Sul tavolo


Screenshot_20180922-071204_Pinterest

Ci terrei a precisare che ho comprato
questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori viola scuro non menzionati
da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato
che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito
– hai sempre sostenuto –
che non ti ho mai detto che mi piaceva).
Be’, mi piaceva, sai. Mi piaceva.
Mi piaceva un sacco, che ci fossi tu dentro
oppure no.

Come è potuto uscirsene così in silenzio
dalla nostra vita?
Detesto (proprio detesto) l’idea di qualche
altro sedere
che faccia svolazzare a sinistra e a destra
quelle pesanti corolle.
Detesto ancor più immaginarmelo sgretolarsi
in una discarica
o fatto a brandelli – un pezzo qui che pulisce
un’astina dell’olio
un pezzo là intorno a una crepa in un tubo
di piombo.

È passato tanto tempo ormai, amore mio,
tanto tempo,
ma stanotte proprio come la nostra prima
notte sono qua,
la testa leggera tra le mani e il bicchiere
pieno,
che fisso i grossi petali sonnolenti fino
a quando si mettono in moto,
amandoli ma con il desiderio di sollevarli,
di schiuderli,
persino di farli a pezzi, se questo è quanto
ci vuole per arrivare
alla tua bellissima pelle, desiderosa,
calda, candida come la luna.

Andrew Motion

E’ fuggita l’estate


fugge.jpg

E’ fuggita l’estate,
più nulla rimane.
Si sta bene al sole.
Eppur questo non basta.

Quel che poteva essere
una foglia dalle cinque punte
mi si è posata sulla mano.
Eppur questo non basta.

Ne’ il bene ne’ il male
sono passati invano,
tutto era chiaro e luminoso.
Eppur questo non basta.

La vita mi prendeva,
sotto l’ala mi proteggeva,
mi salvava, ero davvero fortunato.
Eppur questo non basta.

Non sono bruciate le foglie,
non si sono spezzati i rami…
Il giorno è terso come cristallo.
Eppur questo non basta.

Arsenij Tarkovskij

Possessione luminosa


Come questo vento
voglio essere figura del mio calore
e, lentamente, entrare
dove riposa il corpo tuo
d’estate, avvicinarmi
a lui, senza che mi veda;
arrivare, come polso aperto,
pulsando nell’aria, essere
figura del pensiero mio di te, in sua presenza:
carne aperta di vento,
dimora d’amore nell’anima.
Tu – delicato avorio di sogno,
neve di carne, quiete
di palma, luna in silenzio –
seduta, addormentata, in mezzo
alla stanza. E io, entrando
come acqua chiara, inondarti tutto il corpo
fino a coprirti e, restare
così, integro dentro
come l’aria in un lampione,
incendiandoti nel mio corpo,
illuminando la mia carne,
tutta, ormai, carne di vento.

Emilio Prados

Un pomeriggio estivo


20180128_175753

A vent’anni, periodo universitario, studiavo nella biblioteca di mio padre, intere pareti ricoperte di libri di ogni genere. Nella ripetizione continua degli stessi argomenti, mi concedevo spesso distrazioni e pause: telefonate agli amici, caffè e sigaretta, chiaccherata con mia sorella e i suoi colleghi che studiavano in un’altra stanza.  Un pomeriggio estivo, pochi giorni prima della data dell’esame da sostenere, stavo studiando (non ho mai imparato a memoria, leggevo una volta il testo e poi divagavo in mie argomentazioni) insieme ad una collega; lei leggeva e io guardavo intanto dalla vetrata il giardino di casa. Era pomeriggio, il sole faceva risaltare il verde delle foglie dei limoni e degli aranci, le piante erano piene di passeri e nidi che spesso andavo a spiare. All’improvviso mi venne in mente ” L’albero a cui tendevi la pargoletta mano / il verde melograno da’ bei vermigli fior  “. Non ricordavo il resto della poesia e così iniziarono a venirmi in mente tutte le poesie che avevo imparato, dalle elementari alle superiori. Ma ricordavo solo le prime frasi:

T’amo pio bove

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole

Meglio venirci con la testa bionda, che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda, tua madre… adagio, per non farti male

Ritornava una rondine al tetto, l’uccisero: cadde tra spini

«O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna;

Oh Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini

La nebbia a gl’irti colli, piovigginando sale, e sotto il maestrale,
urla e biancheggia il mar; 

stormi d’uccelli neri, com’esuli pensieri, nel vespero migrar. 

