Non ti ho dimenticato


Non ti ho dimenticato,

La quiete della notte
Ora sono così, dormo protetta da una placida notte, non mi turba inverno e non ci sarà più estate. Non ho dovuto viaggiare o cercare molto, sono sempre stata qui, solo che le mie radici sono diventate tanto profonde quanto alta è la mia cima. Tutto passa su di me ma io sento solo il Tempo. (Daniela)

e vedi,
non ti sto cercando,
perché so che non ti troverei,
e mal sopporto di girarmi, 
per andare via,
e mal sopporto la lontananza delle stelle,
rimanere ad osservare per ore,
e poi,
raccogliere soltanto una scia.
Non ti ho dimenticato,
e vedi,
non ti sto cercando,
perché so che non ti troverei,
sai nasconderti bene,
come i gatti che osservano non osservati,
e non sai mai se salteranno da terra,
per una nuova altezza,
o per mostrare,
indifferenti,
tutta la loro bellezza.
E allora vorrei di nuovo incontrarti,
e chiedo al ‘caso’ di cercarti per me,
come la prima volta è stato,
quando il tempo si distrae, può succedere di tutto,
perfino ritrovare un ricordo,
o una lontananza,
che l’unità di misura è il desiderio
e non la distanza.
Cosa vuoi sapere di più,
d’un qualcosa che non è neppure un saluto.
Cosa vuoi sapere di più,
d’una parola sacrificata,
di questo tacere.. muto.

Andrea Zorretta
da “Non ho ancora ucciso nessuno”Miraggi Edizioni

Dirsi tutto


 

uno di uno

Doveva essere un atto umile
Presentarsi prima del tempo
Già arrivati – o consapevoli
Reliquie: dove?
Cancellare i trapassi, prezzo dei
Giri nella porta, tu la vedi è
Danneggiata da mesi –
Fino a qui: dove?

Ma parliamo di te, degli umori
Che sono morsi inascoltati,
Di quel soffitto che nascondeva
I rubinetti
Il peso del legno, gocciano
I momenti vani
Io non lo so, ma
Parlami di te.
Di quello che devo fare

Nessuno si accorge che sotto
Il pelo di un cane un’anima non può
Rispondere. Ma parlami di
Me, ancora il sapore del minimo
Confronto, un nuovo mio piacere
Nel piede che scende sul lenzuolo nuovo.
E fino a qui: dove?

Senza palpito ma con una irrequieta
Voglia di sapere
Oltre i soliti echi allo specchio,
Ma parlami di te, di me – non può
Il sempre ricostituirsi così,
Senza avviso.
Qualcosa vorrà pur dire
Guardare il mare e senza dirsi
Niente
Pensare a volere essere custoditi

Solo nel male
Si sono piegati i desideri di fuga e di
Disprezzo. E le parole non uscivano sotto
Quel buio che mai domanda.
Non potevo essere altro se non
Questo
Il giusto riconoscersi nel dito che
Punta lo specchio

me at mirror

Uno di Uno


tre.jpg

C’è un impulso vero
E pochi sobbalzi – entusiasta.
Io so cosa fare:
Sentire senza pace le cose
Dicevi che è un dono
<<Un dono che fa male>>
Ma io guardo sotto
E’ perfetto nella sua
Inconsistenza – mare
Non può salire
Regge il suo farsi senza fondo
Nel pozzo che vedo anche io
Perché soffro i silenzi come un
Neonato
E solo le comete conoscono
I passaggi – tra sinapsi e globuli
Sparerei un canto che è solo
Sangue trattenuto

Ma quanto bene mi fa
Guardarti dopo anni senza volerti
Musa
Per dirmi quello che rimane fuori
Dalle parole – le altre
Quelle che non si dicono
Con il peso dell’ironia e l’abisso
Facile – è così, è così:
Sentirmi lontana dal mio sentimento
E fingermi a posto.

Dovrei rispondere solo a me,
Dici che troverei la meraviglia
Ma quel verso non sai indirizzarlo
Io non voglio alcun atto
Nel teatro qui sotto
Io pretendo il mare in cima
Che resta:
Ci sono cose che ritornano
E non avvisano
Le vedo,tra una mano mai chiesta
E la voglia di intrufolarsi
Nel giardino privato
Con il piacere di una sola carezza.
Nessuno apre
Ma non chiederti le cause
Vale solo la forza degli effetti,
Come guardare il vento che passa
E volerne prendere parte
In mezzo a una forma,
A un amore che squilla.

