LE RADICI CA TIENI


Photo by mattia truppo on Pexels.com

Lacreme napulitane, E ‘nce ne costa lacreme st’ Latina a nuje prefusseress napulitane, ecco posso almeno piangere in lingua madre. Non sto mai parlando tanto in napoletano come da quanto sto a Latina, e penso sempre inconsciamente a confronti con Napoli per qualsiasi cosa. È una malattia, lo ammetto, quello che lega i napoletani alla propria terra è qualcosa di primordiale attaccamento, una vita in simbiosi.

Oggi sono un po triste. Lontana da Napoli mi sento un’emigrante. L’emigrante è colui che lascia la sua terra. Così mi sento, senza la mia terra. Le radici sono importanti. Io le mie sono affondate nella città di Napoli, quindi in qualsiasi altro posto mi sento una pianta che sta morendo. Sono a Latina e parlo napoletano, sono a Napoli e parlo romano, sono senza un’identità.

Mi raccomando, non mi prendete sul serio, un po di autoironia fa sempre bene. Ciao raga

Vi lascio con una bellissima canzone che appartiene al mio periodo universitario: 99Posse, Curru curru guagliò


Si può vivere una vita intera come sbirri di frontiera
in un paese neutrale, anni persi ad aspettare
qualcosa qualcuno la sorte o perché no la morte
ma la tranquillità tanta cura per trovarla
sì la stabilità un onesto stare a galla
è di una fragilità guagliò
è di una fragilità guagliò
forse un tossico che muore proprio sotto al tuo balcone
forse un inaspettato aumento d’ ‘o pesone
forse nu licenziamento in tronco d’ ‘o padrone
forse na risata ‘nfaccia ‘e nu carabiniere
non so bene non so dire dove nasca quel calore
ma so che brucia, arde e freme
trasforma la tua vita no tu non lo puoi spiegare
una sorta di apparente illogicità
ti fa vivere una vita che per altri è assurdità
ma tu fai la cosa giusta te l’ha detto quel calore
ti brucia in petto è odio mosso da amore
da amore guagliò
Curre curre guagliò

La convivenza perfetta


Sono tornata a Napoli, non definitivamente, per pochi giorni e poi di ritorno a Latina. Sono tornata a casa mia, nel mio spazio privato dove ritrovo me stessa, ogni cosa parla di me, ma in questo senso di appartenenza a un luogo rientra un compagno col quale condivido questo spazio da dieci anni. È un amico a cui fitto una parte del mio appartamento.

Stamattina al risveglio come sempre c’è il silenzio, nessun rumore, non so se Marco è in casa; faccio colazione in cucina e non c’è nessuno. Ho pensato: ecco, sono dieci anni che convivo con questo uomo e il nostro rapporto è perfetto, due mondi che si conoscono ma che vivono separati rispettando gli spazi reciproci. Era un pensiero positivo ma all’improvviso ha cambiato completamente senso.

Ho pensato: se la perfetta convivenza del genere umano, in proiezione di un futuro a cui tendiamo, la realizzazione di un mondo senza conflitti, dipenderà dal vivere come tante cellule separate, ognuna rispettosa dello spazio dell’altro, collegati solo virtualmente, non è un’immagine del futuro così ‘felice’, saremo infelici cioè senza emozioni. Regrediremo, le prime cellule nel brodo primordiale, ed è superfluo dire che il liquido che ci legherà sarà internet. Michel Houellebecq descrive questo futuro nel romanzo ‘La possibilità di un’isola’, il regista Yorgos Lanthimos lo fa nel film ‘The lobster’, entrambi tacciati di nichilismo, ma non è la nuova utopia verso cui la società tende?

Allora ci vuole il conflitto, l’uomo primitivo col suo branco che diventa predatore per vivere. Nel ciclo originario della natura l’uomo era preda, destinato a soccombere, la nostra riproduzione rientrava nell’equilibrio dell’ecosistema. Abbiamo alterato il nostro ecosistema creando il nostro spazio e preso il controllo della natura grazie ad un crescendo di energie a cui, nel tempo, abbiamo dato il nome di emozioni.

Ora abbiamo il controllo delle emozioni, non servono più se vogliamo sopravvivere. Stiamo ritornando nell’Eden, per stare bene insieme evitiamo di cogliere il frutto: saremo finalmente felici.

L’intelligenza emotiva


Ogni anno come docente seguo dei corsi di formazione. Di tanti che fino ad oggi ho seguito, uno mi ha interessato in modo particolare: L’Educazione al sentimento. Nella scuola è a volte latente altre nettamente presente un disagio nel rapporto fra docente/studente, soprattutto nei casi “difficili” che si esprimono in vari modi, dall’autoesclusione al bullismo. Si tratta di un malessere non riconducibile a disturbi di carattere psicopatologico, né soltanto a fattori sociali, culturali, economici. Sembra essere un malessere legato alla dimensione emotiva, relazionale, al calo della motivazione e di conseguenza all’apprendimento.

