Maria Grazia Calandrone


Quando la Morte si confonde con l’Incoronazione
– scomparsa della Bestia –

[ Poesia dedicata al rapporto tra Natasha Kampush, di dieci anni, e il suo rapitore trentaseienne Wolfgang Priklopil. La loro reciproca dipendenza si è conclusa dopo otto anni con la fuga di lei e il suicidio di lui. Potremmo sintetizzare gli avvenimenti ricorrendo alla Sindrome di Stoccolma, quella condizione psicologica per la quale la vittima di una rapina o di un sequestro manifesti sentimenti positivi che talvolta arrivano fino all’innamoramento, nei confronti del loro aguzzino. ]

Io mi provo ogni giorno fino a che punto
vuoi liberarti
di me. La mia anima era
malformata, Natasha
aveva il fuoco in casa
come in un campo di detonazione
e la leggerezza dei tuoi capelli spingeva il gas verso il grano
atroce ed estraneo
una cintura rossa
che succhia le sostanze della terra nella sua massima espansione
sollevata dal sole delle tue mani
già piene di polvere e bellezza.

Io sono la Ridotta
alla misura dei tuoi pensieri.
Non ti farò domande
quando verrai ma tu abbi pietà di questo dolore.
Sono
viva e sommersa. Inviolata. Niente
cattura le voci
là fuori – signore – non una
voce capirebbe l’amore
ammalato ma amore
che mi hai insegnato.

Sono sepolto sotto falso nome – io come tu volevi
sono
decapitato – ora
che tu – come io volevo – domini
il mondo. Cosa
Natasha – di questo mondo
corrisponde al tuo cuore e sarà bello.

Io sono un materiale incontaminato – il mio corpo
costituito da pochi
alimenti
bianchi e a me nascosta sotto la terra suggerivi come
ingannarti ed è finita che sei
scomparso come un passero sui binari.

Io mi fidavo
solo di te Natasha perché avevo la mente costantemente
occupata
da te, e tu eri
un Luogo
l’arredo
dei miei pensieri. Io
non volevo perdere i dettagli
del tuo corpo costretto a sviluppare
a sporcarsi di morte.

Ma anche oggi parlano di noi
e non voglio che nessun altro veda
quanto tu sia già in grado di fiorire
come una messe
e le foglie si formano dove tu manchi.

Questo è perché io sono
la Presunta
– questo è perché io piango
la morte che ho causato e ardo
un cero sul tuo corpo come un codice alieno mentre loro
fanno odori
forti, certe volte profumano come altari.

Come la bestia santa io diffondevo
il canto del guardiano – eravamo
forme di esseri incamerati
alla roccia, l’enormità di un organismo
con il capo coperto
una casa posata sulla morte, due brevi
spasimi di violino e se non l’ho mai detto immensamente
io ti amavo e mi sono sconfitto
sotto forma di turbine di calce ora che sei
sotto gli occhi di tutti e interrompi chi parla
perché la bestia
ha marchiato la tua bocca con il suo silenzio.

Roma, 19 giugno 2007

Per chi fosse interessato alla cronaca degli eventi, riporto di seguito lo svolgimento dei fatti.

Natascha Maria Kampusch è una scrittrice austriaca. Fu vittima di rapimento all’età di dieci anni, il 2 marzo del 1988.  Mentre si recava per la prima volta da sola a scuola, il 2 marzo 1988, all’età di 10 anni, venne rapita da Wolfgang PriKlopil.  La Kampusch, dopo la sua liberazione, descrisse così il suo rapimento:

« Stavo camminando verso la scuola, vidi quel furgone bianco, e quell’uomo. Ebbi una paura irrazionale, ricordo la pelle d’oca. Ma mi dicevo tra me: “Niente paura, niente paura”. Quante volte mi ero vergognata della mia insicurezza: avevo dieci anni, vedevo gli altri bambini più indipendenti. Ero piccola, in quell’istante mi sentii sola, minuscola, impreparata. Ebbi l’impulso di cambiare lato della strada, non lo feci. Poi i miei occhi incontrarono quelli di quell’uomo, erano azzurri, aveva i capelli lunghi, sembrava un hippy degli anni settanta. Pensai che lui sembrava quasi più debole di me, più insicuro. Mi passò la paura. Ma proprio quando stavo per superarlo lui mi prese, mi lanciò nel furgone. Non so se gridai, se mi difesi. Non lo so, non lo ricordo »

La Kampusch verrà tenuta segregata per i seguenti otto anni in una stanza ricavata sotto il garage della abitazione di Přiklopil, a circa mezz’ora da casa della bambina, nella città di Strasshof, cittadina della Bassa Austria. Pochissimi metri quadri di spazio e sigillata con una porta di legno e una di cemento, la cui entrata era nascosta dietro un armadio.

