La conclusione


E’ la foto di un’alba o di un tramonto?
Questa che vedete è la foto del mio profilo Fb poiché rappresenta la mia disposizione d’animo da un paio d’anni.
Si arriva ad un certo punto della vita che coincide nella somma delle tue esperienze con quella della tua età e allora si cambia, si ha un evento.
E’ l’inizio della fine o di un principio? Io mi sono sempre immaginata la mia vita come una serie di somme di cerchi (il primo è solo un piccolo punto alla nascita) che si addizionano e si includono uno dopo l’altro; ma un cerchio non può racchiudere l’ultimo, e tutti i suoi precedenti, se prima non sia concluso il suo tragitto.

Io ho appena concluso un cerchio, l’ultimo che racchiude tutto quel che ho vissuto in questi ultimi sei anni di vita, sei anni densi di amore e dolore, ho provato tutte le emozioni più forti e le esperienze più importanti nella vita di un essere umano: l’esperienza della morte e della perdita, quella di amare incondizionatamente, quella del dolore causata da una malattia che sono riuscita a vincere. E ora si apre un altro cerchio.
L’inizio e la fine coincidono, l’alba e il tramonto sono il circolo perfetto: nell’istante in cui il sole non c’è, è il tempo sospeso tra due mondi, il giorno e la notte.
E’ il momento in cui ci troviamo quando qualcosa è finito nella nostra vita, sentiamo un vuoto. Ma è solo un vuoto su cui inizia il nuovo ciclo, un nuovo cerchio della vita.
Un nuovo giro di giostra.

In che luce cadranno


 

Daniel Murtagh 1I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle due rive.
In che luce cadranno tornati alle cellule.

Ho letto il libro di poesie di Gabriele Galloni “In che luce cadranno”, brevi poesie, quasi pensieri, tutte dedicate ai morti.
Ebbene, mi chiedo. Cosa passa nella mente di un ragazzo ventenne?
Divertirsi con gli amici e le donne, bere fumare scopare, in ordine sparso, insomma, agire !!!
Ma se un ragazzo dedica tempo ed energie a PENSARE e ad avere come pensiero quello sulla morte, la prima cosa che automaticamente si deduce : è depresso.
Non conosco la vita privata di Gabriele ma mi da l’idea di non sapere nulla sulla morte, nel senso che non ne ha vissuto l’esperienza che possiamo semplificare in due parole:
la perdita e il dolore che ne consegue.
I morti che popolano la casa di Gabriele sono presenze, hanno sentimenti, può vederli in sogno, la loro voce la può scorgere nei rumori di casa. I veri assenti sono gli esseri umani vivi, con i loro ricordi e sentimenti verso i defunti. La vita e la morte sono due rive opposte, mondi paralleli, materia e antimateria, ma in questo mondo creato da Gabriele una legge di Natura viene  negata: i morti ritorneranno e avranno una nuova luce, una nuova vita. Ma io mi chiedo, perché vorrebbero tornare? Nessuno li desidera e ne sente la mancanza, nel mondo pensato da Gabriele.
Non discuto sulla bravura di Gabriele come poeta, non sono un critico e non mi compete.
Come lettrice mi viene da dare un consiglio a Gabriele:
dovrebbe interrogarsi più sui vivi, sulla loro luce.
Auguri Gabriele, per una tua futura nascita alla luce.

Il ritorno della parola


Dopo che mi lasciasti sola su quel treno che portava a Milano, dal momento che ti alzasti e senza ne rivolgermi uno sguardo e neanche un saluto scendesti indifferente e infastidito, rimasi li incapace di qualsiasi reazione. Ero nel vuoto assoluto e piangevo in silenzio, non so per quanto tempo, poi mi accorsi guardando fuori che non sapevo dov’ero, era una periferia sconosciuta, avevo superato Milano e chissà in che posto ero finita. Scesi ad una fermata appena il treno si fermò e ne aspettai uno che mi riportasse indietro a Milano, avevo telefonato a degli amici che mi vennero a prendere.  Dopo due giorni tornai a Napoli. Da allora ero rimasta in una bolla di silenzio, cancellai tutto quello che avevo scritto sul mio blog, non pensavo nulla e non avevo nulla da dire.

La cosa strana è che, oggi posso constatare, non ho risentimento, sapevo che sarebbe andata così, te lo dissi pure quel giorno a casa tua: “questo è un addio”. È stato difficile chiudere con te, e volevo farlo da vicino non per telefono. Tutto il silenzio è in proporzione al dolore della perdita. E ora che resta solo il ricordo posso ritrovare la parola, posso scrivere. Posso dire quello che mi era negato dire e fare con te: io amavo la tua voce, la curva delle tue spalle, il sorriso sarcastico, mi piaceva dormire e svegliarmi con te. Posso ora col pensiero accarezzare il tuo viso, stringere le tue mani, darti dolcezza tenerezza affetto tutto quello che per te non era compreso nel nostro rapporto, che ti faceva sentire costretto, legato, calato in un ruolo che non volevi.

Non resta che il ricordo. Sono già fuori tempo massimo per parlare di te.

 

Liquidazione di saldi


 

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Carroña di Javier Pérez

Liquidazione di saldi di Julio Cortazar 

Mi sento morire, in te, attraversata da spazi che crescono, farfalle affamate che mi mangiano,

appena viva, con le labbra aperte dove risale il fiume della dimenticanza.

E tu con delicate pinze di pazienza mi strappi i denti, le ciglia, mi denudi

Del trifoglio della tua voce, dell’ombra del desiderio

Vai aprendo in mio nome finestre allo spazio

E fori azzurri nel mio petto

Da cui le estati fuggono lamentandosi

Trasparente, affilata, intessuta d’aria

Fluttuo nel dormiveglia, e ancora

Dico il tuo nome e ti sveglio d’angoscia

Però tu ti sforzi e mi dimentichi

Già sono appena la liquida bolla dell’aria

Che ti riflette, che distruggerai

Con un solo palpebrìo.

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Javier Pérez – Carroña

Opera in vetro dell’artista Javier Pérez, chiamato ‘Carroña’ (carogna), raffigura una scena con corvi sul loro pasto fatto a pezzi. Pérez utilizza un lampadario in vetro di Murano, color rosso sangue, posto su frammenti di vetro spezzati e ritrae il lampadario frantumato come una carogna lacerata dai corvi. ‘Carroña’ è sicuramente un pezzo di forte impatto visivo ed emotivo. Il colore del vetro e la sua dispersione sul terreno, rammentano schizzi di sangue.

In quanti modi è possibile raffigurare il dolore

Il risveglio


La mattina verso le cinque mi sveglio, un nodo mi stringe la gola e lo stomaco. Allora mi alzo, faccio il caffè e con la gatta sulle ginocchia fumo la prima sigaretta. Oggi ho capito cos’è: non è insonnia, non è fame (sono a dieta), non è ansia. È il dolore, l’ho riconosciuto, ci convivevo senza capirlo, e ho capito anche perché è lì: non ha voce, sta lì bloccato tra la gola e lo stomaco. Posso dire che sono mesi che sto bene, nella pace dei sensi: non provo nulla, non ho desideri, non ho nulla da dire e nulla mi turba. Quel nodo sta lì soffocato, lo so  … e so anche perché e cosa vorrebbe urlare. Ma l’ho già fatto e ora non c’è più niente da dire. Ognuno convive con il proprio dolore, non tutti ne sono consapevoli. Tolstoj disse: tutte le famiglie felici si somigliano, ognuna è infelice a modo suo.

Piove stamattina, sto a casa con le mie capriole di fumo.