Educare all’alterità: il volto dell’altro come chiave di lettura delle emozioni.

Chi si trova tutti i giorni a relazionarsi con le persone, soprattutto chi lavora nel sociale molto spesso è motivato da una forte passione e da una forte voglia di dare il meglio di sé. Tutto questo per riuscire a instaurare una relazione di fiducia con l’altro, con lo scopo di promuoverne una certa autonomia, specialmente per i lavori come educatore ed insegnante. Ogni giorno questi professionisti dell’educazione si trovano in particolare a dover relazionarsi con i volti. Il volto esprime molto bene la situazione della persona che incontriamo: quello che sta vivendo, soffrendo, sperando, lottando e sognando. Oggi non abbiamo più il tempo di fermarci e guardare il volto dell’altro perché siamo sempre più di corsa. Invece, scrutare il volto dell’altro è un’educazione molto importante perché ci permette di andare oltre noi stessi per incontrare qualcosa di nuovo. Osservare il volto dell’altro educa ad assumere i caratteri distintivi del linguaggio emotivo, il quale porta alla condivisione e alla relazione con l’altro.

Conoscere sé stessi per conoscere gli altri: perché ripartire dalle emozioni

Dalla lettura del volume di Daniel Goleman, “Intelligenza emotiva”, si capisce che bisogna dare il giusto peso a ciò che la maggior parte di noi erroneamente pensa di possedere e cioè, la “conoscenza” di una componente del nostro sé essenziale: le emozioni. Ma che a che cosa corrisponde il termine intelligenza emotiva? Per intelligenza emotiva si intende la capacità di armonizzare il pensiero e i sentimenti, la parola con i vissuti emotivi, la dimensione mentale con la dimensione affettiva. In sintesi, l’intelligenza emotiva comprende le seguenti competenze e cioè la capacità di:

  • riconoscere, rispettare e mettere in parola il mondo soggettivo dei sentimenti e delle emozioni;
  • controllare gli impulsi emotivi senza reprimerli e senza entrare in conflitto frontale con essi e senza neppure, tuttavia, farsene travolgere;
  • sviluppare l’efficienza mentale e la comprensione della realtà e di motivarsi in modo globale (con la razionalità e con l’emotività) al raggiungimento di obiettivi e finalità;
  • percepire e comprendere le emozioni altrui, riuscendo ad essere sensibili ed empatici;
  • interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri.

La consapevolezza da parte dei soggetti in età evolutiva della propria vita emotiva favorisce la possibilità di raggiungere gli obiettivi nell’intervento didattico o socio-educativo, di elaborare i conflitti all’interno del gruppo dei pari e di sviluppare la comprensione reciproca e la solidarietà. competenze relative all’intelligenza emotiva permette all’insegnante o all’educatore, a seconda dei contesti e dei compiti da realizzare – di avvicinare al dialogo e alla riflessione alcune delle problematiche giovanili più attuali: aggressività, rivalità tra gruppi, sessualità e affettività. Il problema all’origine è che esse compaiono in maniera spontanea e talvolta in forme confuse e provocatorie fra i ragazzi. Una chiara consapevolezza delle proprie emozioni, soprattutto di quelle negative, spiacevoli e conflittuali, faciliterebbe l’elaborazione nei bambini e negli adolescenti degli impulsi che spingono alla devianza delle emozioni stesse.

I principi e le funzioni dell’intelligenza emotiva

In che cosa consistono allora i principi e le funzioni dell’intelligenza emotiva? Goleman tramite il suo volume ci aiuta a dare una risposta al quesito individuando cinque funzioni che compongono l’intelligenza emotiva:

  • Conoscenza delle proprie emozioni: ovvero l’autoconsapevolezza – la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui esso si presenta.
  • Controllo delle emozioni: ovvero la capacità di saperle regolare per far sì che esse siano appropriate. Nell’antichità veniva chiamata temperantia: detto in altre parole: è saper trovare un equilibrio, non va assolutamente considerata la soppressione delle emozioni.
  • Motivazioni di se stessi: ovvero il motore interno che ci sollecita a compiere dei comportamenti adeguati che consentono il raggiungimento dello obiettivo.
  • Riconoscimento delle emozioni altrui: ovvero l’empatia, la capacità di avvertire lo stato emotivo del prossimo. Si tratta di ascoltare i vissuti emotivi dell’altro, di rispecchiarli, di comprenderli e se necessario, di metterli in parola.
  • Gestione delle relazioni: ossia la capacità di interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri.