« Mi chiuse dietro porte pesanti, alla prigione fisica aggiunse quella psichica. Volle anche che cambiassi nome, me ne fece scegliere un altro. Divenni Bibiana, voleva che io fossi una persona nuova, solo per lui. E io iniziai a ringraziarlo per ogni piccola concessione. Mi diceva: “Per te esisto solo io, sei la mia schiava. Lui regolava la mia veglia spegnendo o accendendo la luce, decideva se privarmi del cibo o farmi mangiare, mi imponeva periodi di digiuno forzato, decideva le razioni di cibo, fissava la temperatura nella stanza. Decideva lui se avevo caldo o freddo. Mi ha tolto ogni controllo sul mio corpo, mi picchiava in continuazione. Dovevo accettare, a volte apparire sottomessa per sopravvivere, altre volte dovevo impormi e sembrare più forte di lui: non ho mai obbedito quando mi chiedeva di chiamarlo “padrone” »

In quegli otto anni di prigionia forzata, Přiklopil ridusse la ragazza a sua mera proprietà personale, spiandola con un sistema di interfoni e di telecamere ed ossessionandola di giorno e di notte per indurla all’obbedienza con privazioni, punizioni e abusi. Per i primi sei mesi della sua prigionia, fino al mese di settembre, Přiklopil non le permise mai di lasciare la sua cella e, solo in seguito, le fece trascorrere dei piccoli momenti nel resto della casa, riportandola però ogni sera a dormire nel sotterraneo. Solo dopo il suo diciottesimo compleanno, le concesse di uscire di casa, ma minacciandola di ucciderla se avesse fatto alcunché per tentare di fuggire.
Dopo quasi 8 anni anni e mezzo di prigionia, esattamente 3096 giorni, il 23 agosto del 2006 Natascha, approfittando di un momento di distrazione del suo carceriere, riesce a fuggire dal giardino attraverso il cancello aperto. Přiklopil, che inizialmente aveva tentato di rincorrerla, vistosi oramai perduto e ricercato dalla polizia, chiede aiuto a un suo socio d’affari e si fa accompagnare alla vicina stazione ferroviaria a nord di Vienna, dove si suicida buttandosi sotto un treno in corsa.

Ancora oggi non è chiaro il vero motivo della prigionia di Natascha Kampusch. 
Alla domanda sul perché non sia fuggita prima, Natascha ha risposto di essere stata soggetta ad “una pressione durata anni, una prigione intima, che mi ha impedito di liberarmi”. Il rapporto tra Natascha e il suo aguzzino è stato al centro di molte discussioni,  perché sembra che si fosse creato un legame, magari per il fatto che in pratica lei era diventata ragazza e donna durante la prigionia. In un’intervista allo ‘Spiegel’ la Kampusch ha dichiarato che “forse sarebbe stato meglio se Priklopil fosse ancora in vita: sarebbe stato chiaro che la vittima sono io, adesso si pensa che sia stata io a fare qualcosa al colpevole”

Dodici. Uno.

Lei dice la tua lingua
mi riguarda, dice ti vedo e vedo
che un oceano si mescola come il volto radioso di un morto
all’assedio segreto della terra  – così lei
lo tiene in movimento nel cuore
fino a che ogni cosa sarà caduta
oh
morti che camminate senza dolore
cose altissime
godute fino all’estasi
che volano appena con disumana dolcezza
cori di specole sottili sangue bianco
di fantasmi felici
spinti coi palmi aperti dall’amore
seduti qui sui nostri letti dall’inizio del mondo
tra le stesse canzoni come pozzi altissimi che ripetono
ancora io ti amo
voglio il tuo cuore io voglio dal tuo cuore
la levità dei morti

POESIE SCELTE di Rafał Wojaczek “il poeta maledetto”


Avatar di giorgio linguaglossaL'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

Rafał WojaczekRafał Wojaczek,  poeta e prosatore polacco, annoverato nel gruppo dei poeti maledetti. Nacque a Mikołów il 6 dicembre 1945 e morì suicida a Wrocław l’11 maggio 1971. Debuttò nel 1969 con la raccolta Sezon (La stagione), accolta con lusinghieri giudizi dalla critica. Nel 1970 uscì la sua seconda raccolta Inna bajka (Una diversa favola). Postume uscirono Którego nie było (Colui che non c’era, 1972) e Nie skończona krucjata (La crociata non finita, 1972).

   Scriveva solo quando non era in stato di ubriachezza. Si chiudeva in casa per due settimane e senza interruzione scriveva, correggeva, limava. Poi subentrava un intervallo di due-tre settimane, durante il quale si ubriacava da non reggersi in piedi, faceva scenate, provocava scandali. Più volte tentò di togliersi la vita. I medici gli diagnosticarono la schizofrenia. Questa diagnosi pesò su tutta la sua vita. Egli stesso chiese di trascorrere una settimana in una clinica psichiatrica…