Tanto gentil e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

La bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse

Sparse le trecce morbide Sull’affannoso petto

Né mai più toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

Solo chi non lascia eredità d’affetti

Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell’erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine

M’illumino, d’immenso. 

Si sta come, d’autunno, sugli alberi, le foglie. 

Non ho voglia, di tuffarmi, in un gomitolo, di strade.

Sto, con le quattro, capriole, di fumo, del focolare.

Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici

E piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella, che ieri m’illuse, che oggi t’illude, o Ermione.

Così iniziai a cercare tra i libri di mio padre quelli di poesia e rilessi tutte quelle che avevo ricordato in frammenti, scoprendo una bellezza che, quando le avevo studiate a scuola, non avevo colto. Le imparai di nuovo a memoria e con una gioia mista a divertimento le recitavo ad alta voce per casa.
A trent’anni, in seguito ad una esperienza personale traumatica, scoprì nuovamente la poesia, casualmente, sentendone recitare una in un film. In quel periodo ripresi a leggere poesie, quelle che già conoscevo, ma scoprendo anche nuovi autori, e scrivevo su un quaderno quelle che più mi avevano colpito. Da allora non ho più perso questo filo, un legame che cambia e si evolve con me, con il tempo che passa e il mio vissuto.

L’esame che stavo studiando, comunque, andò bene, anzi, benissimo.

 

La paura del desiderio


Screenshot_20170402-152025
Summer whit Monica di Ingmar Bergman 

Alla donna è sempre stata negata la felicità come condizione esistenziale se non dipendente dall’uomo che ne controlli il desiderio.  L’uomo teme l’istinto di vita animale della donna, da cui è attratto e per cui perde il controllo di sé stesso, da qui la colpa e condanna della donna.

Nell’arte ci sono tantissime rappresentazioni sull’argomento e ultimamente mi hanno colpito due opere in particolare, un film e un dipinto.

Il film è ‘Monica e il desiderio’ di Igmar Bergman del 1953.

Screenshot_20170323-155328

La storia si svolge in tre tempi: ribellione, fuga e condanna. Il film alla sua uscita nelle sale destò scalpore per il personaggio femminile e la bellezza selvaggia e ribelle dell’attrice.

Screenshot_20170402-113026
Harriett Andersson in Sommaren med Monica  (Un’estate con Monica)

Screenshot_20170402-113111

Avevo già visto in passato i film di Bergman, ma non avevo fatto caso a come rappresentava la donna ricorrentemente: debole e votata all’ infelicità, come tante altre figure simili, tanto per citare le più famose, come Madame Bovary e Anna Karenina. Alla fine del film c’è un primo piano della protagonista, che volge lo sguardo verso lo spettatore prima di abbandonarsi alla corruzione, che è considerata ‘ l’inquadratura  più triste del cinema ‘ (J.L. Godard).

Screenshot_20170402-112740

Il dipinto invece è ‘ The Unequal Marriage ‘ di Vasili Pukirev del 1862.

Screenshot_20170402-121535

La scena sembra rappresentare un matrimonio dove c’è una notevole differenza di età fra gli sposi, lui vecchio e lei una ragazza, che lascerebbe intendere una motivazione di interessi fra le famiglie. Invece la storia è ben diversa: è un matrimonio riparatore poiché la ragazza ha ceduto al desiderio proprio con lo stesso artista, che è presente sulla destra del dipinto, di profilo con le braccia incrociate, con gli occhi fissi sull’anziano sposo.

Screenshot_20170402-123008

Il volto della ragazza è il più triste della storia della pittura, una rassegnazione infinita. Nessuna ribellione è possibile, il sogno d’amore con l’artista all’interno della società è negato e sta pagando per aver ceduto alla ‘debolezza dei sensi’.

Screenshot_20170402-123402

Certo sono esempi datati ma c’è un fondo che non conosce tempo, il mito di Eva, la perdita del Paradiso, del sogno, il dissidio tra l’uomo e la donna generato dalla paura.

Ulderico Conti – quattro poesie


20170326_164041

Ho scoperto le poesie di Ulderico Conti mentre sfogliavo Pinterest, erano messe come commenti ad alcune foto, senza titolo e nome dell’autore. Ho scritto un messaggio chiedendo informazioni e ho trovato così Ulderico che mi ha autorizzata alla pubblicazione dei suoi versi. Ne ho scelti quattro, Dove soffia il vento , Schegge , Non chiedermi niente , Arrossisci .

