Jannis Ritsos – gomitolo di piume


(Dipinto di Ramon Casas i Carbo)

GOMITOLO DI PIUME 

Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo

mi chiederanno la loro voce un giorno, quando andrai.

Ma io non avrò più voce per ridirle allora. Perché tu eri abituata

a camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,

gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani

sui ginocchi, mettendo in mostra provocante

i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così – dicevi;

ricordarmi così coi piedi sporchi; coi capelli

che mi coprono gli occhi – perché ti vedo più profondamente così. Dunque,

come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così

sotto i bianchissimi meli in fiore in nessun paradiso.

 

“quando andrai”, quando più non ci sarà la possibilità di vivere concretamente l’oggetto del desiderio, quel corpo che  è stato vissuto tacendo (e in questa parola c’è tutto il senso della composizione), sentirai dentro di te quello che hai provato su quel corpo, ma non ci saranno parole per poter descrivere: anche se vorrebbe, la “poesia non ha voce” . “Devi ricordarmi così… coi piedi sporchi e i capelli che coprono gli occhi… perché ti vedo più profondamente così “. Lei aveva gli occhi coperti ma lo vedeva bene, profondamente. Lui vedeva soltanto dei piedi sporchi. Dunque, nel ricordo, al poeta non resta che il silenzio e confessare che la più alta poesia erano quei piedi, “bianchissimi meli in fiore “(e non sporchi e impolverati); in nessun Paradiso la Poesia ha mai camminato così, cioè era perfettamente espressa come in quei piedi. Il corpo che il poeta vedeva era un “gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia”, una donna che camminava a piedi nudi e diceva “ricordami così”, quasi un ammonimento all’uomo che la guarda sapendo che domani non ci sarà e resterà solo il ricordo. Ma di cosa? La sua dolcezza e passione, piume seta e fiamma selvaggia, il dono di sé ad un uomo che lo ha vissuto tacendo e che ora non può dire più nulla.

 

 

Me? sarcastic? Never.


Ho notato che pubblicando gli articoli “I grandi classici della poesia italiana” letti da Carmen di Pietro, non è stata colta l’intenzione sia mia che quella della stessa Di Pietro che legge le poesie: sarcasmo. Personalmente quando ho visto i video su YouTube mi sono piegata dalle risate, poi ho trovato la cosa geniale perché ironica, e la stessa Di Pietro usa l’ironia consapevolmente per sopperire alla sua goffaggine.

a30d0f5985ecee0aead6ff7ac26215fdSono ironica lo sapete, prendere tutto troppo sul serio fa perdere di vista l’essenziale delle cose.

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I grandi classici 1.Quasimodo “Ed è subito sera” 2.Ungaretti “M’illumino di immenso”


I grandi classici della poesia italiana letti da Carmen di Pietro: bravissima, una vera lectio magistralis.

Ognuno sta sul cuor della terra?

trafitto da un raggio di sole?

ed è subito sera? 

 

I grandi classici .Carducci “Pianto antico”


Altra lectio magistralis della bravissima Carmen di Pietro. Nessuno raggiunge i suoi sublimi livelli d’ interpretazione, impareggiabile  !!!!!

L’albero a cui tendevi la pargoletta mano il verde melograno, da’ bei vermigli fioooor? 

Nel muto orto solingo, rinverdì tutto or ooora? 

E giugno??? lo ristora di luce e di calooor?

Sei ne la terra fredda? sei ne la terra negra?

Né il sol piú ti rallegra né ti risveglia amooooooooor?

I grandi classici .Anonimo “La befana vien di notte”


Un sentimento profondo invade il mio animo al suono della voce di Carmen di Pietro che legge una delle poesie più belle legate alla mia infanzia, un sentimento nostalgico e corale che appartiene un po a noi tutti.

La befana vien di notte?  Con le scarpe tutte rotte? È vestita alla romana? Viva viva la befana? 

Ti amo ma non posso spiegarti – Guido Catalano


“ti amo, ma posso spiegarti”

Le dissi

“un ottimo titolo per un libro di quelli che vanno adesso”

mi disse

“sì ma io te lo dissi per davvero”

le dissi

“non sprecarlo con me, facci un bel romanzetto di giovanilismo alla moda”

mi disse

“ma scusa, cristomadonna, io ti dico una frase d’amore e tu mi dici di farci un titolo di merda?”

le urlai

“non t’incazzare, lo dico per te, con un buon titolo hai fatto il cinquanta per cento”

mi sussurrò

“allora senti questo” le dissi “cazzi ne hai presi più tu che un esercito di mignotte da sbarco”

“sei un cretino, e poi è vecchio, e poi l’Einaudi non te lo passa”

“e la Feltrinelli?”

“neanche”

“la Mondadori?”

“manco la Mondadori”

“dici?”

“dico”

“ci vieni con me a limonare duro al concerto degli ACDC conosco uno che monta i palchi e ci fa entrare gratis?”

“no”

“guarda che non è una proposta, è un titolo”

“fa schifo”

“dici?”

“dico”

“mi trovi basso?”

“sì”

“mi trovi grasso?

“sì”

“potresti trovarmi se mai mi perdessi?”

“farei del mio meglio”

“quindi?”

“quindi mettiti comodo e spiegami dettagliatamente questa cosa curiosa che mi ami, cercando di essere convincente come se stessi tentando di persuadere un intero plotone d’esecuzione pronto a far fuoco sul tuo corpo inerme, a graziarti ”

“come titolo non è un po’ lungo?”

“fai tu”

Guido Catalano

Forse


L’insostenibile leggerezza dell’essere, essere distanti e estranei alla vita dell’ altro, solo così si riesce ad amare ( per alcuni ) e il sentimento resta puro perfetto e per sempre. Ma resta “insostenibile” perché non reale, non vissuto. “Mi basta sapere che mi ami, che sei felice, che ami un’altra donna, che esisti al di là di me e che dentro di te mi porterai sempre . È così anche per te? Sei riconoscente  alla vita che io ci sia? ” Il romanzo di Kundera non mi ha mai convinta fino in fondo. La poesia è molto bella, ma per me l’amore vissuto con leggerezza è insostenibile.

Forse ti voglio bene.

Forse ti voglio molto bene.

Ma proprio per questo

sarà forse meglio

che rimaniamo così come siamo.

Forse un uomo e una donna

sono più vicino l’uno all’altro

quando non vivono insieme

e sanno soltanto di esistere,

quando sono riconoscenti l’uno all’altro

solo perché esistono

e perché l’uno sa che l’altro esiste.

E alla loro felicità questo basta.

 

– Milan Kundera –

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La sostanza dove io manco


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Gerard Schlosser

Mariangela Gualtieri da Antenata

La sostanza dove io manco è tutta avvolta nella coperta di lana.
Di quelli che più volte ho toccato ricordo le 
mani le facce le pance le voci le pettinature.
Mi stanno 
aiutando.

Enigma: io sono la mancanza – la mancanza che sono – sono ciò da cui manco – sono tutta mancanza – e non c’è nostalgia – neppure lontananza – essendo ciò che 
manca – adesso e sempre – io