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L’amore? L’amore è un’altra cosa …


mani 2

Tu dici che non è necessario, anzi non è nemmeno possibile “sapere come si fa ad amare”? Ti sbagli.
L’amore c’è o non c’è. Che altro resta da capire?
Ma il punto è un altro: quando si invecchia si scopre che le cose stanno in modo diverso, che bisogna sempre “sapere come si fa”, bisogna imparare tutto, anche ad amare. Siamo esseri umani e ciò che accade nella nostra vita viene filtrato dalla ragione. Ed è sempre attraverso la ragione che i nostri sentimenti e le nostre passioni diventano sopportabili, oppure ci paiono intollerabili.
Amare non è sufficiente.
Solo la realtà, i fatti compiuti sono certi. Mi chiedi che cosa disprezzo sopra tutto?
Quel tragico malinteso chiamato amore? O semplicemente il genere umano?
Non disprezzo niente e nessuno. Ma per il tempo che mi resta da vivere, ho intenzione di abbandonarmi a una passione. La passione per la verità. Non tollero di sentirmi raccontare menzogne, e non mi permetterò in alcun modo di mentire a me stesso.
Oltre alla passione e alla felicità esistono anche altri legami fra le persone. Ci sono l’affetto, la pazienza, la compassione, il perdono. Sì, la famiglia è forse uno degli scopi della vita. Ma non risolve tutto.
Una gioia assoluta non l’ho trovata in nessuno. Poi ho letto che forse si tratta della “solitudine della civiltà”. E’ come se il fuoco della gioia si fosse spento sulla Terra. A volte, per qualche istante, qua e là arde ancora. In fondo all’animo umano vive il ricordo di un mondo felice, solare, giocoso, nel quale il dovere è al tempo stesso divertimento, e ogni sforzo è gradevole e sensato. Forse i Greci, ecco, loro saranno stati felici.
Noi invece non viviamo in una vera civiltà, una vera cultura. La nostra è una civiltà di massa, meccanizzata ed enigmatica. Tutti hanno la loro parte, ma nessuno ne trae vera gioia. La civiltà di oggi è la somma di tutte le censure.
Se fossi un sacerdote, un artista, uno scrittore, implorerei ognuno di convertirsi alla gioia, inciterei tutti a dimenticare la solitudine, a farla svanire. A volte provo un gran pena nel contemplare gli esseri umani: corrono in modo sfrenato, si affannano inutilmente, mi verrebbe voglia di dire loro << Smettetela di agitarvi !>>. Non sanno che a volte per vivere sereni basta avere semplicemente un po di pazienza, perché l’armonia che cercano tanto affannosamente – e alla quale, con un termine piuttosto vago, danno il nome di felicità – deriva da pochi e semplici accorgimenti.
Dimmi, perché nelle scuole non si insegna nulla sul rapporto tra uomo e donna? E’ una cosa importante, influisce sulla serenità di una persona. Si dovrebbe parlare ai giovani delle gioie della convivenza, non di <<vita sessuale>>, ma di gioia, pazienza, modestia, appagamento.
Amo la verità e il più delle volte non ho sentito altro che bugie. Ma, che cos’è la verità? come si può guarire e imparare a gioire? Umiltà e coscienza di sé. Il segreto è tutto qui.
Umiltà è forse una parola troppo grossa. Per raggiungerla bisogna saper perdonare, bisogna sapersi disporre a uno stato d’animo straordinario. Nella quotidianità basta essere modesti e sforzarsi di capire quali siano veramente i nostri desideri, le nostre inclinazioni, e poi ammetterli senza vergogna. E sforzarsi di conciliare le nostre aspirazioni con le possibilità offerte dal mondo.
Adesso vivo da solo. Sai, nella vita esistono anche grandi rivincite e gioie. Arrivano tardi, in una forma inaspettata e grottesca. Ma arrivano. Bisogna pagare un prezzo molto alto, ma alla fine la vita ce le concede.
Gioia, naturalmente, non è proprio la parola precisa. Un bel giorno ci si scopre tranquilli. Non si desidera più la felicità, ma non ci sente inariditi o ingannati. Un giorno si capisce di aver ricevuto tutto, il castigo e il premio, e di aver ricevuto secondo i propri meriti. Non si tratta di gioia, ma di quiete e condiscendenza. Si arriva anche a questo alla fine, ma bisogna pagare un prezzo altissimo.
