La donna giusta : Peter


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Hai conosciuto la mia prima moglie?
La prima era una creatura magnifica. Intelligente, onesta, bella, colta. Qual’era il problema allora? Perché non sono riuscito a vivere con lei? Che cosa mancava? Lei era perfetta, non posso dire di non averla amata. Qual’era allora il problema con quella donna? Ero io. E’ stata la superbia, la paura e la vanità. Le persone non osano accettare il dono dell’amore, ci vuole un gran coraggio a lasciarsi amare incondizionatamente. Un coraggio che è quasi eroismo. La maggior parte delle persone non sa amare né lasciarsi amare, perché è vigliacca o superba, perché teme il fallimento. Si vergogna a concedersi a un’altra persona, e ancor più ad aprirsi davanti a lei, poiché teme di svelare il proprio segreto … Il triste segreto di ogni essere umano: un gran bisogno di tenerezza, senza la quale non si può resistere. Ho fallito proprio in questo. Non avevo il coraggio di vivere con la donna che mi amava; non ero capace di accettare il suo affetto, mi vergognavo, e la disprezzavo perché pensavo che che cercava di estorcermi il dono dell’amore. Non sapevo che non c’è niente di cui vergognarsi nella vita, solo della propria viltà: è per viltà che non si è capaci di dare o non si ha il coraggio di accettare i propri sentimenti.
Quella donna è ancora viva. E vive sola. Non ci frequentiamo, perché è ancora innamorata di me. Lei mi ama ancora, non amerà mai nessun altro. Non porta rancore, perché tra persone che si sono davvero amate non può esserci astio.
Una volta mi sono imbattuto in una donna, era un’amica di mia moglie, mi raccontò che Marika le aveva parlato di me, avevano parlato di tutto, che mi amava moltissimo, che si era sentita morire quando ci eravamo separati, ma poi si era calmata perché aveva capito che io non ero l’uomo giusto, o per meglio dire, che neanche io ero l’uomo giusto, anzi, per essere ancora più precisi, che in generale l’uomo giusto non esiste.
Con il passare del tempo mi sono reso conto che Marika aveva mentito. Non è vero che non esiste la persona giusta. Per lei io ero stato l’unico. Io non ho avuto nessuno, nessuno di così importante, né la seconda, né nessun’altra. Ma di tutto questo non ero ancora consapevole. E’ incredibile quanto tempo ci voglia per impararlo.
So di aver ucciso una parte di lei – una parte l’ho uccisa io, una parte la vita, una il caso, e una anche la morte del bambino. E’ così che ci uccide la vita.

Chi era la seconda? … Lei non era una borghese, era una proletaria, una plebea. La seconda era una serva. Lavorava in casa nostra come domestica. Che cosa è successo? Niente, cose di questo genere, come la passione, gli eventi decisivi nella vita di una persona maturano nel tempo, con estrema lentezza. Non posso nemmeno dire che sin dall’istante in cui la vidi io sia stato travolto da una passione ardente.
Sei mesi dopo la separazione da Marika, sposai Judit Aldozo. Speravo di avere una donna che dissolvesse la solitudine della mia esistenza. Ma lei era mossa da un’ambizione davvero tremenda, come un giovane soldato che vuole invadere e sottomettere il mondo intero. Non aveva paura di niente e di nessuno. Temeva soltanto una cosa: il proprio risentimento, il rancore tremendo e inestinguibile che covava in fondo all’anima e si sforzava di soffocarlo, con le azioni, le parole, i silenzi …
Io non lo capii. E già la prima sera mi accorsi di un qualcosa che notai anche in seguito. Lei voleva sempre qualcos’altro, aveva una perenne insoddisfazione. Che cosa voleva? La vendetta, tutto. Aveva a modo suo ingaggiato una specie di lotta di classe contro di me. Io incarnavo il mondo per il quale lei aveva sempre provato un desiderio smisurato, un’invidia disperata e morbosa, una lucida follia che l’aveva resa così infelice che, quando riuscì finalmente a riversare su di me tutte le sue aspirazioni, non ebbe più pace. Poi Judit si saziò di quanto il mio denaro poteva offrirle; aveva divorato tutto quel che aveva potuto, come un bambino ingordo, fino alla nausea. A quel punto subentrò la delusione e apatia, si era resa conto che nella vita nessuno riesce a tenere il passo, impunemente, con i propri sfrenati desideri.
Passò un anno prima che scoprissi che Judit mi derubava. Mi rapinava per bene, mi spogliava sistematicamente di ogni mio avere, in silenzio, con il sorriso sulle labbra, mostrandomi conti fasulli e nascondendo i soldi. Vivevamo tranquilli e beati, Judit rubava e io la tenevo d’occhio. Ebbe così inizio l’epilogo della nostra storia. Poi un giorno venni a sapere che non mi stava privando soltanto dei quattrini ma anche della stima di me stesso. Lo scoprì a letto. E fu talmente doloroso. Fu un solo sguardo, in un momento di intimità e di tenerezza. Avevo chiuso gli occhi, e poi li avevo riaperti all’improvviso. E nella penombra vidi un volto che sorrideva con un’espressione diffidente, smaliziata e sarcastica. Scoprì che Judit , a letto e fuori dal letto, non mi amava, mi serviva.
Ne ho sofferto molto. Ma non l’ho cacciata via subito.
Se ne andò evitando ogni protesta, non alzammo la voce nemmeno per un attimo. Sulla soglia si voltò e aveva lo stesso sguardo silenzioso, interrogativo e distaccato di quando l’avevo vista la prima volta nell’ingresso.

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