Lacreme napulitane, E ‘nce ne costa lacreme st’ Latina a nuje prefusseress napulitane, ecco posso almeno piangere in lingua madre. Non sto mai parlando tanto in napoletano come da quanto sto a Latina, e penso sempre inconsciamente a confronti con Napoli per qualsiasi cosa. È una malattia, lo ammetto, quello che lega i napoletani alla propria terra è qualcosa di primordiale attaccamento, una vita in simbiosi.
Oggi sono un po triste. Lontana da Napoli mi sento un’emigrante. L’emigrante è colui che lascia la sua terra. Così mi sento, senza la mia terra. Le radici sono importanti. Io le mie sono affondate nella città di Napoli, quindi in qualsiasi altro posto mi sento una pianta che sta morendo. Sono a Latina e parlo napoletano, sono a Napoli e parlo romano, sono senza un’identità.
Mi raccomando, non mi prendete sul serio, un po di autoironia fa sempre bene. Ciao raga
Vi lascio con una bellissima canzone che appartiene al mio periodo universitario: 99Posse, Curru curru guagliò
Si può vivere una vita intera come sbirri di frontiera in un paese neutrale, anni persi ad aspettare qualcosa qualcuno la sorte o perché no la morte ma la tranquillità tanta cura per trovarla sì la stabilità un onesto stare a galla è di una fragilità guagliò è di una fragilità guagliò forse un tossico che muore proprio sotto al tuo balcone forse un inaspettato aumento d’ ‘o pesone forse nu licenziamento in tronco d’ ‘o padrone forse na risata ‘nfaccia ‘e nu carabiniere non so bene non so dire dove nasca quel calore ma so che brucia, arde e freme trasforma la tua vita no tu non lo puoi spiegare una sorta di apparente illogicità ti fa vivere una vita che per altri è assurdità ma tu fai la cosa giusta te l’ha detto quel calore ti brucia in petto è odio mosso da amore da amore guagliò Curre curre guagliò
Sono tornata a Napoli, non definitivamente, per pochi giorni e poi di ritorno a Latina. Sono tornata a casa mia, nel mio spazio privato dove ritrovo me stessa, ogni cosa parla di me, ma in questo senso di appartenenza a un luogo rientra un compagno col quale condivido questo spazio da dieci anni. È un amico a cui fitto una parte del mio appartamento.
Stamattina al risveglio come sempre c’è il silenzio, nessun rumore, non so se Marco è in casa; faccio colazione in cucina e non c’è nessuno. Ho pensato: ecco, sono dieci anni che convivo con questo uomo e il nostro rapporto è perfetto, due mondi che si conoscono ma che vivono separati rispettando gli spazi reciproci. Era un pensiero positivo ma all’improvviso ha cambiato completamente senso.
Ho pensato: se la perfetta convivenza del genere umano, in proiezione di un futuro a cui tendiamo, la realizzazione di un mondo senza conflitti, dipenderà dal vivere come tante cellule separate, ognuna rispettosa dello spazio dell’altro, collegati solo virtualmente, non è un’immagine del futuro così ‘felice’, saremo infelici cioè senza emozioni. Regrediremo, le prime cellule nel brodo primordiale, ed è superfluo dire che il liquido che ci legherà sarà internet. Michel Houellebecq descrive questo futuro nel romanzo ‘La possibilità di un’isola’, il regista Yorgos Lanthimos lo fa nel film ‘The lobster’, entrambi tacciati di nichilismo, ma non è la nuova utopia verso cui la società tende?
Allora ci vuole il conflitto, l’uomo primitivo col suo branco che diventa predatore per vivere. Nel ciclo originario della natura l’uomo era preda, destinato a soccombere, la nostra riproduzione rientrava nell’equilibrio dell’ecosistema. Abbiamo alterato il nostro ecosistema creando il nostro spazio e preso il controllo della natura grazie ad un crescendo di energie a cui, nel tempo, abbiamo dato il nome di emozioni.