Arriva un momento in cui la tua anima si riempe del desiderio di restare solo, ma non si deve barare. Finché agisci per egoismo, cerchi la solitudine per comodità, o per risentimento, sei ancora in debito col mondo e con tutti coloro che costituiscono il tuo mondo. Fino a quando avrai dei desideri, avrai anche dei doveri.
Dapprima la solitudine è pesante, è una condanna e sembra meglio avere qualcuno con cui condividerla. Sono momenti di debolezza. E speri ancora che possa esserci una soluzione.
Io speravo in un miracolo: l’amore, che con la sua forza misteriosa e soprannaturale dissolvesse la solitudine, annullasse la distanza tra due esseri umani, demolisse ogni muro artificiale che società, educazione, passato e ricordi avevano eretto.
L’amore, che dopo anni di peregrinazioni, torna nella sua terra d’origine, a casa. Per un adulto soltanto l’amore è in grado di restituire quell’attesa piena di trepidazione e di speranza, i momenti in cui due persone si cercano, l’attesa e la speranza che le attraggono l’una verso l’altra, un altrove incontaminato e primordiale. A una certa età a letto non ci si aspetta più dall’altro il piacere sessuale, la felicità o l’estasi, ma una verità semplice e profonda: l’autentica consapevolezza che siamo esseri umani, uomini e donne, e abbiamo un compito comune su questa terra, un impegno che forse non è così privato. E’ impossibile sottrarsi a tale impegno, ma lo si può deformare con le bugie.
Dopo una certa età si pretende la verità in ogni cosa, quindi anche a letto, nella dimensione più fisica e oscura dell’amore. E’ importante essere spontanei, riuscire a sorprendere noi stessi con il dono del piacere, e nello stesso tempo, nonostante il nostro egoismo e la nostra avidità, essere capaci di dare con pari generosità, senza calcolo, senza secondi fini, con leggerezza, quasi inavvertitamente.
Ma l’amore, quello vero, è sempre letale. Il suo scopo non è la felicità. E’ una fiamma più sinistra, più tragica. Un giorno si accende il desiderio di conoscere questa passione devastante, quando ormai non si vuole più nulla per sé,  non si cerca l’amore per essere più tranquilli, più appagati, ma si vuole soltanto essere , in modo totale. Questo accade piuttosto tardi nella vita; molti non conosceranno mai un tale sentimento: i prudenti, gli ingordi, i determinati, gli astuti, i borsaioli dell’amore, fulminei nel rubare un sentimento, abili nell’estorcere un pò di tenerezza e intimità, i vigliacchi, gli accorti … gente vile e meschina.
Infine, può anche accadere che un giorno qualcuno comprenda quale sia lo scopo dell’amore, per quale motivo la vita abbia offerto questo sentimento al genere umano. Lo ha fatto per il nostro bene? La natura non è benigna e non ha bisogno delle illusioni umane, vuole semplicemente creare e distruggere. E’ spietata, ha donato all’uomo la passione, ma pretende che questa passione sia senza riserve. In ogni vita degna di questo nome arriva il momento in cui ci si immerge in una passione come ci si lancia nelle cascate del Niagara. Non credo negli amori esuberanti, quella esuberanza nelle fasi iniziali delle relazioni umane: non bisogna assolutamente fidarsi, la passione non ha niente di festoso. Questa forza truce che incessantemente crea e distrugge il mondo, non si preoccupa granchè dei sentimenti umani. Dà tutto e pretende tutto, esige uno slancio senza condizioni, alimentato della stessa energia primordiale della vita e della morte.
Dietro ogni amplesso, ogni bacio, dei veri amanti, si nasconde il desiderio segreto di annientarsi, quel senso estremo di felicità che non scende a patti con nulla, la consapevolezza che il vero modo di essere felici non è mai stato altro che svanire del tutto e lasciarsi completamente andare a un sentimento. E questo sentimento non ha nessun fine.
L’amore, vale a dire la piena espressione della vita, la perfetta comprensione del senso dell’esistenza e, quale suo esito, l’annientamento. Amare significa semplicemente conoscere appieno la gioia, sapersi donare in maniera incondizionata, e poi morire, come la conclusione di tutte le vicende umane.

