Non mi hanno fatto parlare del cielo


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Sono stata a Pavia per un concorso in storia dell’arte. Dovevo parlare dei paesaggi di John Constable, un pittore inglese Romantico, il primo che dipingeva paesaggi dal vero osservando il variare della luce nel corso del giorno e dei cambiamenti atmosferici.
La commissione mi ha stroncata, l’esame da bando doveva durare 45 minuti, invece hanno imposto ( a tutti ) la durata di 15 minuti, ho solo avuto il tempo di dire che il suo era un paesaggio realista, la presidente di commissione ha sentito idealista, ho ribattuto difendendomi  che c’era il power point alle mie spalle con su scritto quello che stavo dicendo, mi ha fatto finire l’esame in due minuti.
A parte la frustrazione ( con il termine frustrazione s’intende quello stato psicologico derivante da un mancato o inibito bisogno dovuto a cause esterne o a cause endogene ovvero lo stato psichico in cui ci si viene a trovare quando si è bloccati o impediti nel soddisfacimento di un proprio bisogno o desiderio – Wikipedia ) e delusione, sono dovute passare due settimane per sbollire la rabbia. Che tristezza, l’Italia, come è trattata l’Arte, da quali personaggi burocrati e ignoranti dobbiamo essere giudicati, accattoni che si mettono in competizione, sembrava il processo di Kafka.
Si capisce che sono amareggiata ma non m’importa dell’esame, quello che per me era importante e che avevo da dire mi è rimasto tutto dentro e che iniziava con una frase di Constable :

È molto difficile indicare una categoria di paesaggio in cui
   il cielo non sia l’elemento chiave, la misura della bilancia
   e il principale organo del sentimento

Il cielo è la “sorgente di luce” nella Natura — e governa ogni cosa″

Constable, come tutti gli artisti, aveva il suo pensiero dominante che perseguirà nella sua arte per tutta la vita : il cielo. Non voglio tediarvi con inutili spiegazioni perché non ce ne sono, Constable era un Romantico, un panteista, la Natura era sacra ma non in senso religioso, era la fonte di tutte le cose e l’elemento principale era la Luce.
Studiava e dipingeva il cielo soprattutto nuvoloso dove la luce giocava i contrasti e le sfumature di colore. Ed ora vi allego alcuni suoi paesaggi e studi del cielo.
Adesso mi sento più soddisfatta. Grazie dell’attenzione.
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“Cloud Study, Hampstead, Tree at Right” (Sept. 11, 1821) by John Constable is shown in this undated handout photo released to the media on Dec. 17, 2012. This is one of many oil studies Constable made of the sky above him. Photographer: John Hammond/Royal Academy of Arts, London via Bloomberg

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Branch Hill Pond, Hampstead by Constable, John (1776-1837) oil on canvas Victoria & Albert Museum, London, UK English,

E lo sognavo, e lo sogno


sogno

E lo sognavo, e lo sogno,
e lo sognerò ancora, una volta o l’altra,
e tutto si ripeterà, e tutto si realizzerà,
e sognerete tutto ciò che mi apparve in sogno.

Là, in disparte da noi, in disparte dal mondo
un’onda dietro l’altra si frange sulla riva,
e sull’onda la stella, e l’uomo, e l’uccello,
e il reale, e i sogni, e la morte: un’onda dietro l’altra.

Non mi occorrono le date: io ero, e sono e sarò.
La vita è la meraviglia delle meraviglie,
e sulle ginocchia della meraviglia
solo, come orfano, pongo me stesso
solo, fra gli specchi, nella rete dei riflessi
di mari e città risplendenti tra il fumo.
E la madre in lacrime si pone il bimbo sulle ginocchia