La Poesia, un dono che fa male


tre di uno

Avevo già pubblicato qui sul blog la poesia di Beatrice Cristalli “Del buio esaurito”, come inedita. ed ora è stata pubblicata nel suo primo libro di poesie insieme ad altri suoi componimenti: Tre di Uno. Attendevo questa pubblicazione perché fin dai primi versi che ho letto di questa autrice ho provato la gioia e l’imbarazzo di chi viene riconosciuto e rivoltato come un calzino.
Beatrice crede nella connessione possibile tra la parola (in ebraico Dabar) e lo spirito: la poesia è la parola che si realizza, dallo spirito si concretizza e diviene realtà.
Tre di Uno, ho pensato leggendo il titolo all’uomo come Dio, Uno e Trino: l’uomo che si manifesta in pensiero, parola e azione, e nella poesia la parola diviene creatrice nel momento stesso in cui è proferita.
Le parole sono importanti (citazione …) e Beatrice le conosce bene, sa che non è facile riuscire nell’intento del poeta di catturare le risposte, come bene dice nella bellissima poesia “Lei chiama Michele” : perché è troppo facile rispondere ed esistere insieme.
Le sue poesie si leggono con lentezza perché composte di poche parole ma cariche di senso. Si avvertono tutte le emozioni, paure, tentativi continui, ma “io so cosa fare: sentire senza pace le cose. Dicevi che è un dono. «Un dono che fa male» , eppure “Di poesia e sentimento Io sarò persa in un vuoto alla rovescia; Per stare bene ma sentire tutto”.
Vi riporto in altri due articoli due poesie tratte da Tre di Uno e vi consiglio di leggere il  suo libro, parole in forma di poesia che celano delicatamente il senso, il sentimento fragile e umano.

Bukowski le donne e l’amore


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Henry Charles Bukowski, noto anche con lo pseudonimo Henry Chinaski, suo alter ego letterario, è stato un poeta e scrittore statunitense di origine Russa.
Amo molto il suo modo di scrivere in maniera realistica i rapporti con le donne e il suo modo di parlare (non di “pensare”) l’amore, senza idealizzazioni; relazioni e sentimenti vissuti al di fuori di schemi e ruoli, donne amate interamente, completamente, senza aspettative o ideali di bellezza fisica, felicità, sogni da inseguire. Riporto qui le sue frasi e poesie che più sento vicine al mio modo di essere e a come ho vissuto l’Amore.

Tutto si riduce all’ultima persona a cui pensi la notte:
è lì che si trova il cuore.”

L’amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa star bene, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi?
Il fatto è che non le incontri.

Cosa rimpiange di più della vita: le donne, l’alcol o la poesia?”
“Lasciare mia moglie con questa pila di niente. Però vorrei che lei sapesse che tutte le notti dormite accanto a lei, anche le discussioni inutili, erano sempre cose splendide.
E le più difficili delle parole che ho sempre avuto paura a dire ora possono essere dette:
ti amo.

 

Non ho smesso di pensarti 

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.

A volte

A volte mi manchi così tanto
che credo di non farcela.
Poi ce la faccio,
però mi manchi lo stesso.

Io avevo ancora un po’ di cose da dirti e da darti

Io avevo ancora un po’ di cose da dirti e da darti.
Tipo che quel libro, poi, l’ho letto. Che mi è piaciuto.
Che i tuoi occhi non brillano più come prima ma mi piacciono lo stesso.
Che il gelato, come lo fa quel negozio all’angolo, non lo fa nessuno.
L’hai mai mangiato? Ci vieni con me? Altrimenti, con chi vai?
Che non sorrido poi così tanto a tutti ma con te di fronte mi risultava impossibile.
Avevo ancora tante cose da dirti e da darti, tra cui baci, carezze,
qualche abbraccio qui e lì. Qualche cucita sul cuore; forse, qualche ferita.
Avrei voluto metterti a posto i capelli, la camicia, i pensieri.
Quegli occhi che muovi troppo spesso, quelle labbra che tocchi sempre.
Avrei giocato con i tuoi nei e con la tua risata strana.
Avevo tante cose da dirti e darti, ma tu non le hai volute.
Io le tengo per me
E tu
Tu,
Non lo sai cosa ti sei perso.

Allora, tu dici che le tue ossessioni sono dure a morire?

