il suo modo di scrivere in maniera realistica i rapporti con le donne e il suo modo di parlare (non di “pensare”) l’amore, senza idealizzazioni; relazioni e sentimenti vissuti al di fuori di schemi e ruoli, donne amate interamente, completamente, senza aspettative o ideali di bellezza fisica, felicità, sogni da inseguire. Riporto qui le sue frasi e poesie che più sento vicine al mio modo di essere e a come ho vissuto l’Amore.

Tutto si riduce all’ultima persona a cui pensi la notte:
è lì che si trova il cuore.”

L’amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa star bene, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi?
Il fatto è che non le incontri.

Cosa rimpiange di più della vita: le donne, l’alcol o la poesia?”
“Lasciare mia moglie con questa pila di niente. Però vorrei che lei sapesse che tutte le notti dormite accanto a lei, anche le discussioni inutili, erano sempre cose splendide.
E le più difficili delle parole che ho sempre avuto paura a dire ora possono essere dette:
ti amo.

 

Non ho smesso di pensarti 

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.

A volte

A volte mi manchi così tanto
che credo di non farcela.
Poi ce la faccio,
però mi manchi lo stesso.

Io avevo ancora un po’ di cose da dirti e da darti

Io avevo ancora un po’ di cose da dirti e da darti.
Tipo che quel libro, poi, l’ho letto. Che mi è piaciuto.
Che i tuoi occhi non brillano più come prima ma mi piacciono lo stesso.
Che il gelato, come lo fa quel negozio all’angolo, non lo fa nessuno.
L’hai mai mangiato? Ci vieni con me? Altrimenti, con chi vai?
Che non sorrido poi così tanto a tutti ma con te di fronte mi risultava impossibile.
Avevo ancora tante cose da dirti e da darti, tra cui baci, carezze,
qualche abbraccio qui e lì. Qualche cucita sul cuore; forse, qualche ferita.
Avrei voluto metterti a posto i capelli, la camicia, i pensieri.
Quegli occhi che muovi troppo spesso, quelle labbra che tocchi sempre.
Avrei giocato con i tuoi nei e con la tua risata strana.
Avevo tante cose da dirti e darti, ma tu non le hai volute.
Io le tengo per me
E tu
Tu,
Non lo sai cosa ti sei perso.

Allora, tu dici che le tue ossessioni sono dure a morire?

Allora, tu dici che le tue ossessioni sono dure a morire?
È questo che sono gli uomini? Ossessioni?
Non ti viene mai voglia di dare un taglio al gioco del dolore
e della caccia e degli scacchi e delle corna?
Non riesci a formulare un giudizio di valore?
Non riesci a scegliere qualcuno?
Qualcuno accanto a cui coricarti
e guardare il soffitto e ascoltare musica,
fumare sigarette, parlare, ridere e lasciarti andare?
Non ti farebbe sentire bene il fatto di diventare qualcosa?
Cazzo. Qualcuno dovrebbe esserci.
Una persona per un’altra persona,
anche se dovessi essere tu stessa.
È su questo che sto lavorando:
me stesso per me stesso, piano piano,
e poi forse potrò aprire la porta a qualcun altro.

 

Brave e buone ragazze

ho bisogno di una donna perbene,
più che di questa macchina da scrivere,
più che della mia automobile,
più di quanto abbia bisogno di Mozart;
ho così tanto bisogno di una donna perbene
che la sento nell’aria,
la sento con la punta delle dita,
vedo marciapiedi costruiti
solo perché vi si posino i suoi piedi,
vedo cuscini per la sua testa,
sento la mia risata imminente,
la vedo che accarezza un gatto,
la vedo che dorme,
vedo le sue pantofole sul pavimento.
so che esiste
ma in quale angolo del mondo si trova
se sono le puttane che continuano a scovarmi?

Sentiremo il sapore delle isole
e del mare

so che una certa notte
in qualche camera da letto
presto
passerò
le dita
tra
capelli
soffici e puliti

canzoni che nessuna radio
trasmette

tutta la tristezza si scioglierà
in un sorriso.

Sei incancellabile tu

“Succede che una mattina ti svegli e vedi che fuori non piove più e allora ti chiedi – beh? Che è successo?
Ecco, quella mattina successe a me che da tanto tempo non amavo, ma non per chissà quale motivo, non amavo e manco io sapevo il motivo preciso, ma forse sì che lo sapevo: che senso poteva avere per me l’amare se non amare che te?
Quella mattina io avevo una gran voglia di dirti – ti amo -, almeno credo.
Quanto mi manchi amore mio. Certo, io lo sapevo già dentro di me di questa cosa che mi manchi ma l’ho capita bene solo quando fuori ha smesso di piovere e a me mi giocava il cuore.
È che prima avevo la scusa per non vedere il sole, pioveva, mica era colpa mia, ma le nuvole ora sono andate via portandosi dietro tutte le scuse. Ok, tu non ci sei, ok, ma va bene, va bene anche se va male, va bene perché io ti amo lo stesso.