verità

La donna giusta : Judit


donna 10

Guarda pure la sua foto, guardala bene. Questa l’ho comprata all’epoca in cui facevo la serva in casa loro e lui viveva con la prima moglie.
Non ho mai voluto che si sentisse a suo agio quando veniva nel mio letto. Era proprio questo il problema … In qualche modo, non volevo che stesse bene insieme a me. Eppure, lui, poverino, aveva fatto davvero di tutto per me, ne aveva fatti di sacrifici ! Aveva rotto con la sua famiglia, con il suo ambiente, e rinunciato alle sue abitudini. Aveva deciso di fuggire da tutto per rifugiarsi da me. Forse è proprio per questo che non sono mai riuscita a riconciliarmi con lui. Era solo uno che un bel giorno decide di emigrare in un posto affascinante e una volta là si sposa con un’indigena e quando è insieme a lei, pensa ad altro. Alla sua casa, alla sua patria lontana? Forse. Questo mi dava sui nervi. Ecco perché non volevo che si sentisse davvero contento quando era insieme a me, a tavola o a letto.
Quando andai a letto con mio marito per la prima volta, il suo odore mi prese alla gola, era un profumo maschile sofisticato, che conoscevo fin dai tempi in cui gli stiravo le mutande e gli mettevo in ordine l’armadio della biancheria… E mi sentivo così felice che per l’emozione del ricordo mi venne la nausea. L’altra, la prima moglie, se n’era andata perché nemmeno lei sopportava quell’odore? Non lo so. Io so soltanto che la prima notte che passai con mio marito mi pareva quasi di non essere a letto con un uomo, ma con un odore, estraneo e artificiale. Ma poi ci feci l’abitudine. Ci si abitua a tutto nella vita.
Avevo un conto corrente in una banca dove versavo il mio guadagno personale e un giorno mio marito trovò per caso tra la posta l’estratto conto. Non mi disse niente, ma si vedeva che ci era rimasto male. Pensava che una che ormai faceva parte della famiglia non avrebbe dovuto guadagnarci su. Lo capisci tu, questo? Io ancora oggi non ci arrivo. Mio marito sapeva sorridere in un modo meraviglioso. Certe volte, dall’invidia, mi veniva quasi voglia di avvelenarlo per come sapeva sorridere. Sorrideva pure quando lo ingannavo. Qualche volta l’ho messo pure alla prova. L’ho ingannato a letto, e sono rimasta ad osservarlo. Poteva essere pericoloso e mi sentivo eccitata all’idea di quel rischio. Lui di sicuro se ne accorgeva, e invece di tirare fuori un coltello per infilzarmi mi sorrideva. Tutta la storia è stata inutile perché in cuor mio ho sempre odiato mio marito. Ma l’ho anche adorato, come una pazza.
L’ho capito nel momento in cui me lo sono visto venire incontro, là sul ponte, dopo l’assedio. Mi guardava e sorrideva, ma non credere che il suo fosse un sorriso sarcastico oppure presuntuoso. Aveva anche lui passato un bel po di tempo nei rifugi sotterranei. Era pallido, ma per il resto era tale e quale a come era sempre stato. L’impressione era data dal forte contrasto tra lui e l’ambiente circostante, come se un prezioso oggetto da museo all’improvviso fosse stato collocato in una squallida stanza di una casa proletaria. Bé, mio marito non era un’opera d’arte come la statua di Mosè. Eppure, nel suo genere, era davvero una specie di oggetto pregiato finito chissà come in mezzo alla strada … E sorrideva.
Ci dicemmo addio in silenzio. Lui proseguì lungo la riva del Danubio, io mi avvicinai all’imboccatura del ponte. Mi voltai di nuovo a guardarlo mentre si allontanava a passo lento ma sicuro, come chi sa benissimo dove sta andando, e cioè verso il nulla. E quando lo sai che quella è l’ultima volta che vedi qualcuno, ti sembra quasi di impazzire. Quell’uomo mi aveva sconvolta. Di colpo sentii di non avere più nessuna meta e che non gli portavo più nessun rancore. Ed ebbi un colpo al cuore perché, anche se io quell’uomo non l’ho mai amato, era come se avessi perduto qualcosa di prezioso.

 

La donna giusta : Peter


man

Hai conosciuto la mia prima moglie?
La prima era una creatura magnifica. Intelligente, onesta, bella, colta. Qual’era il problema allora? Perché non sono riuscito a vivere con lei? Che cosa mancava? Lei era perfetta, non posso dire di non averla amata. Qual’era allora il problema con quella donna? Ero io. E’ stata la superbia, la paura e la vanità. Le persone non osano accettare il dono dell’amore, ci vuole un gran coraggio a lasciarsi amare incondizionatamente. Un coraggio che è quasi eroismo. La maggior parte delle persone non sa amare né lasciarsi amare, perché è vigliacca o superba, perché teme il fallimento. Si vergogna a concedersi a un’altra persona, e ancor più ad aprirsi davanti a lei, poiché teme di svelare il proprio segreto … Il triste segreto di ogni essere umano: un gran bisogno di tenerezza, senza la quale non si può resistere. Ho fallito proprio in questo. Non avevo il coraggio di vivere con la donna che mi amava; non ero capace di accettare il suo affetto, mi vergognavo, e la disprezzavo perché pensavo che che cercava di estorcermi il dono dell’amore. Non sapevo che non c’è niente di cui vergognarsi nella vita, solo della propria viltà: è per viltà che non si è capaci di dare o non si ha il coraggio di accettare i propri sentimenti.
Quella donna è ancora viva. E vive sola. Non ci frequentiamo, perché è ancora innamorata di me. Lei mi ama ancora, non amerà mai nessun altro. Non porta rancore, perché tra persone che si sono davvero amate non può esserci astio.
Una volta mi sono imbattuto in una donna, era un’amica di mia moglie, mi raccontò che Marika le aveva parlato di me, avevano parlato di tutto, che mi amava moltissimo, che si era sentita morire quando ci eravamo separati, ma poi si era calmata perché aveva capito che io non ero l’uomo giusto, o per meglio dire, che neanche io ero l’uomo giusto, anzi, per essere ancora più precisi, che in generale l’uomo giusto non esiste.
Con il passare del tempo mi sono reso conto che Marika aveva mentito. Non è vero che non esiste la persona giusta. Per lei io ero stato l’unico. Io non ho avuto nessuno, nessuno di così importante, né la seconda, né nessun’altra. Ma di tutto questo non ero ancora consapevole. E’ incredibile quanto tempo ci voglia per impararlo.
So di aver ucciso una parte di lei – una parte l’ho uccisa io, una parte la vita, una il caso, e una anche la morte del bambino. E’ così che ci uccide la vita.