Arsenij TarKovskij

Il sogno di Maria


maria

L’iconografia della Pietà è di origine nordica, nata in Germania nel 1300, ispirata da un testo di Simeone Metafraste che racconta della Vergine addolorata che, col cadavere di Cristo sulle ginocchia, si ricorda di quando lo cullava da bambino.
L’iconografia arriva in Italia nel 1400 ma in queste opere la Vergine è rappresentata sempre anziana e si nota un evidente contrasto tra il corpo piccolo della Madre e quello rigido e ingombrante del Figlio.
germanMichelangelo innovò la tradizione concependo il corpo di Cristo adagiato sulle gambe di Maria con naturalezza. Le due figure si fondono raccordate dall’ampio panneggio e chiuse in una composizione piramidale. Originale è anche l’inaudita rappresentazione dei sentimenti: la Vergine non è anziana e straziata dal dolore, ma è ritratta con un volto giovane ed un’espressione triste e trasognata, mentre regge il corpo del Figlio ugualmente giovane e come addormentato tra le sue braccia.
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Questa interpretazione venne fortemente criticata dai contemporanei che ritennero le figure di eccessiva bellezza e la Vergine non poteva essere più giovane del figlio. Michelangelo si difese affermando che non voleva rappresentare la scena con scopo narrativo ( la Morte di Cristo ) ma che era interessato all’aspetto simbolico: Maria è giovane come quando concepì il Figlio.
In realtà Michelangelo ha ritratto Maria in un momento di raccoglimento interiore e quello che traspare dal suo volto è l’espressione di una ragazza in preda al sonno.  Quello che sta sognando è un sogno profetico che si materializza davanti ai nostri occhi: Maria sa già dentro se stessa qual’è il suo destino, sul suo volto leggiamo la rassegnazione e accettazione della volontà di Dio, sul suo grembo il figlio a lei destinato.
I sogni sono profetici e, secondo il pensiero di Michelangelo, l’uomo che cerca la verità, non deve cercarla nel mondo perché il sapere è già presente, ma nascosto, in lui.

Tutto il sapere è già nella nostra anima e i sensi offrono solo lo stimolo, spunto, ispirazione, per aiutarci a ridestarlo

E lo sognavo, e lo sogno,
e lo sognerò ancora, una volta o l’altra,
e tutto si ripeterà, e tutto si realizzerà,
e sognerete tutto ciò che mi apparve in sogno. aurelio-amendola-michelangelo-pieta-02-665x460

Là, in disparte da noi, in disparte dal mondo
un’onda dietro l’altra si frange sulla riva,
e sull’onda la stella, e l’uomo, e l’uccello,
e il reale, e i sogni, e la morte: un’onda dietro l’altra.

Non mi occorrono le date: io ero, e sono e sarò.
La vita è la meraviglia delle meraviglie,
e sulle ginocchia della meraviglia
solo, come orfano, pongo me stesso
solo, fra gli specchi, nella rete dei riflessi
di mari e città risplendenti tra il fumo.
E la madre in lacrime si pone il bimbo sulle ginocchia  (Arsenij TarKovskij)
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Mathilda e Alice


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Mathilda è Natalie Portman nel suo primo ruolo di attrice (aveva tredici anni) nel film d’azione Léon (1994) del regista francese Luc Besson. Leon è un sicario che insegna alla piccola orfana come usare le armi, lei in cambio gli insegnerà a leggere e a prendersi cura di lui e della casa. Leon alla fine si sacrificherà per salvare la vita della bambina e Mathilda sceglierà la normalità tornando nel collegio dove era iscritta. Quando il film uscì, vennero mosse dure critiche per la cruda rappresentazione di una storia d’amore tra un uomo  e una bambina di dodici anni in un ambiente criminale e violento. A mio parere è una “favola” nel senso letterale, e violento come sono tutte le favole.
La bravura e bellezza dell’attrice verranno riconfermate in un’altro dei suoi film che preferisco, Closer del 2004 diretto da Mike Nichols, dove interpreta Alice, stripper americana in cerca di fortuna a Londra, dove incontra e si fidanzata con Dan, giornalista e scrittore.
Dan tradirà Alice con la fotografa Anna, sposata con Larry.
Larry conoscerà Alice ad una mostra fotografica della moglie; tra le foto vi è un ritratto di Alice:

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Alice è alla mostra con il fidanzato Dan: Larry la vede di fronte al suo ritratto e le chiede:
la vita
Larry spinto dalla curiosità si reca al locale dove lavora Alice. In questa scena l’attrice è mitica, una figura cult:
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mentire
«Mentire è il più grande divertimento per una ragazza senza togliersi gli abiti di dosso,
ma se lo fa spogliata è meglio»

Il film ha una trama molto particolare e piuttosto che parlarne consiglio di vederlo. Restano nell’immaginario collettivo le due figure interpretate dalla Portman, Mathilda e Alice, una bimba e poi una donna, entrambe con capelli a caschetto e occhi profondi. La prima si difendeva con le armi, la seconda mentendo.
La canzone presente sia all’inizio che alla fine del film Closer è The Blower’s Daughter di Damien Rice.

 

 

 

 

 

Pipilotti Rist – Don’t abandon me again


 

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Pipilotti Rist, Do Not Abandon Me Again, 2015, installation view at Kunsthaus Zurich, 2016. Courtesy: the artist, Hauser & Wirth and Luhring Augustine; photograph: Lena Huber

Nel panorama dell’arte contemporanea ho una predilezione per la videoarte della quale i due artisti più rappresentativi sono Bill Viola (del quale vi parlerò in un altro articolo) e Pipilotti Rist. In quest’articolo vi parlerò di Pipilotti e delle sue opere più significative, non tutte purtroppo, vista la lunga e prolifica carriera. Inizio con la mostra tenutasi a Zurigo nel 2016.
Una mappa e una piccola torcia per leggere al buio, questo il materiale consegnato al visitatore prima del suo ingresso nella mostra che il Kunsthaus di Zurigo ha dedicato all’artista svizzera Pipilotti Rist (Grabs, 1962). Subito dopo, il passaggio dalla luce naturale al buio e alla moltitudine di luci e colori artificiali che hanno trasformato uno spazio di 1400 metri quadrati in un enorme ambiente dalle atmosfere visionarie.

Qui ci si muove in un labirinto di videoinstallazioni, senza seguire un percorso cronologico né d’altro tipo, ma semplicemente vagando, catturati dalle immagini e dalla musica. Do Not Abandon Me Again (2015) è un letto matrimoniale su cui ci si può distendere per farsi colpire dalle immagini proiettate dal soffitto.

Non sono solo le immagini a suggestionarci, ma anche la musica, usando come colonna sonora dell’installazione brani noti di famose band e cover rivisitate come Wicked Game di Chris Isaak:

Un’ampia porzione dello spazio espositivo del Kunsthaus è stato occupato da grandi proiezioni di immagini in movimento: animali, frutta, foglie, l’universo naturale che l’artista reinventa attraverso la tecnologia. Il dialogo tra natura e tecnologia è ben esemplificato in una delle opere realizzate appositamente per la mostra al Kunsthaus. Si tratta di Pixel Forest: 3000 lampade LED, sospese al soffitto e sincronizzate ognuna con un segnale video, creano una foresta artificiale che cambia costantemente aspetto. Anche qui siamo invitati a una sorta di esplorazione naturalistica, entrando nell’opera e attraversando lo spazio. L’artista ha definito Pixel Forest «uno schermo esploso nella stanza».

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Il design impeccabile di Rist presenta innumerevoli proiezioni e schermi video, spesso nascosti in oggetti comuni, come borse o lampade. Entrando nello spettacolo, gli spettatori si fanno strada attraverso le pareti illuminate con immagini di pecore, scene montane pastorali e disegni vettoriali geometrici. Do Not Abandon Me Again (2015) presenta una visione dello spazio esterno proiettata su un letto anonimo. Al centro della mostra è il famoso Cape Cod Chandelier (2011) di Rist, che proietta due video astratti su indumenti intimi raccolti dalla famiglia e dagli amici dell’artista. Può essere difficile dire quali opere qui siano nuove: il technicolor sublime di Rist avvolge e unifica la mostra in modo sublime, anche se il corpo dell’artista, in confronto a precedenti lavori, scompare gradualmente. Ma il tratto distintivo di Rist è la preferenza per la sua espressione, caratterizzata dall’ispirazione alla natura nei suoi quattro elementi, soprattutto per l’acqua, dell’estetica dei video artisti e dei creatori di social media di oggi.