C’è come un diario che ho chiuso nel petto, sento che devo tirarlo fuori e devo farlo senza schemi se non gli schemi che mi porto nel cuore.
Ah! Mannaggia mannaggia, mannaggia al cuore che non sa far calcoli ma che pure spesso sbaglia i conti.
Ma io non ero riuscito a dirti quel ti amo.
Era una primavera quando andasti via, lo ricordi? Io cercavo di farmi forza, la vita andava avanti sentivo dirmi da tutti.

Quando te ne sei andata io mi sono un po’ rimbecillito.
Mi persi, diciamoci la verità, perdendoti io mi persi. E tu? Ah! No scusa, non volevo chiederti se anche tu ci sei rimasta male, era un e tu come stai? Roba del genere insomma, un e tu cosa fai ora? Che stai facendo adesso, adesso è in questo momento, che stai facendo in questo momento? Non mi interessa cosa stai facendo nella vita, io non ci sono più nella tua vita, cosa vuoi che mi importi?
Sicuramente starai facendo tante cose belle, bellissime, ma a me importa adesso, adesso adesso mi importa, adesso in questo momento. Io adesso ti sto pensando facendomi del male. Io vorrei non pensarti ed averti invece qui, qui vicino a me.
Ma non ci sei. Non voglio pensarti ma non lasciarmi solo, non andare via anche dai miei sogni.
Tu dolce ferita mi tagli il cuore, ma io sorrido sai? Non mi fa male questo maledetto male. Sorrido perché dentro ci sei te e ti vedo, almeno posso vederti. Ti vedo pure che dai un bacio a quello lì e questo un pò a dirti il vero mi fa arrabbiare.
Ma tu non lasciarmi lo stesso, tienimi con te pure se sono arrabbiato.
Tienimi con te. Non mi fa male la ferita al cuore, no, non mi fa male, sei tu che non ci sei, non andare via oltre.
A volte mi sento tanto forte da poterti dire che non esisti senza di me.
Ma non è vero sai? È che ci provo ad andare avanti, bisogna comunque provarci o almeno provo a convincermi che bisogna provarci.
Fossi riuscito a dirti ti amo oggi me ne fregherei della pioggia che smette o che non smette, facesse cosa cavolo vuole la pioggia, fossi riuscito a dirti ti amo io ora non sarei qui a pensare a dimenticarti senza cancellarti.
Sei incancellabile tu.
Sei come quelle macchie di inchiostro sul taschino della camicia, solo che sulla camicia ci puoi mettere una giacca, un maglioncino, ma su di te cosa ci posso mettere?”

Bisogna saper andar via

Ad un certo punto bisogna saper andar via. Io sono il tipo che vuol sempre restare fino all’ultimo, fino a che la festa non è finita, finché c’è vita c’è speranza, fino a che non mi dici chiaramente che è ora di andare. Invece dovrei imparare a sparire, a un certo punto, perché tanto alle persone piace sentire la mancanza di qualcuno, più della sua presenza. Fanno così: dicono che vorrebbero qualcuno che non se ne vada mai, poi lo trovano e sai a chi pensano? A chi non c’è.

Non andartene docile in quella buona notte


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Ho scoperto questa poesia vedendo il film Interstellar. L’autore è Dylan Thomas e la scrisse in dedica al padre morente. Mi ha colpito molto l’atteggiamento del poeta nei confronti della morte e il suo invito a non accettare in maniera docile la fine della vita.
Personalmente ho letto il monito del poeta “infuria, infuria, contro il morire della luce” come rivolto più in generale a chi si arrende e si lascia andare senza lottare.
I saggi, gli onesti, gli impulsivi e gli austeri sono citati come esempio di chi credendo combatte, sapendo che dalle loro azioni avranno l’unico modo per non abbandonare la luce, la vita, attraverso la consapevolezza soprattutto dei loro errori, dei loro limiti, che possono superare infuriandosi, compiendo una scelta, prendendo una decisione.