La classificazione delle emozioni

Ma che cosa sono le emozioni? E come si classificano? Ecco la definizione che ne da l’autore Goleman:

“Tutte le emozioni sono, essenzialmente, impulsi ad agire; in altre parole piani d’azione dei quali ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le emergenze della vita” (Intelligenza emotiva 1996 p. 20). E proprio l’agire è contenuto nell’etimo del temine e-mozione , mettere in moto, indica cioè il passaggio dalle sensazioni alla consapevolezza di ciò che si sta provando: l’emozione. L’equilibrio tra ciò che si prova e l’azione che ne scaturisce è dato dalla capacità della nostra mente di tradurre in parola, sia scritta che verbale, quella sensazione in sentimento. Per cui quali sono le emozioni? Le sentiamo, ma come dobbiamo nominarle? E’ possibile “etichettare” le nostre sensazioni? Per facilitare la comprensione ci sono diverse classificazioni, comunque quasi tutte riconducibili alle seguenti:

Collera: furia, sdegno, risentimento, ira, esasperazione, indignazione, irritabilità, ostilità;
Tristezza: pena, dolore, mancanza d’allegria, cupezza, malinconia, autocommiserazione, solitudine;
Paura: ansia, timore, nervosismo, preoccupazione, apprensione, cautela;
Gioia: felicità, godimento, sollievo, contentezza, beatitudine, diletto, divertimento, estasi.
Amore: accettazione, benevolenza, fiducia, affinità, gentilezza;
Sorpresa: shock, stupore, meraviglia;
Disgusto: disprezzo, sdegno, aborrimento, avversione, ripugnanza;
Vergogna: senso di colpa, rammarico, imbarazzo, rimorso umiliazione;

Sempre secondo le sue parole, tra le emozioni che sono al confine tra una categoria e l’altra, o la cui natura è comunque controversa, si possono elencare la sorpresa, la noia, l’interesse, il desiderio sessuale, il piacere in senso lato, la preoccupazione, e la frustrazione. Ciascuna di queste emozioni ha in sé una serie di infinite variazioni e sfumature diverse a seconda della natura esatta delle convinzioni che ne sono all’ origine. La concettualizzazione degli stati d’animo in emozioni è un passaggio necessario perché le stesse possano generare meta-emozioni, come accade quando proviamo vergogna o invidia o senso di colpa riguardo alla nostra rabbia.

Una marea di emozioni, quindi, da declinare ancora nelle loro più molteplici sfumature, che vanno poi a delineare e a dare senso al nostro mondo emotivo, e da suddividere in emozioni intime, personali, e in emozioni sociali, quelle, cioè, che compongono la nostra vita pubblica e di relazione.

La conclusione


E’ la foto di un’alba o di un tramonto?
Questa che vedete è la foto del mio profilo Fb poiché rappresenta la mia disposizione d’animo da un paio d’anni.
Si arriva ad un certo punto della vita che coincide nella somma delle tue esperienze con quella della tua età e allora si cambia, si ha un evento.
E’ l’inizio della fine o di un principio? Io mi sono sempre immaginata la mia vita come una serie di somme di cerchi (il primo è solo un piccolo punto alla nascita) che si addizionano e si includono uno dopo l’altro; ma un cerchio non può racchiudere l’ultimo, e tutti i suoi precedenti, se prima non sia concluso il suo tragitto.

Io ho appena concluso un cerchio, l’ultimo che racchiude tutto quel che ho vissuto in questi ultimi sei anni di vita, sei anni densi di amore e dolore, ho provato tutte le emozioni più forti e le esperienze più importanti nella vita di un essere umano: l’esperienza della morte e della perdita, quella di amare incondizionatamente, quella del dolore causata da una malattia che sono riuscita a vincere. E ora si apre un altro cerchio.
L’inizio e la fine coincidono, l’alba e il tramonto sono il circolo perfetto: nell’istante in cui il sole non c’è, è il tempo sospeso tra due mondi, il giorno e la notte.
E’ il momento in cui ci troviamo quando qualcosa è finito nella nostra vita, sentiamo un vuoto. Ma è solo un vuoto su cui inizia il nuovo ciclo, un nuovo cerchio della vita.
Un nuovo giro di giostra.

Mia giovinezza


20181209_180641

Mia giovinezza

Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo
all’essere. Sei tu, Ma un’altra sei:
senza fronda né fior, senza il lucente
riso che avevi al tempo che non torna,
senza quel canto: Un’altra sei, più bella.

Ami, e non pensi esser amata: ad ogni
fiore che sboccia o frutto che rosseggia
o pargolo che nasce, al Dio dei campi
e delle stirpi rendi grazie in cuore.

Anno per anno, entro di te, mutasti
volto e sostanza. Ogni dolor più salda
ti rese: ad ogni traccia del passaggio
dei giorni, una tua linfa occulta e verde
opponesti a riparo. Or guardi al Lume
che non inganna: nel suo specchio miri
la durabile vita. E sei rimasta
come un’età che non ha nome:
umana tra le umane miserie, e pur vivente
di Dio soltanto e solo in Lui felice.

O giovinezza senza tempo, o sempre
rinnovata speranza, io ti commetto
a color che verranno: – infin che in terra
torni a fiorir la primavera, e in cielo
nascan le stelle quand’è spento il sole.