867b78f5b9e55dfb5a503f3562bb4704Pipilotti Rist, Cape Cod Chandelier, 2011, installation view at Kunsthaus Zurich, 2016. Courtesy: the artist, Hauser & Wirth and Luhring Augustine; photograph: Lena Huber

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Questa retrospettiva permette di vedere e immergersi nell’opera di Rist, risultato di una  combinazione di immagini bucoliche con il corpo femminile, immagini che proiettano accomunando, il ‘naturale’ con il ‘femminile’ – due concetti che sono ancora frequentemente fraintesi. Come la natura così il corpo femminile sono oggetti di  una idealizzazione; su questi due temi si costruisce una cultura dello sfruttamento e violenza. Il lavoro di Rist attesta un’autentica lotta della donna per acquisire l’amor proprio e per portare egualmente lo stesso rispetto e amore verso la natura. Donna e Natura formano un unico “corpo sublime”. Importante per la comprensione di questa visione sono le facoltà di lentezza e profondità di sguardo e di animo.
L’esempio è dato nel video che l’artista ha realizzato qualche tempo fa in una grande installazione in esclusiva per il MoMA di New York, intitolata Pour Your Body Out (2008 – 2009). In questo lavoro Pipilotti, nell’atrio del secondo piano, aveva letteralmente invaso ogni parete di proiezioni, mentre al centro dello spazio era stato realizzato un enorme divano circolare, circondato da tappeti, sul quale era possibile accedere soltanto a piedi nudi.

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Nei video si poteva assistere a una sorta di rito di baccanti, con uomini e donne che danzavano in estasi immersi in una natura lussureggiante. L’installazione che è stata un evento di grandissimo successo, è quella tenutosi in occasione della chiusura della mostra, Yoga at the MoMA, momento molto emozionante, con una lezione gratuita di yoga di un’ora tenuta da Elena Brower, fondatrice di Virayoga, un vero e proprio punto di riferimento per questa pratica negli Usa e conosciuta a livello internazionale. Circa 150 persone hanno dunque potuto assistere alla mostra e allo stesso tempo esercitarsi, coinvolti in una esperienza dalla formula inedita. I posti disponibili sono andati esauriti in pochi minuti dalla pubblicazione online dell’evento e le richieste per poter accedere sono state diverse migliaia.
Pipilotti ha ripreso Elena Brower, da sola, mentre si muove immersa dalle immagini dei  suoi video, con una colonna sonora incredibile. Il risultato è davvero meraviglioso:

Jeremy Lipking in poche pennellate


Jeremy Lipking Tutt'Art@ (19)Jeremy Lipking, nato nel 1975 a Santa Monica in California, si è ispirato ai pittori storici che hanno unito la tradizione figurativa delle accademie europee d’arte del XIX secolo, con particolare attenzione John Singer Sargent, Anders Zorn e Joaquin Sorolla, tutti pittori figurativi.
La sua pittura è basata dalla costruzione delle forme tramite una linea che ne definisce chiaramente i contorni e gli spigoli, e da un colore di tonalità fredda.
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Il risalto è dato dalla luce naturale, di preferenza infatti colloca i suoi modelli vicino finestre. Per un certo periodo preferiva utilizzare modelle professioniste per dipingere le sue figure all’interno del suo studio, di solito nude. Lo stile era caratterizzato da poche pennellate che abbozzavano la figura, lasciandola spesso incompleta e facendo trasparire il fondo bianco dal quale emergevano.2 lipking

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1 lipkingUn primo cambiamento si nota quando inizia ad eliminare le figure per dipingere ambienti e stanze vuote.
Jeremy Lipking Tutt'Art@ (37)

Successivamente scoprì l’emozione del dipingere persone normali, sempre nuove e diverse, ritratte all’aperto: bambini, anziani, e poi paesaggi solitari.
Personalmente amo il suo modo di dipingere con pennellate fluide, date in modo rapido ma che riescono a definire dettagli importanti che catturano l’attenzione dello spettatore.