Allora, tu dici che le tue ossessioni sono dure a morire?
È questo che sono gli uomini? Ossessioni?
Non ti viene mai voglia di dare un taglio al gioco del dolore
e della caccia e degli scacchi e delle corna?
Non riesci a formulare un giudizio di valore?
Non riesci a scegliere qualcuno?
Qualcuno accanto a cui coricarti
e guardare il soffitto e ascoltare musica,
fumare sigarette, parlare, ridere e lasciarti andare?
Non ti farebbe sentire bene il fatto di diventare qualcosa?
Cazzo. Qualcuno dovrebbe esserci.
Una persona per un’altra persona,
anche se dovessi essere tu stessa.
È su questo che sto lavorando:
me stesso per me stesso, piano piano,
e poi forse potrò aprire la porta a qualcun altro.

 

Brave e buone ragazze

ho bisogno di una donna perbene,
più che di questa macchina da scrivere,
più che della mia automobile,
più di quanto abbia bisogno di Mozart;
ho così tanto bisogno di una donna perbene
che la sento nell’aria,
la sento con la punta delle dita,
vedo marciapiedi costruiti
solo perché vi si posino i suoi piedi,
vedo cuscini per la sua testa,
sento la mia risata imminente,
la vedo che accarezza un gatto,
la vedo che dorme,
vedo le sue pantofole sul pavimento.
so che esiste
ma in quale angolo del mondo si trova
se sono le puttane che continuano a scovarmi?

Sentiremo il sapore delle isole
e del mare

so che una certa notte
in qualche camera da letto
presto
passerò
le dita
tra
capelli
soffici e puliti

canzoni che nessuna radio
trasmette

tutta la tristezza si scioglierà
in un sorriso.

Sei incancellabile tu

“Succede che una mattina ti svegli e vedi che fuori non piove più e allora ti chiedi – beh? Che è successo?
Ecco, quella mattina successe a me che da tanto tempo non amavo, ma non per chissà quale motivo, non amavo e manco io sapevo il motivo preciso, ma forse sì che lo sapevo: che senso poteva avere per me l’amare se non amare che te?
Quella mattina io avevo una gran voglia di dirti – ti amo -, almeno credo.
Quanto mi manchi amore mio. Certo, io lo sapevo già dentro di me di questa cosa che mi manchi ma l’ho capita bene solo quando fuori ha smesso di piovere e a me mi giocava il cuore.
È che prima avevo la scusa per non vedere il sole, pioveva, mica era colpa mia, ma le nuvole ora sono andate via portandosi dietro tutte le scuse. Ok, tu non ci sei, ok, ma va bene, va bene anche se va male, va bene perché io ti amo lo stesso.

C’è come un diario che ho chiuso nel petto, sento che devo tirarlo fuori e devo farlo senza schemi se non gli schemi che mi porto nel cuore.
Ah! Mannaggia mannaggia, mannaggia al cuore che non sa far calcoli ma che pure spesso sbaglia i conti.
Ma io non ero riuscito a dirti quel ti amo.
Era una primavera quando andasti via, lo ricordi? Io cercavo di farmi forza, la vita andava avanti sentivo dirmi da tutti.

Quando te ne sei andata io mi sono un po’ rimbecillito.
Mi persi, diciamoci la verità, perdendoti io mi persi. E tu? Ah! No scusa, non volevo chiederti se anche tu ci sei rimasta male, era un e tu come stai? Roba del genere insomma, un e tu cosa fai ora? Che stai facendo adesso, adesso è in questo momento, che stai facendo in questo momento? Non mi interessa cosa stai facendo nella vita, io non ci sono più nella tua vita, cosa vuoi che mi importi?
Sicuramente starai facendo tante cose belle, bellissime, ma a me importa adesso, adesso adesso mi importa, adesso in questo momento. Io adesso ti sto pensando facendomi del male. Io vorrei non pensarti ed averti invece qui, qui vicino a me.
Ma non ci sei. Non voglio pensarti ma non lasciarmi solo, non andare via anche dai miei sogni.
Tu dolce ferita mi tagli il cuore, ma io sorrido sai? Non mi fa male questo maledetto male. Sorrido perché dentro ci sei te e ti vedo, almeno posso vederti. Ti vedo pure che dai un bacio a quello lì e questo un pò a dirti il vero mi fa arrabbiare.
Ma tu non lasciarmi lo stesso, tienimi con te pure se sono arrabbiato.
Tienimi con te. Non mi fa male la ferita al cuore, no, non mi fa male, sei tu che non ci sei, non andare via oltre.
A volte mi sento tanto forte da poterti dire che non esisti senza di me.
Ma non è vero sai? È che ci provo ad andare avanti, bisogna comunque provarci o almeno provo a convincermi che bisogna provarci.
Fossi riuscito a dirti ti amo oggi me ne fregherei della pioggia che smette o che non smette, facesse cosa cavolo vuole la pioggia, fossi riuscito a dirti ti amo io ora non sarei qui a pensare a dimenticarti senza cancellarti.
Sei incancellabile tu.
Sei come quelle macchie di inchiostro sul taschino della camicia, solo che sulla camicia ci puoi mettere una giacca, un maglioncino, ma su di te cosa ci posso mettere?”