Chi era la seconda? … Lei non era una borghese, era una proletaria, una plebea. La seconda era una serva. Lavorava in casa nostra come domestica. Che cosa è successo? Niente, cose di questo genere, come la passione, gli eventi decisivi nella vita di una persona maturano nel tempo, con estrema lentezza. Non posso nemmeno dire che sin dall’istante in cui la vidi io sia stato travolto da una passione ardente.
Sei mesi dopo la separazione da Marika, sposai Judit Aldozo. Speravo di avere una donna che dissolvesse la solitudine della mia esistenza. Ma lei era mossa da un’ambizione davvero tremenda, come un giovane soldato che vuole invadere e sottomettere il mondo intero. Non aveva paura di niente e di nessuno. Temeva soltanto una cosa: il proprio risentimento, il rancore tremendo e inestinguibile che covava in fondo all’anima e si sforzava di soffocarlo, con le azioni, le parole, i silenzi …
Io non lo capii. E già la prima sera mi accorsi di un qualcosa che notai anche in seguito. Lei voleva sempre qualcos’altro, aveva una perenne insoddisfazione. Che cosa voleva? La vendetta, tutto. Aveva a modo suo ingaggiato una specie di lotta di classe contro di me. Io incarnavo il mondo per il quale lei aveva sempre provato un desiderio smisurato, un’invidia disperata e morbosa, una lucida follia che l’aveva resa così infelice che, quando riuscì finalmente a riversare su di me tutte le sue aspirazioni, non ebbe più pace. Poi Judit si saziò di quanto il mio denaro poteva offrirle; aveva divorato tutto quel che aveva potuto, come un bambino ingordo, fino alla nausea. A quel punto subentrò la delusione e apatia, si era resa conto che nella vita nessuno riesce a tenere il passo, impunemente, con i propri sfrenati desideri.
Passò un anno prima che scoprissi che Judit mi derubava. Mi rapinava per bene, mi spogliava sistematicamente di ogni mio avere, in silenzio, con il sorriso sulle labbra, mostrandomi conti fasulli e nascondendo i soldi. Vivevamo tranquilli e beati, Judit rubava e io la tenevo d’occhio. Ebbe così inizio l’epilogo della nostra storia. Poi un giorno venni a sapere che non mi stava privando soltanto dei quattrini ma anche della stima di me stesso. Lo scoprì a letto. E fu talmente doloroso. Fu un solo sguardo, in un momento di intimità e di tenerezza. Avevo chiuso gli occhi, e poi li avevo riaperti all’improvviso. E nella penombra vidi un volto che sorrideva con un’espressione diffidente, smaliziata e sarcastica. Scoprì che Judit , a letto e fuori dal letto, non mi amava, mi serviva.
Ne ho sofferto molto. Ma non l’ho cacciata via subito.
Se ne andò evitando ogni protesta, non alzammo la voce nemmeno per un attimo. Sulla soglia si voltò e aveva lo stesso sguardo silenzioso, interrogativo e distaccato di quando l’avevo vista la prima volta nell’ingresso.

La donna giusta : Marika


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( Marika si confida con la suocera )
La prego, mi dica, il nostro è davvero un matrimonio sbagliato?
Va sempre così: uno dei due ama più dell’altro. Ma chi ama è facilitato. Io avevo portato in dote la fabbrica, lo sai. Lui mi amava. Io ero costretta a sopportare un sentimento che non ricambiavo. Questo è molto più difficile. Ho sopportato per tutta la vita, come vedi, e ora eccomi qui. La vita offre questo, chi vuole dell’altro vive in uno stato di febbrile entusiasmo. Io non ho mai provato un tale fervore. Ma a te va meglio, credimi. Quasi ti invidio.
Lei, mamma, pensa sia meglio che restiamo insieme?
E’ ovvio. Ma cosa ti salta in mente?
Non so che farmene della sua infelicità! Se non riesce a vivere felice accanto a me, che vada pure a cercare l’altra.
Chi? – Chiese mia suocera.
Quella giusta. – Dissi io in tono aspro.
Ne sai qualcosa? – si informò tranquilla senza guardarmi.
Di chi? – domandai smaniosa – Di chi dovrei sapere qualcosa?
Ma di lei – disse esitando mia suocera – L’hai detto tu poco fa … Di quella giusta.
Allora esiste? Vive da qualche parte? – gridai quasi
Chinò il capo sul lavoro – Da qualche parte vive sempre quella giusta. – Poi tacque. E su questa faccenda non le sentii più pronunciare parola.

E così io e lui abbiamo divorziato. Ho sofferto moltissimo, per un anno ho creduto che sarei morta di crepacuore. Ma una bella mattina mi sono svegliata e ho scoperto una cosa … sì, la cosa più importante, quella che bisogna capire da soli.
Ho scoperto che la persona giusta non esiste.
Un giorno mi sono svegliata, mi sono messa a sedere sul letto e ho sorriso. Non sentivo più alcun dolore. E improvvisamente ho capito che non c’è nessuna persona giusta. Esistono soltanto le persone, e in ognuna c’è un pizzico di quella giusta, ma in nessuna c’è tutto quello che ci aspettiamo e speriamo. Nessuna racchiude in sé tutto questo, e non esiste quella certa figura, l’unica, la meravigliosa, la sola che potrà darci la felicità. Esistono soltanto delle persone, e in ognuna ci sono scorie e raggi di luce.
Mio marito, pover’uomo, quando un giorno si presentò Judit Aldozo, che lui credeva fosse quella giusta, l’ha sposata sei mesi dopo.
Vuoi sapere perché mi sono messa a piangere quando l’ho visto? Se è vero che l’uomo giusto non esiste, che tutto è finito e sono completamente guarita, sarà anche vero che le illusioni svaniscono, ma io lo amo – e questa è un’altra cosa. Credo che tutto passi, tranne l’amore.