Ada Negri

La foto che ho pubblicato è della fotografa Annie Leibovitz, famosa per aver ritratto tutti i personaggi più importanti del Novecento. Quella che vedete ritratta è Vivienne Westwood con il marito Andreas Kronthaler. Lei è una famosissima stilista che negli anni ’70 a Londra creò lo stile punk, non come moda, era il suo modo di essere. Nel 1962 sposa Derek Westwood da cui prende il nome. Nel 1971 inizia una relazione con Malcom McLaren, manager dei Sex Pistols, band punk rock, e apre il suo primo negozio. Nel 1988, insegnante alla Scuola d’Arte di Vienna, incontra Andreas, un suo studente: lei 47 anni e lui 22.

Da allora vivono e lavorano insieme, nel 1992 si sposano. Venticinque anni di differenza, ma Vivienne non ha età, ha superato il tempo, e Andreas continua a darle amore come un dono, capace di cogliere la straordinaria bellezza di una donna che ha sempre vissuto il corpo come scandalo e provocazione.
Io la ammiro, deve avere una forza straordinaria perché ha avuto il coraggio di vivere un amore con un uomo molto più giovane di lei senza la paura del tempo. Io al suo posto mi sentirei straziare se il mio uomo mi guardasse e vedesse non me ma una vecchia. Io ho paura del tempo che passa, della perdita della giovinezza.
Eppure so che giovinezza e bellezza non sempre sono un’unica cosa. Forse ho paura di chi mi guarderà e non vedrà quanto sarò ancora bella.

  

 

Chiari del bosco


bosco 2

“Il chiaro del bosco – dice Marìa Zambrano –  è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite  e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. E’ un altro regno che un’anima abita e custodisce. Qualche uccello richiama l’attenzione invitando ad avanzare fin dove indica la sua voce. E le si dà ascolto. Poi non si incontra più nulla, nulla che non sia in un luogo intatto che sembra essersi aperto solo in quell’istante e che mai più si darà così.  Non bisogna cercarlo. Non bisogna cercare. E’ la lezione più immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli e nemmeno a cercare nulla da loro. Nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo. (…) Sospendere la domanda che crediamo costitutiva dell’umano.”

(Marìa Zambrano, Claros del bosque, 1977. Traduzione dallo spagnolo di Carlo Ferrucci, Feltrinelli, Milano 1991, pp. 11-12)

Ho riportato questo brano dal blog:
http://lacasayemenita.blogspot.com/search/label/Anna,
commentato dall’autrice dell’articolo: Anna.
Ho letto in questo brano la rivelazione di una grande verità, è come un ossimoro: quando smetti di cercare, hai finalmente trovato quello che volevi. Mi è stato di grande conforto leggere queste parole perché pensavo di essere in errore, che nell’ultimo anno mi ero lasciata andare e non avevo più interesse per nulla. Invece semplicemente è avvenuto un cambiamento e la presa di coscienza di essere arrivata al centro del bosco, senza più paure e senza cercare la strada giusta. C’è una luce, un chiarore al centro. So che se anche dovessi di nuovo perdermi e avere paura, quella luce non mi abbandonerà mai.

Eppur questo non basta


eb20d26363062c02db4543090c96878b

Nostalgia, insoddisfazione, senso di inconcludenza, d’incompiuto. Sentimenti e stati d’animo che si presentano quando qualcosa finisce: è finita una stagione, un libro che ci piaceva tantissimo, la nostra canzone preferita. Siamo portati a ripetere, a tornare indietro, ancora una volta e poi andremo avanti finalmente. Tutto continua ma in realtà tutto si ripete, con nuove forme. Esiste davvero un cambiamento? Voluto da noi e non frutto del caso e dell’evolversi ciclico della vita, dove tutto si ripete. Mi ricorda la canzone di Fabrizio De Andrè, Canzone Dell’amore Perduto :

Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole 
“Non ci lasceremo mai, mai e poi mai”, 

vorrei dirti ora le stesse cose 
ma come fan presto, amore, ad appassire le rose 
così per noi 

l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, 
non resta che qualche svogliata carezza 
e un po’ di tenerezza. 

E quando ti troverai in mano 
quei fiori appassiti al sole 
di un aprile ormai lontano, 
li rimpiangerai 

ma sarà la prima che incontri per strada 
che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, 
per un amore nuovo.