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare quando cade il giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi sappiano che la tenebra è inevitabile,
visto che dalle loro azioni non scaturì alcun fulmine,
Non se ne vanno docili in quella buona notte,

Gli onesti, con l’ultima onda, gridando quanto fulgide
le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
imparando troppo tardi d’averne afflitto il percorso,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, in punto di morte, accorgendosi con vista cieca
che gli occhi spenti potevano gioire e brillare come meteore,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura, ti prego,
Condannami o benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

Questi errori ci hanno inevitabilmente spinto sulla traiettoria del fallimento. Ma abbiamo ancora una scelta a nostra disposizione. Possiamo infatti decidere di arrenderci, di lasciarci trasportare dall’entropia verso l’inevitabile sconfitta, oppure…

…oppure possiamo decidere

 

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio


Daryl Zang
Artista, Daryl Zang

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio:
chiarità assoluta, trasparenza rotonda.
Limpidezza il cui grembo, come il fondo del fiume,
con il tempo si afferma, con il sangue si affonda.

Che lucenti e durevoli materie ti hanno fatto,
oh cuore pieno d’alba, mia pelle mattutina?
Io non voglio altro giorno che non sia dal tuo seno.
Il tuo sangue è il domani che giammai si conclude.

Solo il tuo corpo è luce, sole: il resto è tramonto.
Io non vedo le cose che al lume del tuo volto.
Altra luce è lo spettro, niente più, del tuo passo.
Il tuo sguardo insondabile mai si volge a ponente.

Chiarità senz’alcun declino. Somma essenza
del lampo che non cede né abbandona la cima.
Gioventù. Limpidezza. Chiarità. Trasparenza
che fa vicini gli astri di fuoco più lontani.

Chiaro il tuo corpo bruno di fiamma fecondante.
Erba nera l’origine, erba nera le tempie.
Un sorso nero gli occhi e lo sguardo distante.
Giorno blu. Notte chiara. Ombra chiara che vieni.

Io non voglio altra luce che l’ombra tua dorata
dove spuntano anelli di un’erba che dà ombra.
Nel mio sangue, con fede dal tuo corpo incendiato,
per tutto il tempo è notte: per tutto il tempo è giorno.

Miguel Hernández
© Rivista Poesia (N. 286, ottobre 2013)

Mathilda e Alice


natalie portman

Mathilda è Natalie Portman nel suo primo ruolo di attrice (aveva tredici anni) nel film d’azione Léon (1994) del regista francese Luc Besson. Leon è un sicario che insegna alla piccola orfana come usare le armi, lei in cambio gli insegnerà a leggere e a prendersi cura di lui e della casa. Leon alla fine si sacrificherà per salvare la vita della bambina e Mathilda sceglierà la normalità tornando nel collegio dove era iscritta. Quando il film uscì, vennero mosse dure critiche per la cruda rappresentazione di una storia d’amore tra un uomo  e una bambina di dodici anni in un ambiente criminale e violento. A mio parere è una “favola” nel senso letterale, e violento come sono tutte le favole.
La bravura e bellezza dell’attrice verranno riconfermate in un’altro dei suoi film che preferisco, Closer del 2004 diretto da Mike Nichols, dove interpreta Alice, stripper americana in cerca di fortuna a Londra, dove incontra e si fidanzata con Dan, giornalista e scrittore.
Dan tradirà Alice con la fotografa Anna, sposata con Larry.
Larry conoscerà Alice ad una mostra fotografica della moglie; tra le foto vi è un ritratto di Alice:

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Alice è alla mostra con il fidanzato Dan: Larry la vede di fronte al suo ritratto e le chiede:
la vita
Larry spinto dalla curiosità si reca al locale dove lavora Alice. In questa scena l’attrice è mitica, una figura cult:
piccloser
mentire
«Mentire è il più grande divertimento per una ragazza senza togliersi gli abiti di dosso,
ma se lo fa spogliata è meglio»

Il film ha una trama molto particolare e piuttosto che parlarne consiglio di vederlo. Restano nell’immaginario collettivo le due figure interpretate dalla Portman, Mathilda e Alice, una bimba e poi una donna, entrambe con capelli a caschetto e occhi profondi. La prima si difendeva con le armi, la seconda mentendo.
La canzone presente sia all’inizio che alla fine del film Closer è The Blower’s Daughter di Damien Rice.

 

 

 

 

 

Baudelaire – Credere, Scrivere, Ricordare


 

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Baudelaire è una canzone dei Baustelle, estratto dal loro album Amen, pubblicato nel 2008. Non è molto amata dal pubblico per il testo un po particolare. Io l’adoro. Ecco il testo:

(La domanda è: secondo te, a cosa serve vivere?)

