Quando la Morte si confonde con l’Incoronazione
– scomparsa della Bestia –

[ Poesia dedicata al rapporto tra Natasha Kampush, di dieci anni, e il suo rapitore trentaseienne Wolfgang Priklopil. La loro reciproca dipendenza si è conclusa dopo otto anni con la fuga di lei e il suicidio di lui. Potremmo sintetizzare gli avvenimenti ricorrendo alla Sindrome di Stoccolma, quella condizione psicologica per la quale la vittima di una rapina o di un sequestro manifesti sentimenti positivi che talvolta arrivano fino all’innamoramento, nei confronti del loro aguzzino. ]
Io mi provo ogni giorno fino a che punto
vuoi liberarti
di me. La mia anima era
malformata, Natasha
aveva il fuoco in casa
come in un campo di detonazione
e la leggerezza dei tuoi capelli spingeva il gas verso il grano
atroce ed estraneo
una cintura rossa
che succhia le sostanze della terra nella sua massima espansione
sollevata dal sole delle tue mani
già piene di polvere e bellezza.
Io sono la Ridotta
alla misura dei tuoi pensieri.
Non ti farò domande
quando verrai ma tu abbi pietà di questo dolore.
Sono
viva e sommersa. Inviolata. Niente
cattura le voci
là fuori – signore – non una
voce capirebbe l’amore
ammalato ma amore
che mi hai insegnato.
Sono sepolto sotto falso nome – io come tu volevi
sono
decapitato – ora
che tu – come io volevo – domini
il mondo. Cosa
Natasha – di questo mondo
corrisponde al tuo cuore e sarà bello.
Io sono un materiale incontaminato – il mio corpo
costituito da pochi
alimenti
bianchi e a me nascosta sotto la terra suggerivi come
ingannarti ed è finita che sei
scomparso come un passero sui binari.
Io mi fidavo
solo di te Natasha perché avevo la mente costantemente
occupata
da te, e tu eri
un Luogo
l’arredo
dei miei pensieri. Io
non volevo perdere i dettagli
del tuo corpo costretto a sviluppare
a sporcarsi di morte.
Ma anche oggi parlano di noi
e non voglio che nessun altro veda
quanto tu sia già in grado di fiorire
come una messe
e le foglie si formano dove tu manchi.
Questo è perché io sono
la Presunta
– questo è perché io piango
la morte che ho causato e ardo
un cero sul tuo corpo come un codice alieno mentre loro
fanno odori
forti, certe volte profumano come altari.
Come la bestia santa io diffondevo
il canto del guardiano – eravamo
forme di esseri incamerati
alla roccia, l’enormità di un organismo
con il capo coperto
una casa posata sulla morte, due brevi
spasimi di violino e se non l’ho mai detto immensamente
io ti amavo e mi sono sconfitto
sotto forma di turbine di calce ora che sei
sotto gli occhi di tutti e interrompi chi parla
perché la bestia
ha marchiato la tua bocca con il suo silenzio.
Roma, 19 giugno 2007
Per chi fosse interessato alla cronaca degli eventi, riporto di seguito lo svolgimento dei fatti.
Natascha Maria Kampusch è una scrittrice austriaca. Fu vittima di rapimento all’età di dieci anni, il 2 marzo del 1988. Mentre si recava per la prima volta da sola a scuola, il 2 marzo 1988, all’età di 10 anni, venne rapita da Wolfgang PriKlopil. La Kampusch, dopo la sua liberazione, descrisse così il suo rapimento:
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« Stavo camminando verso la scuola, vidi quel furgone bianco, e quell’uomo. Ebbi una paura irrazionale, ricordo la pelle d’oca. Ma mi dicevo tra me: “Niente paura, niente paura”. Quante volte mi ero vergognata della mia insicurezza: avevo dieci anni, vedevo gli altri bambini più indipendenti. Ero piccola, in quell’istante mi sentii sola, minuscola, impreparata. Ebbi l’impulso di cambiare lato della strada, non lo feci. Poi i miei occhi incontrarono quelli di quell’uomo, erano azzurri, aveva i capelli lunghi, sembrava un hippy degli anni settanta. Pensai che lui sembrava quasi più debole di me, più insicuro. Mi passò la paura. Ma proprio quando stavo per superarlo lui mi prese, mi lanciò nel furgone. Non so se gridai, se mi difesi. Non lo so, non lo ricordo » |
La Kampusch verrà tenuta segregata per i seguenti otto anni in una stanza ricavata sotto il garage della abitazione di Přiklopil, a circa mezz’ora da casa della bambina, nella città di Strasshof, cittadina della Bassa Austria. Pochissimi metri quadri di spazio e sigillata con una porta di legno e una di cemento, la cui entrata era nascosta dietro un armadio.