Oppure la splendida canzone di Battiato, La Stagione dell’Amore :

La stagione dell’amore viene e va
I desideri non invecchiano quasi mai con l’età
Se penso a come ho speso male il mio tempo
Che non tornerà, non ritornerà più
La stagione dell’amore viene e va
All’improvviso senza accorgerti, la vivrai, ti sorprenderà
Ne abbiamo avute di occasioni
Perdendole, non rimpiangerle, non rimpiangerle mai
Ancora un’altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore
Nuove possibilità per conoscersi
E gli orizzonti perduti non ritornano mai
La stagione dell’amore tornerà
Con le paure e le scommesse
Questa volta quanto durerà
Se penso a come ho speso male il mio tempo
Che non tornerà, non ritornerà più
Ecco, Battiato chiarisce bene il mio disorientamento: tutto cambia per ripetersi ancora;
è il tempo in cui viviamo le nostre esperienze che incessantemente cambia, da giovani ci sembra di avere un tempo indeterminato davanti, con l’età più matura siamo coscienti di quanto sia tutto breve e quindi scegliamo, dobbiamo scegliere: vivere intensamente ogni attimo, non spendere male il proprio tempo che non ritornerà più, non ci sarà più quella persona, quella casa, quella giornata vissuta insieme.
Ci sarà qualcun altro, forse … Dovrebbe consolarmi questo pensiero, e invece non basta.

E’ fuggita l’estate,
più nulla rimane.
Si sta bene al sole.
Eppur questo non basta.

Quel che poteva essere
una foglia dalle cinque punte
mi si è posata sulla mano.
Eppur questo non basta.

Ne’ il bene ne’ il male
sono passati invano,
tutto era chiaro e luminoso.
Eppur questo non basta.

La vita mi prendeva,
sotto l’ala mi proteggeva,
mi salvava, ero davvero fortunato.
Eppur questo non basta.

Non sono bruciate le foglie,
non si sono spezzati i rami…
Il giorno è terso come cristallo.
Eppur questo non basta.