Bisogna saper andar via

Ad un certo punto bisogna saper andar via. Io sono il tipo che vuol sempre restare fino all’ultimo, fino a che la festa non è finita, finché c’è vita c’è speranza, fino a che non mi dici chiaramente che è ora di andare. Invece dovrei imparare a sparire, a un certo punto, perché tanto alle persone piace sentire la mancanza di qualcuno, più della sua presenza. Fanno così: dicono che vorrebbero qualcuno che non se ne vada mai, poi lo trovano e sai a chi pensano? A chi non c’è.

Non andartene docile in quella buona notte


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Ho scoperto questa poesia vedendo il film Interstellar. L’autore è Dylan Thomas e la scrisse in dedica al padre morente. Mi ha colpito molto l’atteggiamento del poeta nei confronti della morte e il suo invito a non accettare in maniera docile la fine della vita.
Personalmente ho letto il monito del poeta “infuria, infuria, contro il morire della luce” come rivolto più in generale a chi si arrende e si lascia andare senza lottare.
I saggi, gli onesti, gli impulsivi e gli austeri sono citati come esempio di chi credendo combatte, sapendo che dalle loro azioni avranno l’unico modo per non abbandonare la luce, la vita, attraverso la consapevolezza soprattutto dei loro errori, dei loro limiti, che possono superare infuriandosi, compiendo una scelta, prendendo una decisione.

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare quando cade il giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi sappiano che la tenebra è inevitabile,
visto che dalle loro azioni non scaturì alcun fulmine,
Non se ne vanno docili in quella buona notte,

Gli onesti, con l’ultima onda, gridando quanto fulgide
le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
imparando troppo tardi d’averne afflitto il percorso,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, in punto di morte, accorgendosi con vista cieca
che gli occhi spenti potevano gioire e brillare come meteore,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura, ti prego,
Condannami o benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

Questi errori ci hanno inevitabilmente spinto sulla traiettoria del fallimento. Ma abbiamo ancora una scelta a nostra disposizione. Possiamo infatti decidere di arrenderci, di lasciarci trasportare dall’entropia verso l’inevitabile sconfitta, oppure…

…oppure possiamo decidere

 

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio


Daryl Zang
Artista, Daryl Zang

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio:
chiarità assoluta, trasparenza rotonda.
Limpidezza il cui grembo, come il fondo del fiume,
con il tempo si afferma, con il sangue si affonda.

Che lucenti e durevoli materie ti hanno fatto,
oh cuore pieno d’alba, mia pelle mattutina?
Io non voglio altro giorno che non sia dal tuo seno.
Il tuo sangue è il domani che giammai si conclude.

Solo il tuo corpo è luce, sole: il resto è tramonto.
Io non vedo le cose che al lume del tuo volto.
Altra luce è lo spettro, niente più, del tuo passo.
Il tuo sguardo insondabile mai si volge a ponente.

Chiarità senz’alcun declino. Somma essenza
del lampo che non cede né abbandona la cima.
Gioventù. Limpidezza. Chiarità. Trasparenza
che fa vicini gli astri di fuoco più lontani.

Chiaro il tuo corpo bruno di fiamma fecondante.
Erba nera l’origine, erba nera le tempie.
Un sorso nero gli occhi e lo sguardo distante.
Giorno blu. Notte chiara. Ombra chiara che vieni.

Io non voglio altra luce che l’ombra tua dorata
dove spuntano anelli di un’erba che dà ombra.
Nel mio sangue, con fede dal tuo corpo incendiato,
per tutto il tempo è notte: per tutto il tempo è giorno.

Miguel Hernández
© Rivista Poesia (N. 286, ottobre 2013)

Baudelaire – Credere, Scrivere, Ricordare


 

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Baudelaire è una canzone dei Baustelle, estratto dal loro album Amen, pubblicato nel 2008. Non è molto amata dal pubblico per il testo un po particolare. Io l’adoro. Ecco il testo:

(La domanda è: secondo te, a cosa serve vivere?)