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Michael Klein – Il corpo, lo spazio e il tempo


 

About Michael

Nato nel Massachusetts nel 1980, Michael Klein aveva diciannove anni quando ha iniziato la sua formazione. La sua arte si caratterizza per la presenza, nei suoi dipinti, di soggetti malinconici, immersi in spazi indefiniti che creano una sensazione di inquietudine.
Klein ha attirato la mia attenzione perché è un artista strano, anomalo. Ha avuto dei maestri classici, artisti figurativi accademici specializzati nei ritratti, in un panorama artistico come quello americano dove l’arte contemporanea, quella predominante dei nostri giorni, si esprime con altri linguaggi  (astratto, non figurativo, concettuale, digitale, immateriale etc.), ma nel suo percorso sviluppa uno stile che si distacca dalla corrente realista più classica e fedele alla tradizione.
Tra i maestri di Klein, importante fu Richard Lack, un pittore “classico” a cui si deve la rinascita della pittura tradizionale negli Stati Uniti.

Richard Lack

Nel 2002, Klein entrò  in quella che divenne la sua scuola definitiva, il Water Street Atelier (oggi Grand Central Atelier), dove lavorò  come apprendista per il fondatore dell’atelier, Jacob Collins, fino al 2005. L’influenza di Collins fu decisiva per la creazione del suo stile personale.

Jacob Collins

Klein rappresenta con cura le persone osservate nella loro interazione con lo spazio, uno spazio in genere chiuso, limitato e spoglio, che fa emergere e distaccare le figure. Klein ha sottolineato che per il suo lavoro, l’ispirazione dalla vita reale è una parte importante del processo creativo.
I personaggi dipinti da Klein hanno un’energia celata, qualcosa di misterioso che emana da loro, chiusi in sé stessi nel silenzio dello spazio e nell’azione sospesa. Questo silenzio, questa contemplazione assorta delle sue donne, che caratterizzano il suo lavoro, si richiama ad artisti del XIX secolo, come Whistler, ma tradotti in un linguaggio contemporaneo. Le superfici dei suoi dipinti rivelano variazioni di densità, una trama sottile di colore dipinta con ombre trasparenti. La tavolozza dei colori è volutamente limitata, così l’effetto prodotto è quello di un superamento di una fedele copia della realtà. Un alone di mistero, come di una storia lasciata incompiuta, emerge nelle sue opere rendendole così affascinanti.

Klein supera i propri maestri che erano tornati ad uno stile classico e realista: rinuncia alle dimensioni dello spazio e del tempo, il colore stesso è semplificato, la sua sembra una pittura di un passato più lontano, metafisico e medioevale, non per stile ma per idea.

Io adoro i suoi personaggi femminili ritratti di spalle, sedute su poltrone o distese a letto; stanno pensando o dormendo e sembra che aspettino il richiamo di qualcuno per voltarsi ed emergere dal silenzio in cui sono immerse, un intervento all’interno del loro spazio chiuso: non ci sono porte o finestre, la luce non è naturale, non è notte ne giorno, il tempo si è fermato. Non sappiamo cosa nascondono i loro volti, quali sono i loro pensieri: un sorriso di gioia o di scherno sulle loro labbra, dolore o tristezza per un’attesa che sembra non avere fine. Ma anche quando si voltano verso lo spettatore e fissano i loro occhi nei nostri, resta impossibile capire cosa possano dire.     85857967da0747e3b7ac8bfea55c3d98

                                                      

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Tratta il mio corpo come la pagina di un libro


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I racconti del cuscino è un film di Peter Greenway basato su un’idea molto particolare che la protagonista stessa così descrive:

Due sono le cose nella vita su cui si può fare affidamento, i piaceri della carne e quelli della letteratura. Io ho avuto la fortuna di godere egualmente di entrambi.