L’amore? L’amore è un’altra cosa …


mani 2

Tu dici che non è necessario, anzi non è nemmeno possibile “sapere come si fa ad amare”? Ti sbagli.
L’amore c’è o non c’è. Che altro resta da capire?
Ma il punto è un altro: quando si invecchia si scopre che le cose stanno in modo diverso, che bisogna sempre “sapere come si fa”, bisogna imparare tutto, anche ad amare. Siamo esseri umani e ciò che accade nella nostra vita viene filtrato dalla ragione. Ed è sempre attraverso la ragione che i nostri sentimenti e le nostre passioni diventano sopportabili, oppure ci paiono intollerabili.
Amare non è sufficiente.
Solo la realtà, i fatti compiuti sono certi. Mi chiedi che cosa disprezzo sopra tutto?
Quel tragico malinteso chiamato amore? O semplicemente il genere umano?
Non disprezzo niente e nessuno. Ma per il tempo che mi resta da vivere, ho intenzione di abbandonarmi a una passione. La passione per la verità. Non tollero di sentirmi raccontare menzogne, e non mi permetterò in alcun modo di mentire a me stesso.
Oltre alla passione e alla felicità esistono anche altri legami fra le persone. Ci sono l’affetto, la pazienza, la compassione, il perdono. Sì, la famiglia è forse uno degli scopi della vita. Ma non risolve tutto.
Una gioia assoluta non l’ho trovata in nessuno. Poi ho letto che forse si tratta della “solitudine della civiltà”. E’ come se il fuoco della gioia si fosse spento sulla Terra. A volte, per qualche istante, qua e là arde ancora. In fondo all’animo umano vive il ricordo di un mondo felice, solare, giocoso, nel quale il dovere è al tempo stesso divertimento, e ogni sforzo è gradevole e sensato. Forse i Greci, ecco, loro saranno stati felici.
Noi invece non viviamo in una vera civiltà, una vera cultura. La nostra è una civiltà di massa, meccanizzata ed enigmatica. Tutti hanno la loro parte, ma nessuno ne trae vera gioia. La civiltà di oggi è la somma di tutte le censure.
Se fossi un sacerdote, un artista, uno scrittore, implorerei ognuno di convertirsi alla gioia, inciterei tutti a dimenticare la solitudine, a farla svanire. A volte provo un gran pena nel contemplare gli esseri umani: corrono in modo sfrenato, si affannano inutilmente, mi verrebbe voglia di dire loro << Smettetela di agitarvi !>>. Non sanno che a volte per vivere sereni basta avere semplicemente un po di pazienza, perché l’armonia che cercano tanto affannosamente – e alla quale, con un termine piuttosto vago, danno il nome di felicità – deriva da pochi e semplici accorgimenti.
Dimmi, perché nelle scuole non si insegna nulla sul rapporto tra uomo e donna? E’ una cosa importante, influisce sulla serenità di una persona. Si dovrebbe parlare ai giovani delle gioie della convivenza, non di <<vita sessuale>>, ma di gioia, pazienza, modestia, appagamento.
Amo la verità e il più delle volte non ho sentito altro che bugie. Ma, che cos’è la verità? come si può guarire e imparare a gioire? Umiltà e coscienza di sé. Il segreto è tutto qui.
Umiltà è forse una parola troppo grossa. Per raggiungerla bisogna saper perdonare, bisogna sapersi disporre a uno stato d’animo straordinario. Nella quotidianità basta essere modesti e sforzarsi di capire quali siano veramente i nostri desideri, le nostre inclinazioni, e poi ammetterli senza vergogna. E sforzarsi di conciliare le nostre aspirazioni con le possibilità offerte dal mondo.
Adesso vivo da solo. Sai, nella vita esistono anche grandi rivincite e gioie. Arrivano tardi, in una forma inaspettata e grottesca. Ma arrivano. Bisogna pagare un prezzo molto alto, ma alla fine la vita ce le concede.
Gioia, naturalmente, non è proprio la parola precisa. Un bel giorno ci si scopre tranquilli. Non si desidera più la felicità, ma non ci sente inariditi o ingannati. Un giorno si capisce di aver ricevuto tutto, il castigo e il premio, e di aver ricevuto secondo i propri meriti. Non si tratta di gioia, ma di quiete e condiscendenza. Si arriva anche a questo alla fine, ma bisogna pagare un prezzo altissimo.
Arriva un momento in cui la tua anima si riempe del desiderio di restare solo, ma non si deve barare. Finché agisci per egoismo, cerchi la solitudine per comodità, o per risentimento, sei ancora in debito col mondo e con tutti coloro che costituiscono il tuo mondo. Fino a quando avrai dei desideri, avrai anche dei doveri.
Dapprima la solitudine è pesante, è una condanna e sembra meglio avere qualcuno con cui condividerla. Sono momenti di debolezza. E speri ancora che possa esserci una soluzione.
Io speravo in un miracolo: l’amore, che con la sua forza misteriosa e soprannaturale dissolvesse la solitudine, annullasse la distanza tra due esseri umani, demolisse ogni muro artificiale che società, educazione, passato e ricordi avevano eretto.
L’amore, che dopo anni di peregrinazioni, torna nella sua terra d’origine, a casa. Per un adulto soltanto l’amore è in grado di restituire quell’attesa piena di trepidazione e di speranza, i momenti in cui due persone si cercano, l’attesa e la speranza che le attraggono l’una verso l’altra, un altrove incontaminato e primordiale. A una certa età a letto non ci si aspetta più dall’altro il piacere sessuale, la felicità o l’estasi, ma una verità semplice e profonda: l’autentica consapevolezza che siamo esseri umani, uomini e donne, e abbiamo un compito comune su questa terra, un impegno che forse non è così privato. E’ impossibile sottrarsi a tale impegno, ma lo si può deformare con le bugie.
Dopo una certa età si pretende la verità in ogni cosa, quindi anche a letto, nella dimensione più fisica e oscura dell’amore. E’ importante essere spontanei, riuscire a sorprendere noi stessi con il dono del piacere, e nello stesso tempo, nonostante il nostro egoismo e la nostra avidità, essere capaci di dare con pari generosità, senza calcolo, senza secondi fini, con leggerezza, quasi inavvertitamente.
Ma l’amore, quello vero, è sempre letale. Il suo scopo non è la felicità. E’ una fiamma più sinistra, più tragica. Un giorno si accende il desiderio di conoscere questa passione devastante, quando ormai non si vuole più nulla per sé,  non si cerca l’amore per essere più tranquilli, più appagati, ma si vuole soltanto essere , in modo totale. Questo accade piuttosto tardi nella vita; molti non conosceranno mai un tale sentimento: i prudenti, gli ingordi, i determinati, gli astuti, i borsaioli dell’amore, fulminei nel rubare un sentimento, abili nell’estorcere un pò di tenerezza e intimità, i vigliacchi, gli accorti … gente vile e meschina.
Infine, può anche accadere che un giorno qualcuno comprenda quale sia lo scopo dell’amore, per quale motivo la vita abbia offerto questo sentimento al genere umano. Lo ha fatto per il nostro bene? La natura non è benigna e non ha bisogno delle illusioni umane, vuole semplicemente creare e distruggere. E’ spietata, ha donato all’uomo la passione, ma pretende che questa passione sia senza riserve. In ogni vita degna di questo nome arriva il momento in cui ci si immerge in una passione come ci si lancia nelle cascate del Niagara. Non credo negli amori esuberanti, quella esuberanza nelle fasi iniziali delle relazioni umane: non bisogna assolutamente fidarsi, la passione non ha niente di festoso. Questa forza truce che incessantemente crea e distrugge il mondo, non si preoccupa granchè dei sentimenti umani. Dà tutto e pretende tutto, esige uno slancio senza condizioni, alimentato della stessa energia primordiale della vita e della morte.
Dietro ogni amplesso, ogni bacio, dei veri amanti, si nasconde il desiderio segreto di annientarsi, quel senso estremo di felicità che non scende a patti con nulla, la consapevolezza che il vero modo di essere felici non è mai stato altro che svanire del tutto e lasciarsi completamente andare a un sentimento. E questo sentimento non ha nessun fine.
L’amore, vale a dire la piena espressione della vita, la perfetta comprensione del senso dell’esistenza e, quale suo esito, l’annientamento. Amare significa semplicemente conoscere appieno la gioia, sapersi donare in maniera incondizionata, e poi morire, come la conclusione di tutte le vicende umane.

