Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo


(Nella foto: dipinto di Jeremy Lipking)

Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo
mi chiederanno la loro voce un giorno, quando te ne andrai.
Ma io non avrò più voce per ridirle, allora. Perché tu eri solita
camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,
gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani
sulle ginocchia, mettendo in mostra provocante
i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così – dicevi;
ricordarmi così, coi piedi sporchi; coi capelli
che mi coprono gli occhi – perché così ti vedo più profondamente. Dunque,
come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così
sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso.

Ghiannis Ritsos

Mia giovinezza


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Mia giovinezza

Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo
all’essere. Sei tu, Ma un’altra sei:
senza fronda né fior, senza il lucente
riso che avevi al tempo che non torna,
senza quel canto: Un’altra sei, più bella.

Ami, e non pensi esser amata: ad ogni
fiore che sboccia o frutto che rosseggia
o pargolo che nasce, al Dio dei campi
e delle stirpi rendi grazie in cuore.

Anno per anno, entro di te, mutasti
volto e sostanza. Ogni dolor più salda
ti rese: ad ogni traccia del passaggio
dei giorni, una tua linfa occulta e verde
opponesti a riparo. Or guardi al Lume
che non inganna: nel suo specchio miri
la durabile vita. E sei rimasta
come un’età che non ha nome:
umana tra le umane miserie, e pur vivente
di Dio soltanto e solo in Lui felice.

O giovinezza senza tempo, o sempre
rinnovata speranza, io ti commetto
a color che verranno: – infin che in terra
torni a fiorir la primavera, e in cielo
nascan le stelle quand’è spento il sole.

Ada Negri

La foto che ho pubblicato è della fotografa Annie Leibovitz, famosa per aver ritratto tutti i personaggi più importanti del Novecento. Quella che vedete ritratta è Vivienne Westwood con il marito Andreas Kronthaler. Lei è una famosissima stilista che negli anni ’70 a Londra creò lo stile punk, non come moda, era il suo modo di essere. Nel 1962 sposa Derek Westwood da cui prende il nome. Nel 1971 inizia una relazione con Malcom McLaren, manager dei Sex Pistols, band punk rock, e apre il suo primo negozio. Nel 1988, insegnante alla Scuola d’Arte di Vienna, incontra Andreas, un suo studente: lei 47 anni e lui 22.

Da allora vivono e lavorano insieme, nel 1992 si sposano. Venticinque anni di differenza, ma Vivienne non ha età, ha superato il tempo, e Andreas continua a darle amore come un dono, capace di cogliere la straordinaria bellezza di una donna che ha sempre vissuto il corpo come scandalo e provocazione.
Io la ammiro, deve avere una forza straordinaria perché ha avuto il coraggio di vivere un amore con un uomo molto più giovane di lei senza la paura del tempo. Io al suo posto mi sentirei straziare se il mio uomo mi guardasse e vedesse non me ma una vecchia. Io ho paura del tempo che passa, della perdita della giovinezza.
Eppure so che giovinezza e bellezza non sempre sono un’unica cosa. Forse ho paura di chi mi guarderà e non vedrà quanto sarò ancora bella.

  

 

Sii dolce con me


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Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.

Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente leggermente
poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il tuo mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.

Mariangela Gualtieri

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio


Daryl Zang
Artista, Daryl Zang

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio:
chiarità assoluta, trasparenza rotonda.
Limpidezza il cui grembo, come il fondo del fiume,
con il tempo si afferma, con il sangue si affonda.

Che lucenti e durevoli materie ti hanno fatto,
oh cuore pieno d’alba, mia pelle mattutina?
Io non voglio altro giorno che non sia dal tuo seno.
Il tuo sangue è il domani che giammai si conclude.

Solo il tuo corpo è luce, sole: il resto è tramonto.
Io non vedo le cose che al lume del tuo volto.
Altra luce è lo spettro, niente più, del tuo passo.
Il tuo sguardo insondabile mai si volge a ponente.

Chiarità senz’alcun declino. Somma essenza
del lampo che non cede né abbandona la cima.
Gioventù. Limpidezza. Chiarità. Trasparenza
che fa vicini gli astri di fuoco più lontani.

Chiaro il tuo corpo bruno di fiamma fecondante.
Erba nera l’origine, erba nera le tempie.
Un sorso nero gli occhi e lo sguardo distante.
Giorno blu. Notte chiara. Ombra chiara che vieni.