Nagiko è una ragazza giapponese che è rimasta legata ad un rituale che il padre compiva ad ogni suo compleanno: le disegnava sul volto, pronunciando queste parole

Quando Dio creò il primo essere umano vi dipinse sopra gli occhi, le labbra e il sesso. E quando Dio era soddisfatto della sua creazione, inspirò vita nel modello di fango scrivendo su il suo nome.

Il padre disegnava gli occhi, le labbra e il sesso, simboli della percezione, linguaggio e riproduzione, riflesso della produzione intellettuale e artistica che si manifesta nel concepimento e nascita. L’ essere umano e  l’opera d’arte sono entrambi frutto di un processo creativo.

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The eyes, the lips, the sex

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Alla fine del rituale scriveva il nome della figlia sulla base del collo, rinnovando così la creazione di Dio attraverso la parola scritta sul corpo. Nagiko crescendo andrà alla ricerca di un uomo capace di darle la vita come faceva il padre. Dopo aver fatto sesso, invita i suoi amanti a scriverle sul corpo. L’incontro con l’inglese Jerome, traduttore e interprete, sarà fatale. Jerome ribalta il rituale, lei non sarà più la carta ma la penna, e Nagiko inizia a scrivere sul corpo degli uomini. Jerome sarà il traduttore dei testi presso l’editore. Nella creazione di Nagiko l’uomo è un libro, immagine e testo coincidono:

Il libro dell’ Innocente, dell’Idiota, della Vecchiaia, dell’ Esibizionista, del Seduttore, della Giovinezza, dei Segreti, del Traditore, del Silenzio, della Nascita, dell’Iniziazione, della Morte.

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“Su ogni parte anatomica viene esplicitata la funzione dell’organo relazionato a quello della scrittura. Nagiko scrive sull’origine del libro e sulla sua immortalità, stabilendo un’analogia in cui la carne diventa carta, la parola scritta dona la vita, il sangue diventa inchiostro, la penna l’organo riproduttore il cui scopo è quello di fertilizzare la pagina … la scrittura diventa un atto sessuale e la lettura un atto erotico” (Alessandro Marini).

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La ragazza scrive un poema unico diviso in tanti capitoli, ognuno con un argomento, ispirandosi a ‘I Racconti del Cuscino’, uno dei capolavori della letteratura giapponese, scritto da Sei Shonagon, dama di compagnia dell’imperatrice Teishi. Si tratta di un compendio impressionistico delle centinaia di cose classificate per categorie (“cose rare”, “cose che fanno battere il cuore più forte”, “cose che fanno emergere i bei ricordi del passato”, ecc., una specie di blog con tante categorie e pensieri personali), così come scene di vita quotidiana alla corte imperiale giapponese a cavallo del XI secolo, e gli incontri amorosi, un diario che veniva custodito dalle donne sotto il cuscino. Un particolare di questo diario colpisce Nagiko: la cortigiana scrive che prova piacere dalla scrittura di poesie che gli amanti fanno sul suo corpo.

Nagiko farà del suo corpo un libro, quello dell’amore per Jerome. La scena che più mi piace è quella in cui Jerome scrive in inglese e in latino la preghiera del ‘Padre Nostro’ sul corpo di Nagiko, con in sottofondo la canzone di Guesch Patti.

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Jerome tradisce Nagiko e disperato per averla persa si suicida. L’ultima pagina della loro storia è il figlio che nascerà dopo la morte di Jerome. Nel finale elenca le sette cose per cui vale la pena vivere: “Un amante in giardino, l’acqua ferma e scrosciante, l’amore nel pomeriggio, l’imitazione della storia, l’amore prima e l’amore dopo, la carne e la scrittura, scrivere sull’amore e trovarlo”. Il film si chiude con l’immagine di Nagiko che scopre il suo corpo mentre allatta: è interamente tatuato.