verità

La donna giusta : Judit


donna 10

Guarda pure la sua foto, guardala bene. Questa l’ho comprata all’epoca in cui facevo la serva in casa loro e lui viveva con la prima moglie.
Non ho mai voluto che si sentisse a suo agio quando veniva nel mio letto. Era proprio questo il problema … In qualche modo, non volevo che stesse bene insieme a me. Eppure, lui, poverino, aveva fatto davvero di tutto per me, ne aveva fatti di sacrifici ! Aveva rotto con la sua famiglia, con il suo ambiente, e rinunciato alle sue abitudini. Aveva deciso di fuggire da tutto per rifugiarsi da me. Forse è proprio per questo che non sono mai riuscita a riconciliarmi con lui. Era solo uno che un bel giorno decide di emigrare in un posto affascinante e una volta là si sposa con un’indigena e quando è insieme a lei, pensa ad altro. Alla sua casa, alla sua patria lontana? Forse. Questo mi dava sui nervi. Ecco perché non volevo che si sentisse davvero contento quando era insieme a me, a tavola o a letto.
Quando andai a letto con mio marito per la prima volta, il suo odore mi prese alla gola, era un profumo maschile sofisticato, che conoscevo fin dai tempi in cui gli stiravo le mutande e gli mettevo in ordine l’armadio della biancheria… E mi sentivo così felice che per l’emozione del ricordo mi venne la nausea. L’altra, la prima moglie, se n’era andata perché nemmeno lei sopportava quell’odore? Non lo so. Io so soltanto che la prima notte che passai con mio marito mi pareva quasi di non essere a letto con un uomo, ma con un odore, estraneo e artificiale. Ma poi ci feci l’abitudine. Ci si abitua a tutto nella vita.
Avevo un conto corrente in una banca dove versavo il mio guadagno personale e un giorno mio marito trovò per caso tra la posta l’estratto conto. Non mi disse niente, ma si vedeva che ci era rimasto male. Pensava che una che ormai faceva parte della famiglia non avrebbe dovuto guadagnarci su. Lo capisci tu, questo? Io ancora oggi non ci arrivo. Mio marito sapeva sorridere in un modo meraviglioso. Certe volte, dall’invidia, mi veniva quasi voglia di avvelenarlo per come sapeva sorridere. Sorrideva pure quando lo ingannavo. Qualche volta l’ho messo pure alla prova. L’ho ingannato a letto, e sono rimasta ad osservarlo. Poteva essere pericoloso e mi sentivo eccitata all’idea di quel rischio. Lui di sicuro se ne accorgeva, e invece di tirare fuori un coltello per infilzarmi mi sorrideva. Tutta la storia è stata inutile perché in cuor mio ho sempre odiato mio marito. Ma l’ho anche adorato, come una pazza.
L’ho capito nel momento in cui me lo sono visto venire incontro, là sul ponte, dopo l’assedio. Mi guardava e sorrideva, ma non credere che il suo fosse un sorriso sarcastico oppure presuntuoso. Aveva anche lui passato un bel po di tempo nei rifugi sotterranei. Era pallido, ma per il resto era tale e quale a come era sempre stato. L’impressione era data dal forte contrasto tra lui e l’ambiente circostante, come se un prezioso oggetto da museo all’improvviso fosse stato collocato in una squallida stanza di una casa proletaria. Bé, mio marito non era un’opera d’arte come la statua di Mosè. Eppure, nel suo genere, era davvero una specie di oggetto pregiato finito chissà come in mezzo alla strada … E sorrideva.
Ci dicemmo addio in silenzio. Lui proseguì lungo la riva del Danubio, io mi avvicinai all’imboccatura del ponte. Mi voltai di nuovo a guardarlo mentre si allontanava a passo lento ma sicuro, come chi sa benissimo dove sta andando, e cioè verso il nulla. E quando lo sai che quella è l’ultima volta che vedi qualcuno, ti sembra quasi di impazzire. Quell’uomo mi aveva sconvolta. Di colpo sentii di non avere più nessuna meta e che non gli portavo più nessun rancore. Ed ebbi un colpo al cuore perché, anche se io quell’uomo non l’ho mai amato, era come se avessi perduto qualcosa di prezioso.