Sul suo blog potete leggere tutti i suoi scritti :

http://orachesonopioggia.blogspot.it/2015/11/verde.html?m=1

 

Dove soffia il vento

C’è un posto in fondo ai tuoi pensieri dove soffia il vento
Dove le parole girano come mulinelli di foglie rosse d’autunno
È il posto dove ti ho incontrata
Dove hai sciolto i tuoi capelli
Ed io ti ho vista per la prima volta
Sola e splendida come il profumo dell’erba nuova di aprile

Giocavo con il vento
E ho chiuso gli occhi
Ma la tua malinconia dolce mi ha svegliato
E adesso ballo con la primavera dei ricordi
sognando la tua gonna che gira insieme al sole

20170326_164005

Schegge

Fredde
gelide come la tramontana di febbraio
Scomposte e sciatte hai sbattuto le tue parole sul tavolo e sei andata via
Le ho osservate per un po’ rotte e disperate
come bottiglie infrante di un vino prezioso
Non le ho toccate
Ho avuto cura di non tagliarmi con le schegge dei tuoi pensieri affilati

Ho deciso
Le lascerò li tra le briciole di frasi morsicate,
il caffè malinconico delle tue sere,
la marmellata di fragola delle tue risate
e le macchie rosse delle nostre confidenze sussurrate.

Ho schiacciato il mio orgoglio
con il candelabro che avevi comprato, pacchiano e goffo,
troppo grande per il tavolino del nostro ultimo incontro.
Ero venuto solo e senza tasche in cui nascondere le mani
Nell’autunno in cui cadde la testa della statua ricordo che avevi scolpito di me
Ma i pregiudizi uccidono la mente e i ricordi graffiano gli occhi

E ora me ne vado
ancora. Solo
e senza nulla tra le mani
In questo nuovo autunno che ha negli occhi i colori vivaci della tua tristezza
e nelle orecchie il suono sordo e cupo di campane di legno che intonano canti senza armonia

Screenshot_20170325-211942
Kenne Gregoire

Non chiedermi niente

Non chiedermi niente
Passami attraverso e cammina sulle mie parole
Uccidi la mia fotografia
Strappala dagli occhi e guardala col cuore

Soli
Siamo soli e tu lo sai
Soli guardiamo il cielo e soli sputiamo a terra
Soli ci salveremo dalla nostra infinita guerra-

Non chiedermi niente perché “niente” è l’unica cosa che non posso darti
Guardati i piedi
Piangi se vuoi
Leggi le mie inquietudini e sciogli la tua tristezza
Cancellami e straccia il disegno della mia casa
Ma non chiedermi niente

A chi dovrei chiedere il permesso di entrare?
A chi dovrei dire la mia direzione?
Ho camminato a lungo bruciato dal sole e spossato dal vento
E sono arrivato qui
Dove tu mi chiedi il niente che non ho

Chiuditi dentro
Spranga le porte
Goditi il buio e offrilo al cuore
Ma non chiedermi niente
Perché per niente si muore

Screenshot_20170325-220747

Arrossisci

Uno sguardo,
Una parola
le tue guance ti tradiscono.
Un’altra notte
Un altro sogno
Riprendo fiato al buio

È stato questo volerti
Il faticoso perderti ogni giorno
A chiudermi la bocca
A torturarmi gli occhi

Senza pietà ritorna
Ridicolo e spietato
Il paradosso comico
Di essermi abbandonato
E ritrovato
Solo

L’estate nei giardini andalusi


d862825453db86562c55b728993a97dd
Maria vestita da contadina valenciana  1906

L’emozione che mi da questo dipinto è indescrivibile, quando lo guardo resto in adorazione, ma proverò a spiegarmi. L’autore è Joachin Sorolla y Bastida (Valencia 1863 – Cercedilla 1923), pittore impressionista. La ragazza che vedete nel dipinto è la figlia Maria, vestita dell’abito femminile tipico del folklore valenciano.

Maria cammina come sospesa nell’aria, con il piede che avanza in avanti da sotto la gonna gonfia, e le mani sui fianchi, sembra volteggi un passo di danza. Il viso, leggermente inclinato, è rivolto verso lo spettatore: il padre che la sta vedendo e, attraverso lo sguardo dell’artista, noi. Non sorride, è serena, una creatura di un altro mondo che sta per toccare terra, si volta e ci guarda. Ha occhi che parlano, neri profondi fissi nei nostri. Con lei siamo entrati nello spazio del giardino, chiuso dalle mura.