La paura del desiderio


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Summer whit Monica di Ingmar Bergman 

Alla donna è sempre stata negata la felicità come condizione esistenziale se non dipendente dall’uomo che ne controlli il desiderio.  L’uomo teme l’istinto di vita animale della donna, da cui è attratto e per cui perde il controllo di sé stesso, da qui la colpa e condanna della donna.

Nell’arte ci sono tantissime rappresentazioni sull’argomento e ultimamente mi hanno colpito due opere in particolare, un film e un dipinto.

Il film è ‘Monica e il desiderio’ di Igmar Bergman del 1953.

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La storia si svolge in tre tempi: ribellione, fuga e condanna. Il film alla sua uscita nelle sale destò scalpore per il personaggio femminile e la bellezza selvaggia e ribelle dell’attrice.

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Harriett Andersson in Sommaren med Monica  (Un’estate con Monica)

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Avevo già visto in passato i film di Bergman, ma non avevo fatto caso a come rappresentava la donna ricorrentemente: debole e votata all’ infelicità, come tante altre figure simili, tanto per citare le più famose, come Madame Bovary e Anna Karenina. Alla fine del film c’è un primo piano della protagonista, che volge lo sguardo verso lo spettatore prima di abbandonarsi alla corruzione, che è considerata ‘ l’inquadratura  più triste del cinema ‘ (J.L. Godard).

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Il dipinto invece è ‘ The Unequal Marriage ‘ di Vasili Pukirev del 1862.

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La scena sembra rappresentare un matrimonio dove c’è una notevole differenza di età fra gli sposi, lui vecchio e lei una ragazza, che lascerebbe intendere una motivazione di interessi fra le famiglie. Invece la storia è ben diversa: è un matrimonio riparatore poiché la ragazza ha ceduto al desiderio proprio con lo stesso artista, che è presente sulla destra del dipinto, di profilo con le braccia incrociate, con gli occhi fissi sull’anziano sposo.

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Il volto della ragazza è il più triste della storia della pittura, una rassegnazione infinita. Nessuna ribellione è possibile, il sogno d’amore con l’artista all’interno della società è negato e sta pagando per aver ceduto alla ‘debolezza dei sensi’.

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Certo sono esempi datati ma c’è un fondo che non conosce tempo, il mito di Eva, la perdita del Paradiso, del sogno, il dissidio tra l’uomo e la donna generato dalla paura.

Edward e Tina


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Edward Weston (Highland Park, 24 marzo 1886 – Carmel, 1º gennaio 1958) è stato un fotografo statunitense. Nel 1932 insieme ad altri fotografi, fondò il Gruppo f/64 (chiamato così perché usavano l’apertura minima di diaframma degli obiettivi per ottenere la massima profondità di campo). Questo gruppo di fotografi fondò un’estetica che si basava sulla “perfezione tecnica e stilistica”: qualunque foto non perfettamente a fuoco, o perfettamente stampata, era “impura”. Si trattava di una reazione allo stile sdolcinato che prevaleva fino agli anni Trenta dello sfocato artistico, l’effetto flou. Con lui diventa centrale il ruolo del fotografo poiché pensava che doveva già “visualizzare la foto dentro di sé prima ancora di scattarla”. le sue fotografie sono caratterizzate da naturalezza e semplicità, ma soprattutto da nitidezza e precisione. La sua era una ricerca continua di identificazione con la Natura per conoscerla fino alla più profonda essenza.

Bellissime le foto scattate alla sua assistente e amante Tina Modotti (1896 Udine – Città del Messico 1942), grande fotografa anche lei. Ebbero una storia particolare. Grazie al marito, il pittore Roubaix de l’Abrie Richey, soprannominato “Robo”, conobbe Edward. Robo, quando scoprì la storia fra i due, andò via in Messico. Tina lo raggiunse a Città del Messico ma troppo tardi, in quanto era morto da due giorni a causa del vaiolo. Tina ritornò poi in Messico l’anno dopo, nel 1923, con Edward, dove rimasero per sei anni.

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