Ora abbiamo il controllo delle emozioni, non servono più se vogliamo sopravvivere. Stiamo ritornando nell’Eden, per stare bene insieme evitiamo di cogliere il frutto: saremo finalmente felici.
Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo mi chiederanno la loro voce un giorno, quando te ne andrai. Ma io non avrò più voce per ridirle, allora. Perché tu eri solita camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto, gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani sulle ginocchia, mettendo in mostra provocante i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così – dicevi; ricordarmi così, coi piedi sporchi; coi capelli che mi coprono gli occhi – perché così ti vedo più profondamente. Dunque, come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso.
Ogni anno come docente seguo dei corsi di formazione. Di tanti che fino ad oggi ho seguito, uno mi ha interessato in modo particolare: L’Educazione al sentimento. Nella scuola è a volte latente altre nettamente presente un disagio nel rapporto fra docente/studente, soprattutto nei casi “difficili” che si esprimono in vari modi, dall’autoesclusione al bullismo. Si tratta di un malessere non riconducibile a disturbi di carattere psicopatologico, né soltanto a fattori sociali, culturali, economici. Sembra essere un malessere legato alla dimensione emotiva, relazionale, al calo della motivazione e di conseguenza all’apprendimento.
Educare all’alterità: il volto dell’altro come chiave di lettura delle emozioni.
Chi si trova tutti i giorni a relazionarsi con le persone, soprattutto chi lavora nel sociale molto spesso è motivato da una forte passione e da una forte voglia di dare il meglio di sé. Tutto questo per riuscire a instaurare una relazione di fiducia con l’altro, con lo scopo di promuoverne una certa autonomia, specialmente per i lavori come educatore ed insegnante. Ogni giorno questi professionisti dell’educazione si trovano in particolare a dover relazionarsi con i volti. Il volto esprime molto bene la situazione della persona che incontriamo: quello che sta vivendo, soffrendo, sperando, lottando e sognando. Oggi non abbiamo più il tempo di fermarci e guardare il volto dell’altro perché siamo sempre più di corsa. Invece, scrutare il volto dell’altro è un’educazione molto importante perché ci permette di andare oltre noi stessi per incontrare qualcosa di nuovo. Osservare il volto dell’altro educa ad assumere i caratteri distintivi del linguaggio emotivo, il quale porta alla condivisione e alla relazione con l’altro.
Conoscere sé stessi per conoscere gli altri: perché ripartire dalle emozioni
Dalla lettura del volume di Daniel Goleman, “Intelligenza emotiva”, si capisce che bisogna dare il giusto peso a ciò che la maggior parte di noi erroneamente pensa di possedere e cioè, la “conoscenza” di una componente del nostro sé essenziale: le emozioni. Ma che a che cosa corrisponde il termine intelligenza emotiva? Per intelligenza emotiva si intende la capacità di armonizzare il pensiero e i sentimenti, la parola con i vissuti emotivi, la dimensione mentale con la dimensione affettiva. In sintesi, l’intelligenza emotiva comprende le seguenti competenze e cioè la capacità di:
riconoscere, rispettare e mettere in parola il mondo soggettivo dei sentimenti e delle emozioni;
controllare gli impulsi emotivi senza reprimerli e senza entrare in conflitto frontale con essi e senza neppure, tuttavia, farsene travolgere;
sviluppare l’efficienza mentale e la comprensione della realtà e di motivarsi in modo globale (con la razionalità e con l’emotività) al raggiungimento di obiettivi e finalità;
percepire e comprendere le emozioni altrui, riuscendo ad essere sensibili ed empatici;
interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri.