 

La donna giusta : Peter


man

Hai conosciuto la mia prima moglie?
La prima era una creatura magnifica. Intelligente, onesta, bella, colta. Qual’era il problema allora? Perché non sono riuscito a vivere con lei? Che cosa mancava? Lei era perfetta, non posso dire di non averla amata. Qual’era allora il problema con quella donna? Ero io. E’ stata la superbia, la paura e la vanità. Le persone non osano accettare il dono dell’amore, ci vuole un gran coraggio a lasciarsi amare incondizionatamente. Un coraggio che è quasi eroismo. La maggior parte delle persone non sa amare né lasciarsi amare, perché è vigliacca o superba, perché teme il fallimento. Si vergogna a concedersi a un’altra persona, e ancor più ad aprirsi davanti a lei, poiché teme di svelare il proprio segreto … Il triste segreto di ogni essere umano: un gran bisogno di tenerezza, senza la quale non si può resistere. Ho fallito proprio in questo. Non avevo il coraggio di vivere con la donna che mi amava; non ero capace di accettare il suo affetto, mi vergognavo, e la disprezzavo perché pensavo che che cercava di estorcermi il dono dell’amore. Non sapevo che non c’è niente di cui vergognarsi nella vita, solo della propria viltà: è per viltà che non si è capaci di dare o non si ha il coraggio di accettare i propri sentimenti.
Quella donna è ancora viva. E vive sola. Non ci frequentiamo, perché è ancora innamorata di me. Lei mi ama ancora, non amerà mai nessun altro. Non porta rancore, perché tra persone che si sono davvero amate non può esserci astio.
Una volta mi sono imbattuto in una donna, era un’amica di mia moglie, mi raccontò che Marika le aveva parlato di me, avevano parlato di tutto, che mi amava moltissimo, che si era sentita morire quando ci eravamo separati, ma poi si era calmata perché aveva capito che io non ero l’uomo giusto, o per meglio dire, che neanche io ero l’uomo giusto, anzi, per essere ancora più precisi, che in generale l’uomo giusto non esiste.
Con il passare del tempo mi sono reso conto che Marika aveva mentito. Non è vero che non esiste la persona giusta. Per lei io ero stato l’unico. Io non ho avuto nessuno, nessuno di così importante, né la seconda, né nessun’altra. Ma di tutto questo non ero ancora consapevole. E’ incredibile quanto tempo ci voglia per impararlo.
So di aver ucciso una parte di lei – una parte l’ho uccisa io, una parte la vita, una il caso, e una anche la morte del bambino. E’ così che ci uccide la vita.

Chi era la seconda? … Lei non era una borghese, era una proletaria, una plebea. La seconda era una serva. Lavorava in casa nostra come domestica. Che cosa è successo? Niente, cose di questo genere, come la passione, gli eventi decisivi nella vita di una persona maturano nel tempo, con estrema lentezza. Non posso nemmeno dire che sin dall’istante in cui la vidi io sia stato travolto da una passione ardente.
Sei mesi dopo la separazione da Marika, sposai Judit Aldozo. Speravo di avere una donna che dissolvesse la solitudine della mia esistenza. Ma lei era mossa da un’ambizione davvero tremenda, come un giovane soldato che vuole invadere e sottomettere il mondo intero. Non aveva paura di niente e di nessuno. Temeva soltanto una cosa: il proprio risentimento, il rancore tremendo e inestinguibile che covava in fondo all’anima e si sforzava di soffocarlo, con le azioni, le parole, i silenzi …
Io non lo capii. E già la prima sera mi accorsi di un qualcosa che notai anche in seguito. Lei voleva sempre qualcos’altro, aveva una perenne insoddisfazione. Che cosa voleva? La vendetta, tutto. Aveva a modo suo ingaggiato una specie di lotta di classe contro di me. Io incarnavo il mondo per il quale lei aveva sempre provato un desiderio smisurato, un’invidia disperata e morbosa, una lucida follia che l’aveva resa così infelice che, quando riuscì finalmente a riversare su di me tutte le sue aspirazioni, non ebbe più pace. Poi Judit si saziò di quanto il mio denaro poteva offrirle; aveva divorato tutto quel che aveva potuto, come un bambino ingordo, fino alla nausea. A quel punto subentrò la delusione e apatia, si era resa conto che nella vita nessuno riesce a tenere il passo, impunemente, con i propri sfrenati desideri.
Passò un anno prima che scoprissi che Judit mi derubava. Mi rapinava per bene, mi spogliava sistematicamente di ogni mio avere, in silenzio, con il sorriso sulle labbra, mostrandomi conti fasulli e nascondendo i soldi. Vivevamo tranquilli e beati, Judit rubava e io la tenevo d’occhio. Ebbe così inizio l’epilogo della nostra storia. Poi un giorno venni a sapere che non mi stava privando soltanto dei quattrini ma anche della stima di me stesso. Lo scoprì a letto. E fu talmente doloroso. Fu un solo sguardo, in un momento di intimità e di tenerezza. Avevo chiuso gli occhi, e poi li avevo riaperti all’improvviso. E nella penombra vidi un volto che sorrideva con un’espressione diffidente, smaliziata e sarcastica. Scoprì che Judit , a letto e fuori dal letto, non mi amava, mi serviva.
Ne ho sofferto molto. Ma non l’ho cacciata via subito.
Se ne andò evitando ogni protesta, non alzammo la voce nemmeno per un attimo. Sulla soglia si voltò e aveva lo stesso sguardo silenzioso, interrogativo e distaccato di quando l’avevo vista la prima volta nell’ingresso.