Mathilda e Alice


natalie portman

Mathilda è Natalie Portman nel suo primo ruolo di attrice (aveva tredici anni) nel film d’azione Léon (1994) del regista francese Luc Besson. Leon è un sicario che insegna alla piccola orfana come usare le armi, lei in cambio gli insegnerà a leggere e a prendersi cura di lui e della casa. Leon alla fine si sacrificherà per salvare la vita della bambina e Mathilda sceglierà la normalità tornando nel collegio dove era iscritta. Quando il film uscì, vennero mosse dure critiche per la cruda rappresentazione di una storia d’amore tra un uomo  e una bambina di dodici anni in un ambiente criminale e violento. A mio parere è una “favola” nel senso letterale, e violento come sono tutte le favole.
La bravura e bellezza dell’attrice verranno riconfermate in un’altro dei suoi film che preferisco, Closer del 2004 diretto da Mike Nichols, dove interpreta Alice, stripper americana in cerca di fortuna a Londra, dove incontra e si fidanzata con Dan, giornalista e scrittore.
Dan tradirà Alice con la fotografa Anna, sposata con Larry.
Larry conoscerà Alice ad una mostra fotografica della moglie; tra le foto vi è un ritratto di Alice:

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Alice è alla mostra con il fidanzato Dan: Larry la vede di fronte al suo ritratto e le chiede:
la vita
Larry spinto dalla curiosità si reca al locale dove lavora Alice. In questa scena l’attrice è mitica, una figura cult:
piccloser
mentire
«Mentire è il più grande divertimento per una ragazza senza togliersi gli abiti di dosso,
ma se lo fa spogliata è meglio»

Il film ha una trama molto particolare e piuttosto che parlarne consiglio di vederlo. Restano nell’immaginario collettivo le due figure interpretate dalla Portman, Mathilda e Alice, una bimba e poi una donna, entrambe con capelli a caschetto e occhi profondi. La prima si difendeva con le armi, la seconda mentendo.
La canzone presente sia all’inizio che alla fine del film Closer è The Blower’s Daughter di Damien Rice.

 

 

 

 

 

Pipilotti Rist – Don’t abandon me again


 

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Pipilotti Rist, Do Not Abandon Me Again, 2015, installation view at Kunsthaus Zurich, 2016. Courtesy: the artist, Hauser & Wirth and Luhring Augustine; photograph: Lena Huber

Nel panorama dell’arte contemporanea ho una predilezione per la videoarte della quale i due artisti più rappresentativi sono Bill Viola (del quale vi parlerò in un altro articolo) e Pipilotti Rist. In quest’articolo vi parlerò di Pipilotti e delle sue opere più significative, non tutte purtroppo, vista la lunga e prolifica carriera. Inizio con la mostra tenutasi a Zurigo nel 2016.
Una mappa e una piccola torcia per leggere al buio, questo il materiale consegnato al visitatore prima del suo ingresso nella mostra che il Kunsthaus di Zurigo ha dedicato all’artista svizzera Pipilotti Rist (Grabs, 1962). Subito dopo, il passaggio dalla luce naturale al buio e alla moltitudine di luci e colori artificiali che hanno trasformato uno spazio di 1400 metri quadrati in un enorme ambiente dalle atmosfere visionarie.

Qui ci si muove in un labirinto di videoinstallazioni, senza seguire un percorso cronologico né d’altro tipo, ma semplicemente vagando, catturati dalle immagini e dalla musica. Do Not Abandon Me Again (2015) è un letto matrimoniale su cui ci si può distendere per farsi colpire dalle immagini proiettate dal soffitto.

Non sono solo le immagini a suggestionarci, ma anche la musica, usando come colonna sonora dell’installazione brani noti di famose band e cover rivisitate come Wicked Game di Chris Isaak:

Un’ampia porzione dello spazio espositivo del Kunsthaus è stato occupato da grandi proiezioni di immagini in movimento: animali, frutta, foglie, l’universo naturale che l’artista reinventa attraverso la tecnologia. Il dialogo tra natura e tecnologia è ben esemplificato in una delle opere realizzate appositamente per la mostra al Kunsthaus. Si tratta di Pixel Forest: 3000 lampade LED, sospese al soffitto e sincronizzate ognuna con un segnale video, creano una foresta artificiale che cambia costantemente aspetto. Anche qui siamo invitati a una sorta di esplorazione naturalistica, entrando nell’opera e attraversando lo spazio. L’artista ha definito Pixel Forest «uno schermo esploso nella stanza».