La consapevolezza da parte dei soggetti in età evolutiva della propria vita emotiva favorisce la possibilità di raggiungere gli obiettivi nell’intervento didattico o socio-educativo, di elaborare i conflitti all’interno del gruppo dei pari e di sviluppare la comprensione reciproca e la solidarietà. competenze relative all’intelligenza emotiva permette all’insegnante o all’educatore, a seconda dei contesti e dei compiti da realizzare – di avvicinare al dialogo e alla riflessione alcune delle problematiche giovanili più attuali: aggressività, rivalità tra gruppi, sessualità e affettività. Il problema all’origine è che esse compaiono in maniera spontanea e talvolta in forme confuse e provocatorie fra i ragazzi. Una chiara consapevolezza delle proprie emozioni, soprattutto di quelle negative, spiacevoli e conflittuali, faciliterebbe l’elaborazione nei bambini e negli adolescenti degli impulsi che spingono alla devianza delle emozioni stesse.
I principi e le funzioni dell’intelligenza emotiva
In che cosa consistono allora i principi e le funzioni dell’intelligenza emotiva? Goleman tramite il suo volume ci aiuta a dare una risposta al quesito individuando cinque funzioni che compongono l’intelligenza emotiva:
Conoscenza delle proprie emozioni: ovvero l’autoconsapevolezza – la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui esso si presenta.
Controllo delle emozioni: ovvero la capacità di saperle regolare per far sì che esse siano appropriate. Nell’antichità veniva chiamata temperantia: detto in altre parole: è saper trovare un equilibrio, non va assolutamente considerata la soppressione delle emozioni.
Motivazioni di se stessi: ovvero il motore interno che ci sollecita a compiere dei comportamenti adeguati che consentono il raggiungimento dello obiettivo.
Riconoscimento delle emozioni altrui: ovvero l’empatia, la capacità di avvertire lo stato emotivo del prossimo. Si tratta di ascoltare i vissuti emotivi dell’altro, di rispecchiarli, di comprenderli e se necessario, di metterli in parola.
Gestione delle relazioni: ossia la capacità di interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri.
La classificazione delle emozioni
Ma che cosa sono le emozioni? E come si classificano? Ecco la definizione che ne da l’autore Goleman:
“Tutte le emozioni sono, essenzialmente, impulsi ad agire; in altre parole piani d’azione dei quali ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le emergenze della vita” (Intelligenza emotiva 1996 p. 20). E proprio l’agire è contenuto nell’etimo del temine e-mozione , mettere in moto, indica cioè il passaggio dalle sensazioni alla consapevolezza di ciò che si sta provando: l’emozione. L’equilibrio tra ciò che si prova e l’azione che ne scaturisce è dato dalla capacità della nostra mente di tradurre in parola, sia scritta che verbale, quella sensazione in sentimento. Per cui quali sono le emozioni? Le sentiamo, ma come dobbiamo nominarle? E’ possibile “etichettare” le nostre sensazioni? Per facilitare la comprensione ci sono diverse classificazioni, comunque quasi tutte riconducibili alle seguenti:
Sempre secondo le sue parole, tra le emozioni che sono al confine tra una categoria e l’altra, o la cui natura è comunque controversa, si possono elencare la sorpresa, la noia, l’interesse, il desiderio sessuale, il piacere in senso lato, la preoccupazione, e la frustrazione. Ciascuna di queste emozioni ha in sé una serie di infinite variazioni e sfumature diverse a seconda della natura esatta delle convinzioni che ne sono all’ origine. La concettualizzazione degli stati d’animo in emozioni è un passaggio necessario perché le stesse possano generare meta-emozioni, come accade quando proviamo vergogna o invidia o senso di colpa riguardo alla nostra rabbia.
Una marea di emozioni, quindi, da declinare ancora nelle loro più molteplici sfumature, che vanno poi a delineare e a dare senso al nostro mondo emotivo, e da suddividere in emozioni intime, personali, e in emozioni sociali, quelle, cioè, che compongono la nostra vita pubblica e di relazione.
Mi avete scritto in tanti chiedendomi dove è pubblicata tale frase o poesia di Charles Bukowski (Andernach 1920 – San Pedro 1994), poeta e scrittore statunitense di origine tedesca. Rispondo qui a tutti.