Screenshot_20170321-215333

L’incanto che provo è dovuto  alla fusione bellissima di questa ragazza con lo spazio in cui si trova, sono fatti della stessa materia: luce, colore, ombra fresca e leggera tra gli alberi del giardino sotto il sole estivo. Sorolla era bravissimo a rendere in pittura un elemento, la luce, con le connotazioni sfumature tonalità e calore propri del Mediterraneo. E Maria in questo dipinto è fatta di luce, una creatura soprannaturale. Questo giardino è una chiesa della Natura, un tempio dedicato agli elementi di aria terra acqua e fuoco, l’hortus conclusus medioevale che richiama il Paradiso, lo stesso Paradiso promesso da Allah ai suoi fedeli che i giardini dell’Alhambra a Granada richiamano. La differenza tra la luce dei giardini di Sorolla e la luce dei paesaggi di altri artisti dell’impressionismo sta proprio nel valore simbolico che il pittore da a questo elemento, è una luce che da vita, supera e trasfigura la materia.

Sorolla negli anni della piena maturità subisce il fascino del tema del giardino corrispondente alla scoperta dell’Andalusia. In questi anni si dedica a una produzione originale, imperniata dalla poetica del silenzio e dell’intimità e da un linguaggio raffinato, che mette in evidenza un processo di introspezione e di ricerca di essenzialità. Dipinse tutta una serie di ritratti della famiglia nella cornice di giardini.

20170321_205350

20170321_205555

La suggestione che l’artista riceve deriva, in Andalusia, dai patii e dai giardini islamici dell’Alhambra e dell’Alcazar di Siviglia. Successivamente in questa serie di dipinti scompare la presenza umana, a favore delle architetture vegetali, della visione di marmi, delle ceramiche, delle fontane e della luce.

Screenshot_20170321-215039

L’importanza dell’esperienza andalusa è evidente nelle opere ispirate al giardino della nuova casa di Madrid. Ormai anziano, il pittore aveva consacrato le sue energie alla costruzione della dimora, ispirata al modello degli angoli verdi di Siviglia e Granada, al punto da importare dall’Andalusia fontane, ceramiche, colonne, statue, alberi da frutto e piante ornamentali. Il giardino si trasforma in una fonte inesauribile di suggestioni creative, che l’artista riporterà sulla tela.

Screenshot_20170321-215115Guardando i suoi dipinti mi immergo in un’altra dimensione: è sempre estate, la mia stagione. Screenshot_20170324-133815 Screenshot_20170324-133850 Screenshot_20170324-135159 Screenshot_20170324-134022 Screenshot_20170324-134324 Screenshot_20170324-134151

Roscigno Vecchia “il paese che cammina”


fb_img_1481888299702

 Una delle mie passioni sono i borghi antichi abbandonati. La meraviglia di questi luoghi è in diversi aspetti: non essendo più abitati non hanno subito cambiamenti dall’uomo con nuove costruzioni in cemento, le architetture sono immerse nella vegetazione  (alcune case sono proprio invase e inaccessibili), il silenzio dovuto alla mancanza di persone fa apprezzare i suoni della natura: l’acqua dei ruscelli, il canto degli uccelli, il vento fra gli alberi. È bello girare tra le stradine, entrare nelle case e sentire la vita che il tempo fermo ha bloccato tra quelle mura.  Uno dei borghi abbandonati più famosi è Rescigno Vecchia, chiamato “il paese che cammina”. La conformazione del terreno franoso ha sempre causato erosione e cedimento delle fondamenta delle costruzioni, ma i roscignoli non si arrendevano e ad ogni frana ricostruivano le case spostandosi. Le frane più disastrose sono state quelle del 1600 e 1700, poi agli inizi del ‘900 furono costretti a lasciare definitivamente, contro la loro volontà, il paese. Il periodo ideale per visitarlo è in Primavera poiché il colore verde della vegetazione risalta contro la pietra grigia delle case, e le strade sono invase dai ruscelli che scendono dalla montagna. D’estate è tutto secco invece, niente erba e niente acqua per le strade, c’è più gente e si perde tutto l’incanto.