Satana è all’inferno per te
Ed è più moderno di te 
Avremo divani fondi come tombe 
Stando a quanto dice Baudelaire 
Cristo muore in croce per me 
Pietro brucia in croce per te 
Santa è la bellezza 
Tanta è la paura 
Fai come faceva Baudelaire 
Pasolini è morto per te 
Morto a bastonate per te 
Nello stesso istante 
In qualche altra spiaggia 
Si è fatto l’amore 
Uniti contro il mondo 
E’ necessario credere 
Bisogna scrivere 
Verso l’ignoto tendere 
Ricordati Baudelaire 
Caravaggio è morto per te 
Luigi Tenco è morto per te 
Nei fiori dei campi 
Vive Piero Ciampi 
Bisogna studiare Baudelaire 
Saffo s’è ammazzata per noi 
Socrate suicida per noi 
Vivere per sempre 
Ci vuole coraggio 
Datti al giardinaggio dei fiori del male 
E’ necessario vivere 
Bisogna scrivere 
All’infinito tendere 
Ricordati Baudelaire. Baudelaire. 

« Nel testo vengono citati quei personaggi che più hanno rappresentato la figura del personaggio autodistruttivo, che riesce però a rendersi immortale attraverso la propria arte. Baudelaire e Pasolini sono accomunati da questo, e le loro vite ci spingono alla riflessione su quale sia il senso della vita. » (Fonte Wikipedia)

È NECESSARIO CREDERE, BISOGNA SCRIVERE, VERSO L’IGNOTO TENDERE.

È NECESSARIO VIVERE, BISOGNA SCRIVERE, ALL’ INFINITO TENDERE. RICORDATI …

Bisogna fare come Baudelaire. “Avremo divani fondi come tombe” è un riferimento ad una delle poesie della raccolta I fiori del male : La morte degli amanti

Avremo letti pieni di profumi leggeri,
divani profondi come tombe,
e sulle mensole fiori strani,
dischiusi per noi sotto cieli più belli.
A gara bruciando gli estremi ardori,
saranno i nostri cuori due grandi fiaccole,
specchianti le loro doppie luci
nei nostri spiriti, specchi gemelli.
Una sera fatta di rosa e di mistico azzurro,
ci scambieremo un unico bagliore,
come un lungo singhiozzo, grave d’addii;
e un Angelo più tardi, schiudendo le porte,
lieto e fedele verrà a ravvivare
gli specchi offuscati e le fiamme morte.

Baudelaire parlava della ‘morte dell’arte’ cioè la morte intesa come sacrificio artistico, l’idea di accomunare arte e vita.

“Il messaggio non è cercare nell’arte la soluzione al male di vivere o trovare un motivo per vivere nell’arte, ma cercare di vivere la vita come se si stesse creando un’opera d’arte. Il testo di Baudelaire parla della possibilità di applicare il metodo di creazione, tipico dell’arte, alla vita; non invita tutti a fare i poeti, i pittori o i musicisti per stare meglio, ma a vivere come se si stesse creando di continuo un’opera d’arte. La canzone funziona anche in quanto elenco di personaggi che con la loro vita si sono meritati l’eternità. Il significato è proprio quello: non prenderli ad esempio per la brevità della loro vita, ma per quello che possono insegnarci” ( intervista tratta dal libro I Baustelle mistici dell’Occidente – un’assurda specie di preghiera che sembra quasi amore, di Paolo Jachia e Davide Pilla, ed. Ancora, Milano 2011)

 

Un treno partì


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Un treno partì in orario.
La destinazione non era mai stata nostra.
Scegliemmo il tragitto più lungo.
La distanza nella distanza.
Nessuna fermata nel raggio dello sguardo.
Partimmo per restare nell’altro.
La partenza nella partenza.
Arrivare non è più importante.
Il luogo da raggiungere è dovunque qui.
Qui dove tutto è rimasto identico
i profumi i rumori sono gli stessi. Chi li percorre?
Li percorriamo al contrario
senza memoria ciechi senza risposta.

No. Non riuscimmo a fermarlo il vento.
Entrò nel passato.
Spazzò le foglie dal paesaggio. Spazzò i volti.
Entrò per restare un’ombra.


Domenico Brancale – Per diverse ragioni
 (Passigli, 2017)

E’ questione di tempo


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E’ questione di tempo
cancellarsi allo specchio
guardare fuori con le parole
che non sono state buttate fuori
e sparire nel
pezzo di vetro
che fissa scarno,

gli occhi non sono i tuoi né i miei

la trasparenza è rimasta
in un altro continente
dove gli uccelli  non sono appassiti.

Non cercare, non toccare
la notte non è più nostra.

L’acqua è fatta a pezzi.

 

inedito di Violeta Medina Méndez