Negli ultimi anni, specie dopo la diffusione dei social network, Charles Bukowski ha avuto una straordinaria notorietà in Italia, e le sue frasi, semplici e dirette, senza essere mai banali, sono continuamente citate.
Purtroppo, però, stanno aumentando anche le frasi e le poesie che gli vengono attribuite in maniera arbitraria e senza alcun riscontro bibliografico. Non di rado, si tratta di frasi di adolescenti affascinati da Bukowski, che tentano di emularlo; più spesso si tratta di frasi anonime che nulla hanno a che vedere con lo stile di Bukowski, e che probabilmente gli sono attribuite da chi non ha mai letto nemmeno un suo libro.
Per quanto riguarda, poi, le “poesie” che gli vengono attribuite, si tratta di poesiole sentimentali che Bukowski avrebbe potuto scrivere a 13 anni in un momento di crisi adolescenziale. Ma forse nemmeno … Insomma, nei social network si è venuta creare una falsa immagine di Bukowski, potremmo dire un Bukowski all’acqua di rose, un Bukowski edulcorato buono per tutti quegli utenti ai quali il vero Bukowski non piacerebbe perché troppo aspro e che, pertanto, non sarebbe utile a raccattare più like possibili.
Sul sito Aforismario si trova una raccolta di citazioni (autentiche!) di Charles Bukowski tratte dai suoi racconti e dai suoi romanzi; una selezione di aforismi (mai tradotti prima in italiano), un’antologia con alcune delle sue più belle poesie e frasi tratte da sue interviste. Autore assai prolifico, tra romanzi, racconti e poesie, “Hank” Bukowski ha scritto una sessantina di libri, molti dei quali con riferimenti autobiografici più o meno espliciti, che vedono come protagonista il suo alter ego letterario Henry Chinaski. Le frasi e le poesie di Charles Bukowski riportate in questo sito sono tratte dalle sue raccolte di poesie e racconti: Taccuino di un vecchio porco (1969); Storie di ordinaria follia (1972); Compagno di sbronze (1972); A Sud di nessun Nord (1973); Musica per organi caldi (1983); Niente canzoni d’amore (1990). Buona lettura a tutti.
Se ti amassi avrei dovuto già lasciarti un dono. Quindi non ti amo perché se ti amassi non accuserei il cielo di non averti qui mi basterebbe solo che esistessi. Non ti amo perché se ti amassi non sarei infelice di saperti cullato dalle braccia che non fossero mie. Non avrei mai bisogno di conferme non dovrei stare all’erta, e mai dimenticare che la vita è silenzio talvolta. Non avrei desideri di bellezza mi basterebbe questa del tramonto né chiederei la massima attenzione sarebbe sufficiente un tuo pensiero.
E per questo capisco che non ti amo perché, se ti amassi, anch’io amerei chi t’ama, e questo non avviene.
Allora vado con il mio non-amore tra le mani con il mio non-amore sulle labbra e mi allontano perché nel non amarti almeno un dono posso lasciarti infine: la mia assenza.
Quando la Morte si confonde con l’Incoronazione – scomparsa della Bestia –
[ Poesia dedicata al rapporto tra Natasha Kampush, di dieci anni, e il suo rapitore trentaseienne Wolfgang Priklopil. La loro reciproca dipendenza si è conclusa dopo otto anni con la fuga di lei e il suicidio di lui. Potremmo sintetizzare gli avvenimenti ricorrendo alla Sindrome di Stoccolma, quella condizione psicologica per la quale la vittima di una rapina o di un sequestro manifesti sentimenti positivi che talvolta arrivano fino all’innamoramento, nei confronti del loro aguzzino. ]
Io mi provo ogni giorno fino a che punto vuoi liberarti di me. La mia anima era malformata, Natasha aveva il fuoco in casa come in un campo di detonazione e la leggerezza dei tuoi capelli spingeva il gas verso il grano atroce ed estraneo una cintura rossa che succhia le sostanze della terra nella sua massima espansione sollevata dal sole delle tue mani già piene di polvere e bellezza.