Io non voglio altra luce che l’ombra tua dorata
dove spuntano anelli di un’erba che dà ombra.
Nel mio sangue, con fede dal tuo corpo incendiato,
per tutto il tempo è notte: per tutto il tempo è giorno.

Miguel Hernández
© Rivista Poesia (N. 286, ottobre 2013)

Possessione luminosa


Come questo vento
voglio essere figura del mio calore
e, lentamente, entrare
dove riposa il corpo tuo
d’estate, avvicinarmi
a lui, senza che mi veda;
arrivare, come polso aperto,
pulsando nell’aria, essere
figura del pensiero mio di te, in sua presenza:
carne aperta di vento,
dimora d’amore nell’anima.
Tu – delicato avorio di sogno,
neve di carne, quiete
di palma, luna in silenzio –
seduta, addormentata, in mezzo
alla stanza. E io, entrando
come acqua chiara, inondarti tutto il corpo
fino a coprirti e, restare
così, integro dentro
come l’aria in un lampione,
incendiandoti nel mio corpo,
illuminando la mia carne,
tutta, ormai, carne di vento.

Emilio Prados

Luce


Luce, luce e ancora luce
Non mi stancherò d’invocarti
Perchè tu sei luce
E da quando non ci sei
Sono spenta, la mia bocca tace
Il mio corpo dorme,
L’anima più non ride.
Notte senza fine.
Ogni giorno è un petalo che cade,
sulla tavola immobile
aspetto il vento,il tempo,
mi porterà via come polvere.

Yannis Ritsos Bello il tuo corpo


Bello il tuo corpo
Infinito il tuo corpo.
Mi sono perso nell’infinito.

Le mie labbra
percorrono il tuo orecchio.
Cosi minuto e tenero
come può contenere
tutta la musica?

L’assenza di perifrasi – diceva –
annienta la poesia.
E sia.
Preferisco il tuo corpo.

Nudo il tuo corpo,
autentico –
risposta definitiva al niente.
Vieni.

Tutta notte
il tuo nome
mi cinguetta in bocca,
mi beve la saliva,
mi beve.
Il tuo nome.

Le mie mani ti ricordano
più profondamente della memoria

Due mesi senza incontrarci.

Un secolo
e nove secondi.

― Yiannis Ritsos

Il dandy Yinka Shonibare: se la società non mi vuole, io la rifiuto


Yinka Shonibare MBE (Ordine dell’Impero Britannico, tra le più alte onorificenze),  è un artista nigeriano, nato a Londra nel 1962, dove vive e lavora attualmente. Il suo stile è caratterizzato dalla fusione di universi diversi, la cultura afro con quella british. Shonibare, anche se nato in Inghilterra, ha avuto in questo paese le stesse difficoltà dei suoi connazionali emigrati alla ricerca di una vita migliore. Nei lavori dell’artista non c’è però una palese denuncia moralista del sistema sociale. Quella che viene mostrata è la bellezza estetica nella fusione delle due culture, visibile al primo sguardo, ma a livello allegorico il significato che viene espresso è molto più forte. L’atteggiamento mentale di Shonibare da “dandy” contemporaneo è dunque questa: se la società non mi vuole, io la rifiuto. Egli non ammette mai come positiva l’accettazione sociale grazie al suo ruolo di artista, anzi, approfitta del suo ruolo per deridere ironicamente il pubblico.

Shonibare, il dandy, il degenerato, usa la carta della “differenza tollerabile” , del suo essere un artista, per lanciare messaggi sovversivi, come la seduzione e la trasgressione, lo humour, la parodia.

Il bisogno di sovvertire e di ribellione dissacratoria, di questo artista afro-britannico, si palesa nella serie di tableaux fotografici intitolata “Diario di un Dandy Vittoriano” (1998) in cui egli stesso, ironicamente, interpreta il personaggio principale della messa in scena, ispirata al ciclo di quadri di William Hogart “La carriera di un libertino” (1732-33) che potete vedere qui di seguito elencati:

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Nei panni della figura del dandy nero, l’artista troneggia al centro di ogni immagine, magnifico e sprezzante, circondato da uomini e donne in costume che, con espressioni enfatiche e gesti esageratamente teatrali, si mostrano vittime del suo fascino:

Shonibare capovolge/stravolge le gerarchie a cui siamo mentalmente abituati nella tradizione artistica della cultura occidentale, in cui la figura del nero è praticamente assente, oppure è usata come elemento pittoresco o in ruoli subalterni. Il ribaltamento dei ruoli è tuttavia rappresentato con modi kitsch che suggeriscono l’idea che la Storia possa essere altrettanto falsa della finzione.