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Il design impeccabile di Rist presenta innumerevoli proiezioni e schermi video, spesso nascosti in oggetti comuni, come borse o lampade. Entrando nello spettacolo, gli spettatori si fanno strada attraverso le pareti illuminate con immagini di pecore, scene montane pastorali e disegni vettoriali geometrici. Do Not Abandon Me Again (2015) presenta una visione dello spazio esterno proiettata su un letto anonimo. Al centro della mostra è il famoso Cape Cod Chandelier (2011) di Rist, che proietta due video astratti su indumenti intimi raccolti dalla famiglia e dagli amici dell’artista. Può essere difficile dire quali opere qui siano nuove: il technicolor sublime di Rist avvolge e unifica la mostra in modo sublime, anche se il corpo dell’artista, in confronto a precedenti lavori, scompare gradualmente. Ma il tratto distintivo di Rist è la preferenza per la sua espressione, caratterizzata dall’ispirazione alla natura nei suoi quattro elementi, soprattutto per l’acqua, dell’estetica dei video artisti e dei creatori di social media di oggi.

867b78f5b9e55dfb5a503f3562bb4704Pipilotti Rist, Cape Cod Chandelier, 2011, installation view at Kunsthaus Zurich, 2016. Courtesy: the artist, Hauser &amp; Wirth and Luhring Augustine; photograph: Lena Huber

pipilotti papaveri

Questa retrospettiva permette di vedere e immergersi nell’opera di Rist, risultato di una  combinazione di immagini bucoliche con il corpo femminile, immagini che proiettano accomunando, il ‘naturale’ con il ‘femminile’ – due concetti che sono ancora frequentemente fraintesi. Come la natura così il corpo femminile sono oggetti di  una idealizzazione; su questi due temi si costruisce una cultura dello sfruttamento e violenza. Il lavoro di Rist attesta un’autentica lotta della donna per acquisire l’amor proprio e per portare egualmente lo stesso rispetto e amore verso la natura. Donna e Natura formano un unico “corpo sublime”. Importante per la comprensione di questa visione sono le facoltà di lentezza e profondità di sguardo e di animo.
L’esempio è dato nel video che l’artista ha realizzato qualche tempo fa in una grande installazione in esclusiva per il MoMA di New York, intitolata Pour Your Body Out (2008 – 2009). In questo lavoro Pipilotti, nell’atrio del secondo piano, aveva letteralmente invaso ogni parete di proiezioni, mentre al centro dello spazio era stato realizzato un enorme divano circolare, circondato da tappeti, sul quale era possibile accedere soltanto a piedi nudi.

MoMa Pipilotti

Nei video si poteva assistere a una sorta di rito di baccanti, con uomini e donne che danzavano in estasi immersi in una natura lussureggiante. L’installazione che è stata un evento di grandissimo successo, è quella tenutosi in occasione della chiusura della mostra, Yoga at the MoMA, momento molto emozionante, con una lezione gratuita di yoga di un’ora tenuta da Elena Brower, fondatrice di Virayoga, un vero e proprio punto di riferimento per questa pratica negli Usa e conosciuta a livello internazionale. Circa 150 persone hanno dunque potuto assistere alla mostra e allo stesso tempo esercitarsi, coinvolti in una esperienza dalla formula inedita. I posti disponibili sono andati esauriti in pochi minuti dalla pubblicazione online dell’evento e le richieste per poter accedere sono state diverse migliaia.
Pipilotti ha ripreso Elena Brower, da sola, mentre si muove immersa dalle immagini dei  suoi video, con una colonna sonora incredibile. Il risultato è davvero meraviglioso:

Jeremy Lipking in poche pennellate


Jeremy Lipking Tutt'Art@ (19)Jeremy Lipking, nato nel 1975 a Santa Monica in California, si è ispirato ai pittori storici che hanno unito la tradizione figurativa delle accademie europee d’arte del XIX secolo, con particolare attenzione John Singer Sargent, Anders Zorn e Joaquin Sorolla, tutti pittori figurativi.
La sua pittura è basata dalla costruzione delle forme tramite una linea che ne definisce chiaramente i contorni e gli spigoli, e da un colore di tonalità fredda.
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Il risalto è dato dalla luce naturale, di preferenza infatti colloca i suoi modelli vicino finestre. Per un certo periodo preferiva utilizzare modelle professioniste per dipingere le sue figure all’interno del suo studio, di solito nude. Lo stile era caratterizzato da poche pennellate che abbozzavano la figura, lasciandola spesso incompleta e facendo trasparire il fondo bianco dal quale emergevano.2 lipking

White Gown _ Jeremy Lipking

 

1 lipkingUn primo cambiamento si nota quando inizia ad eliminare le figure per dipingere ambienti e stanze vuote.
Jeremy Lipking Tutt'Art@ (37)

Successivamente scoprì l’emozione del dipingere persone normali, sempre nuove e diverse, ritratte all’aperto: bambini, anziani, e poi paesaggi solitari.
Personalmente amo il suo modo di dipingere con pennellate fluide, date in modo rapido ma che riescono a definire dettagli importanti che catturano l’attenzione dello spettatore.

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eyes

 

fall

neve

mountain