Io sono la Ridotta alla misura dei tuoi pensieri. Non ti farò domande quando verrai ma tu abbi pietà di questo dolore. Sono viva e sommersa. Inviolata. Niente cattura le voci là fuori – signore – non una voce capirebbe l’amore ammalato ma amore che mi hai insegnato.
Sono sepolto sotto falso nome – io come tu volevi sono decapitato – ora che tu – come io volevo – domini il mondo. Cosa Natasha – di questo mondo corrisponde al tuo cuore e sarà bello.
Io sono un materiale incontaminato – il mio corpo costituito da pochi alimenti bianchi e a me nascosta sotto la terra suggerivi come ingannarti ed è finita che sei scomparso come un passero sui binari.
Io mi fidavo solo di te Natasha perché avevo la mente costantemente occupata da te, e tu eri un Luogo l’arredo dei miei pensieri. Io non volevo perdere i dettagli del tuo corpo costretto a sviluppare a sporcarsi di morte.
Ma anche oggi parlano di noi e non voglio che nessun altro veda quanto tu sia già in grado di fiorire come una messe e le foglie si formano dove tu manchi.
Questo è perché io sono la Presunta – questo è perché io piango la morte che ho causato e ardo un cero sul tuo corpo come un codice alieno mentre loro fanno odori forti, certe volte profumano come altari.
Come la bestia santa io diffondevo il canto del guardiano – eravamo forme di esseri incamerati alla roccia, l’enormità di un organismo con il capo coperto una casa posata sulla morte, due brevi spasimi di violino e se non l’ho mai detto immensamente io ti amavo e mi sono sconfitto sotto forma di turbine di calce ora che sei sotto gli occhi di tutti e interrompi chi parla perché la bestia ha marchiato la tua bocca con il suo silenzio.
Roma, 19 giugno 2007
Per chi fosse interessato alla cronaca degli eventi, riporto di seguito lo svolgimento dei fatti.
Natascha Maria Kampusch è una scrittrice austriaca. Fu vittima di rapimento all’età di dieci anni, il 2 marzo del 1988. Mentre si recava per la prima volta da sola a scuola, il 2 marzo 1988, all’età di 10 anni, venne rapita da Wolfgang PriKlopil. La Kampusch, dopo la sua liberazione, descrisse così il suo rapimento:
« Stavo camminando verso la scuola, vidi quel furgone bianco, e quell’uomo. Ebbi una paura irrazionale, ricordo la pelle d’oca. Ma mi dicevo tra me: “Niente paura, niente paura”. Quante volte mi ero vergognata della mia insicurezza: avevo dieci anni, vedevo gli altri bambini più indipendenti. Ero piccola, in quell’istante mi sentii sola, minuscola, impreparata. Ebbi l’impulso di cambiare lato della strada, non lo feci. Poi i miei occhi incontrarono quelli di quell’uomo, erano azzurri, aveva i capelli lunghi, sembrava un hippy degli anni settanta. Pensai che lui sembrava quasi più debole di me, più insicuro. Mi passò la paura. Ma proprio quando stavo per superarlo lui mi prese, mi lanciò nel furgone. Non so se gridai, se mi difesi. Non lo so, non lo ricordo»
La Kampusch verrà tenuta segregata per i seguenti otto anni in una stanza ricavata sotto il garage della abitazione di Přiklopil, a circa mezz’ora da casa della bambina, nella città di Strasshof, cittadina della Bassa Austria. Pochissimi metri quadri di spazio e sigillata con una porta di legno e una di cemento, la cui entrata era nascosta dietro un armadio.