Tre sono gli elementi caratteristici del suo stile: il fascino della seduzione, il potere della finzione, la vulnerabilità del desiderio, e tutto realizzato spesso nel suo lavoro con un uso smodato dei colori, bagliori, suggestioni. Come dice lo stesso Shonibare:

L’eccesso è il solo mezzo di sovversione legittimo: rifiuta la povertà e la povertà rifiuterà te. L’ibridizzazione è una forma di disobbedienza, una disobbedienza parassitaria rispetto alla specie ospite, una forma eccessiva di libido, è sesso gioioso. L’unica disobbedienza consentita consiste nell’impossibilità di obbedire a tutti, il produrre un oggetto d’arte che, proprio in virtù delle sue stesse ambivalenze, nega ogni nozione di lealtà. Vorrei produrre il fantastico, cerco di raggiungere l’estasi. Desidero ardentemente il godimento, il mio desiderio di una bellezza radicale mi provoca un genere di dolore che mi colpisce fino in fondo all’anima“.

La provocazione, lo scandalo, raggiungono il culmine della perfezione estetica, del godimento visivo, nelle sue installazioni con manichini decapitati, abbigliati con costumi tipicamente settecenteschi, ma riprodotti con stoffe a stampe batik, tipicamente africane. Shonibare ripropone i celebri capolavori del periodo (sono citati esplicitamente artisti come Gainsborough, Fragonard, Hogart), in tre dimensioni, tra trine, pizzi, volant, bagliori dorati, anche se i manichini decapitati ricordano con umorismo quele sarà il destino violento che metterà fine al lusso e alla voluttà dell’ aristocrazia.

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Gli abiti sono quindi una facciata, e gli abiti di Shonibare sono uno schermo su cui l’artista proietta le diverse identità sociali. Egli stesso afferma:

“Il degenerato etnico deve abbigliarsi per impressionare, il dandismo per il degenerato è tutt’altro che frivolo, è un modo di prendersi la propria libertà”

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Jannis Ritsos – gomitolo di piume


(Dipinto di Ramon Casas i Carbo)

GOMITOLO DI PIUME 

Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo

mi chiederanno la loro voce un giorno, quando andrai.

Ma io non avrò più voce per ridirle allora. Perché tu eri abituata

a camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,

gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani

sui ginocchi, mettendo in mostra provocante

i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così – dicevi;

ricordarmi così coi piedi sporchi; coi capelli

che mi coprono gli occhi – perché ti vedo più profondamente così. Dunque,

come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così

sotto i bianchissimi meli in fiore in nessun paradiso.

 

“quando andrai”, quando più non ci sarà la possibilità di vivere concretamente l’oggetto del desiderio, quel corpo che  è stato vissuto tacendo (e in questa parola c’è tutto il senso della composizione), sentirai dentro di te quello che hai provato su quel corpo, ma non ci saranno parole per poter descrivere: anche se vorrebbe, la “poesia non ha voce” . “Devi ricordarmi così… coi piedi sporchi e i capelli che coprono gli occhi… perché ti vedo più profondamente così “. Lei aveva gli occhi coperti ma lo vedeva bene, profondamente. Lui vedeva soltanto dei piedi sporchi. Dunque, nel ricordo, al poeta non resta che il silenzio e confessare che la più alta poesia erano quei piedi, “bianchissimi meli in fiore “(e non sporchi e impolverati); in nessun Paradiso la Poesia ha mai camminato così, cioè era perfettamente espressa come in quei piedi. Il corpo che il poeta vedeva era un “gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia”, una donna che camminava a piedi nudi e diceva “ricordami così”, quasi un ammonimento all’uomo che la guarda sapendo che domani non ci sarà e resterà solo il ricordo. Ma di cosa? La sua dolcezza e passione, piume seta e fiamma selvaggia, il dono di sé ad un uomo che lo ha vissuto tacendo e che ora non può dire più nulla.