Satana è all’inferno per te
Ed è più moderno di te 
Avremo divani fondi come tombe 
Stando a quanto dice Baudelaire 
Cristo muore in croce per me 
Pietro brucia in croce per te 
Santa è la bellezza 
Tanta è la paura 
Fai come faceva Baudelaire 
Pasolini è morto per te 
Morto a bastonate per te 
Nello stesso istante 
In qualche altra spiaggia 
Si è fatto l’amore 
Uniti contro il mondo 
E’ necessario credere 
Bisogna scrivere 
Verso l’ignoto tendere 
Ricordati Baudelaire 
Caravaggio è morto per te 
Luigi Tenco è morto per te 
Nei fiori dei campi 
Vive Piero Ciampi 
Bisogna studiare Baudelaire 
Saffo s’è ammazzata per noi 
Socrate suicida per noi 
Vivere per sempre 
Ci vuole coraggio 
Datti al giardinaggio dei fiori del male 
E’ necessario vivere 
Bisogna scrivere 
All’infinito tendere 
Ricordati Baudelaire. Baudelaire. 

« Nel testo vengono citati quei personaggi che più hanno rappresentato la figura del personaggio autodistruttivo, che riesce però a rendersi immortale attraverso la propria arte. Baudelaire e Pasolini sono accomunati da questo, e le loro vite ci spingono alla riflessione su quale sia il senso della vita. » (Fonte Wikipedia)

È NECESSARIO CREDERE, BISOGNA SCRIVERE, VERSO L’IGNOTO TENDERE.

È NECESSARIO VIVERE, BISOGNA SCRIVERE, ALL’ INFINITO TENDERE. RICORDATI …

Bisogna fare come Baudelaire. “Avremo divani fondi come tombe” è un riferimento ad una delle poesie della raccolta I fiori del male : La morte degli amanti

Avremo letti pieni di profumi leggeri,
divani profondi come tombe,
e sulle mensole fiori strani,
dischiusi per noi sotto cieli più belli.
A gara bruciando gli estremi ardori,
saranno i nostri cuori due grandi fiaccole,
specchianti le loro doppie luci
nei nostri spiriti, specchi gemelli.
Una sera fatta di rosa e di mistico azzurro,
ci scambieremo un unico bagliore,
come un lungo singhiozzo, grave d’addii;
e un Angelo più tardi, schiudendo le porte,
lieto e fedele verrà a ravvivare
gli specchi offuscati e le fiamme morte.

Baudelaire parlava della ‘morte dell’arte’ cioè la morte intesa come sacrificio artistico, l’idea di accomunare arte e vita.

“Il messaggio non è cercare nell’arte la soluzione al male di vivere o trovare un motivo per vivere nell’arte, ma cercare di vivere la vita come se si stesse creando un’opera d’arte. Il testo di Baudelaire parla della possibilità di applicare il metodo di creazione, tipico dell’arte, alla vita; non invita tutti a fare i poeti, i pittori o i musicisti per stare meglio, ma a vivere come se si stesse creando di continuo un’opera d’arte. La canzone funziona anche in quanto elenco di personaggi che con la loro vita si sono meritati l’eternità. Il significato è proprio quello: non prenderli ad esempio per la brevità della loro vita, ma per quello che possono insegnarci” ( intervista tratta dal libro I Baustelle mistici dell’Occidente – un’assurda specie di preghiera che sembra quasi amore, di Paolo Jachia e Davide Pilla, ed. Ancora, Milano 2011)

 

Il ritorno della parola


Dopo che mi lasciasti sola su quel treno che portava a Milano, dal momento che ti alzasti e senza ne rivolgermi uno sguardo e neanche un saluto scendesti indifferente e infastidito, rimasi li incapace di qualsiasi reazione. Ero nel vuoto assoluto e piangevo in silenzio, non so per quanto tempo, poi mi accorsi guardando fuori che non sapevo dov’ero, era una periferia sconosciuta, avevo superato Milano e chissà in che posto ero finita. Scesi ad una fermata appena il treno si fermò e ne aspettai uno che mi riportasse indietro a Milano, avevo telefonato a degli amici che mi vennero a prendere.  Dopo due giorni tornai a Napoli. Da allora ero rimasta in una bolla di silenzio, cancellai tutto quello che avevo scritto sul mio blog, non pensavo nulla e non avevo nulla da dire.

La cosa strana è che, oggi posso constatare, non ho risentimento, sapevo che sarebbe andata così, te lo dissi pure quel giorno a casa tua: “questo è un addio”. È stato difficile chiudere con te, e volevo farlo da vicino non per telefono. Tutto il silenzio è in proporzione al dolore della perdita. E ora che resta solo il ricordo posso ritrovare la parola, posso scrivere. Posso dire quello che mi era negato dire e fare con te: io amavo la tua voce, la curva delle tue spalle, il sorriso sarcastico, mi piaceva dormire e svegliarmi con te. Posso ora col pensiero accarezzare il tuo viso, stringere le tue mani, darti dolcezza tenerezza affetto tutto quello che per te non era compreso nel nostro rapporto, che ti faceva sentire costretto, legato, calato in un ruolo che non volevi.

Non resta che il ricordo. Sono già fuori tempo massimo per parlare di te.