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« Mi chiuse dietro porte pesanti, alla prigione fisica aggiunse quella psichica. Volle anche che cambiassi nome, me ne fece scegliere un altro. Divenni Bibiana, voleva che io fossi una persona nuova, solo per lui. E io iniziai a ringraziarlo per ogni piccola concessione. Mi diceva: “Per te esisto solo io, sei la mia schiava. Lui regolava la mia veglia spegnendo o accendendo la luce, decideva se privarmi del cibo o farmi mangiare, mi imponeva periodi di digiuno forzato, decideva le razioni di cibo, fissava la temperatura nella stanza. Decideva lui se avevo caldo o freddo. Mi ha tolto ogni controllo sul mio corpo, mi picchiava in continuazione. Dovevo accettare, a volte apparire sottomessa per sopravvivere, altre volte dovevo impormi e sembrare più forte di lui: non ho mai obbedito quando mi chiedeva di chiamarlo “padrone” » |
In quegli otto anni di prigionia forzata, Přiklopil ridusse la ragazza a sua mera proprietà personale, spiandola con un sistema di interfoni e di telecamere ed ossessionandola di giorno e di notte per indurla all’obbedienza con privazioni, punizioni e abusi. Per i primi sei mesi della sua prigionia, fino al mese di settembre, Přiklopil non le permise mai di lasciare la sua cella e, solo in seguito, le fece trascorrere dei piccoli momenti nel resto della casa, riportandola però ogni sera a dormire nel sotterraneo. Solo dopo il suo diciottesimo compleanno, le concesse di uscire di casa, ma minacciandola di ucciderla se avesse fatto alcunché per tentare di fuggire.
Dopo quasi 8 anni anni e mezzo di prigionia, esattamente 3096 giorni, il 23 agosto del 2006 Natascha, approfittando di un momento di distrazione del suo carceriere, riesce a fuggire dal giardino attraverso il cancello aperto. Přiklopil, che inizialmente aveva tentato di rincorrerla, vistosi oramai perduto e ricercato dalla polizia, chiede aiuto a un suo socio d’affari e si fa accompagnare alla vicina stazione ferroviaria a nord di Vienna, dove si suicida buttandosi sotto un treno in corsa.
Ancora oggi non è chiaro il vero motivo della prigionia di Natascha Kampusch.
Alla domanda sul perché non sia fuggita prima, Natascha ha risposto di essere stata soggetta ad “una pressione durata anni, una prigione intima, che mi ha impedito di liberarmi”. Il rapporto tra Natascha e il suo aguzzino è stato al centro di molte discussioni, perché sembra che si fosse creato un legame, magari per il fatto che in pratica lei era diventata ragazza e donna durante la prigionia. In un’intervista allo ‘Spiegel’ la Kampusch ha dichiarato che “forse sarebbe stato meglio se Priklopil fosse ancora in vita: sarebbe stato chiaro che la vittima sono io, adesso si pensa che sia stata io a fare qualcosa al colpevole”
Dodici. Uno.
Lei dice la tua lingua
mi riguarda, dice ti vedo e vedo
che un oceano si mescola come il volto radioso di un morto
all’assedio segreto della terra – così lei
lo tiene in movimento nel cuore
fino a che ogni cosa sarà caduta
oh
morti che camminate senza dolore
cose altissime
godute fino all’estasi
che volano appena con disumana dolcezza
cori di specole sottili sangue bianco
di fantasmi felici
spinti coi palmi aperti dall’amore
seduti qui sui nostri letti dall’inizio del mondo
tra le stesse canzoni come pozzi altissimi che ripetono
ancora io ti amo
voglio il tuo cuore io voglio dal tuo cuore
la levità dei morti