« Mi chiuse dietro porte pesanti, alla prigione fisica aggiunse quella psichica. Volle anche che cambiassi nome, me ne fece scegliere un altro. Divenni Bibiana, voleva che io fossi una persona nuova, solo per lui. E io iniziai a ringraziarlo per ogni piccola concessione. Mi diceva: “Per te esisto solo io, sei la mia schiava. Lui regolava la mia veglia spegnendo o accendendo la luce, decideva se privarmi del cibo o farmi mangiare, mi imponeva periodi di digiuno forzato, decideva le razioni di cibo, fissava la temperatura nella stanza. Decideva lui se avevo caldo o freddo. Mi ha tolto ogni controllo sul mio corpo, mi picchiava in continuazione. Dovevo accettare, a volte apparire sottomessa per sopravvivere, altre volte dovevo impormi e sembrare più forte di lui: non ho mai obbedito quando mi chiedeva di chiamarlo “padrone” »
In quegli otto anni di prigionia forzata, Přiklopil ridusse la ragazza a sua mera proprietà personale, spiandola con un sistema di interfoni e di telecamere ed ossessionandola di giorno e di notte per indurla all’obbedienza con privazioni, punizioni e abusi. Per i primi sei mesi della sua prigionia, fino al mese di settembre, Přiklopil non le permise mai di lasciare la sua cella e, solo in seguito, le fece trascorrere dei piccoli momenti nel resto della casa, riportandola però ogni sera a dormire nel sotterraneo. Solo dopo il suo diciottesimo compleanno, le concesse di uscire di casa, ma minacciandola di ucciderla se avesse fatto alcunché per tentare di fuggire. Dopo quasi 8 anni anni e mezzo di prigionia, esattamente 3096 giorni, il 23 agosto del 2006 Natascha, approfittando di un momento di distrazione del suo carceriere, riesce a fuggire dal giardino attraverso il cancello aperto. Přiklopil, che inizialmente aveva tentato di rincorrerla, vistosi oramai perduto e ricercato dalla polizia, chiede aiuto a un suo socio d’affari e si fa accompagnare alla vicina stazione ferroviaria a nord di Vienna, dove si suicida buttandosi sotto un treno in corsa.
Ancora oggi non è chiaro il vero motivo della prigionia di Natascha Kampusch. Alla domanda sul perché non sia fuggita prima, Natascha ha risposto di essere stata soggetta ad “una pressione durata anni, una prigione intima, che mi ha impedito di liberarmi”. Il rapporto tra Natascha e il suo aguzzino è stato al centro di molte discussioni, perché sembra che si fosse creato un legame, magari per il fatto che in pratica lei era diventata ragazza e donna durante la prigionia. In un’intervista allo ‘Spiegel’ la Kampusch ha dichiarato che “forse sarebbe stato meglio se Priklopil fosse ancora in vita: sarebbe stato chiaro che la vittima sono io, adesso si pensa che sia stata io a fare qualcosa al colpevole”
Dodici. Uno.
Lei dice la tua lingua mi riguarda, dice ti vedo e vedo che un oceano si mescola come il volto radioso di un morto all’assedio segreto della terra – così lei lo tiene in movimento nel cuore fino a che ogni cosa sarà caduta oh morti che camminate senza dolore cose altissime godute fino all’estasi che volano appena con disumana dolcezza cori di specole sottili sangue bianco di fantasmi felici spinti coi palmi aperti dall’amore seduti qui sui nostri letti dall’inizio del mondo tra le stesse canzoni come pozzi altissimi che ripetono ancora io ti amo voglio il tuo cuore io voglio dal tuo cuore la levità dei morti
Il mio amore è uno scrigno di bellezza che nascondo spesso ai cacciatori poiché il mio umile dar tutto è un tesoro che non necessita di esser periziato per esser importante e tu sei in me come una tempesta che sradica con violenza ogni ragione per alimentare il fuoco in quei battiti capaci di alimentare il più folle sogno
dirò che il tuo amore piomba nel mio buio più di qualsiasi stella presa a fare da faro alla chiglia e fissa resta per addomesticare l’Inferno di tutte quelle tempeste che in amore diventano meraviglie
"A volte di coppie non si può parlare, ma d'amore sì, altre volte di coppie sì, ma non d'amore, ed è il caso più ordinario", p. 1386, R. Musil, 'L'uomo senza qualità'
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