La convivenza perfetta


Sono tornata a Napoli, non definitivamente, per pochi giorni e poi di ritorno a Latina. Sono tornata a casa mia, nel mio spazio privato dove ritrovo me stessa, ogni cosa parla di me, ma in questo senso di appartenenza a un luogo rientra un compagno col quale condivido questo spazio da dieci anni. È un amico a cui fitto una parte del mio appartamento.

Stamattina al risveglio come sempre c’è il silenzio, nessun rumore, non so se Marco è in casa; faccio colazione in cucina e non c’è nessuno. Ho pensato: ecco, sono dieci anni che convivo con questo uomo e il nostro rapporto è perfetto, due mondi che si conoscono ma che vivono separati rispettando gli spazi reciproci. Era un pensiero positivo ma all’improvviso ha cambiato completamente senso.

Ho pensato: se la perfetta convivenza del genere umano, in proiezione di un futuro a cui tendiamo, la realizzazione di un mondo senza conflitti, dipenderà dal vivere come tante cellule separate, ognuna rispettosa dello spazio dell’altro, collegati solo virtualmente, non è un’immagine del futuro così ‘felice’, saremo infelici cioè senza emozioni. Regrediremo, le prime cellule nel brodo primordiale, ed è superfluo dire che il liquido che ci legherà sarà internet. Michel Houellebecq descrive questo futuro nel romanzo ‘La possibilità di un’isola’, il regista Yorgos Lanthimos lo fa nel film ‘The lobster’, entrambi tacciati di nichilismo, ma non è la nuova utopia verso cui la società tende?

Allora ci vuole il conflitto, l’uomo primitivo col suo branco che diventa predatore per vivere. Nel ciclo originario della natura l’uomo era preda, destinato a soccombere, la nostra riproduzione rientrava nell’equilibrio dell’ecosistema. Abbiamo alterato il nostro ecosistema creando il nostro spazio e preso il controllo della natura grazie ad un crescendo di energie a cui, nel tempo, abbiamo dato il nome di emozioni.

Ora abbiamo il controllo delle emozioni, non servono più se vogliamo sopravvivere. Stiamo ritornando nell’Eden, per stare bene insieme evitiamo di cogliere il frutto: saremo finalmente felici.

Il Dono


Se ti amassi
avrei dovuto già lasciarti un dono.
Quindi non ti amo
perché se ti amassi non accuserei
il cielo di non averti qui
mi basterebbe solo che esistessi.
Non ti amo
perché se ti amassi non sarei infelice
di saperti cullato dalle braccia
che non fossero mie.
Non avrei mai bisogno di conferme
non dovrei stare all’erta, e mai
dimenticare che la vita è silenzio talvolta.
Non avrei desideri di bellezza
mi basterebbe questa del tramonto
né chiederei la massima attenzione
sarebbe sufficiente un tuo pensiero.

E per questo capisco che non ti amo
perché, se ti amassi, anch’io amerei
chi t’ama, e questo non avviene.

Allora vado
con il mio non-amore tra le mani
con il mio non-amore sulle labbra
e mi allontano
perché nel non amarti almeno un dono
posso lasciarti infine:
la mia assenza.

Cristina Bove

L’amore? L’amore è un’altra cosa …


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Tu dici che non è necessario, anzi non è nemmeno possibile “sapere come si fa ad amare”? Ti sbagli.
L’amore c’è o non c’è. Che altro resta da capire?
Ma il punto è un altro: quando si invecchia si scopre che le cose stanno in modo diverso, che bisogna sempre “sapere come si fa”, bisogna imparare tutto, anche ad amare. Siamo esseri umani e ciò che accade nella nostra vita viene filtrato dalla ragione. Ed è sempre attraverso la ragione che i nostri sentimenti e le nostre passioni diventano sopportabili, oppure ci paiono intollerabili.
Amare non è sufficiente.
Solo la realtà, i fatti compiuti sono certi. Mi chiedi che cosa disprezzo sopra tutto?
Quel tragico malinteso chiamato amore? O semplicemente il genere umano?
Non disprezzo niente e nessuno. Ma per il tempo che mi resta da vivere, ho intenzione di abbandonarmi a una passione. La passione per la verità. Non tollero di sentirmi raccontare menzogne, e non mi permetterò in alcun modo di mentire a me stesso.
Oltre alla passione e alla felicità esistono anche altri legami fra le persone. Ci sono l’affetto, la pazienza, la compassione, il perdono. Sì, la famiglia è forse uno degli scopi della vita. Ma non risolve tutto.
Una gioia assoluta non l’ho trovata in nessuno. Poi ho letto che forse si tratta della “solitudine della civiltà”. E’ come se il fuoco della gioia si fosse spento sulla Terra. A volte, per qualche istante, qua e là arde ancora. In fondo all’animo umano vive il ricordo di un mondo felice, solare, giocoso, nel quale il dovere è al tempo stesso divertimento, e ogni sforzo è gradevole e sensato. Forse i Greci, ecco, loro saranno stati felici.
Noi invece non viviamo in una vera civiltà, una vera cultura. La nostra è una civiltà di massa, meccanizzata ed enigmatica. Tutti hanno la loro parte, ma nessuno ne trae vera gioia. La civiltà di oggi è la somma di tutte le censure.
Se fossi un sacerdote, un artista, uno scrittore, implorerei ognuno di convertirsi alla gioia, inciterei tutti a dimenticare la solitudine, a farla svanire. A volte provo un gran pena nel contemplare gli esseri umani: corrono in modo sfrenato, si affannano inutilmente, mi verrebbe voglia di dire loro << Smettetela di agitarvi !>>. Non sanno che a volte per vivere sereni basta avere semplicemente un po di pazienza, perché l’armonia che cercano tanto affannosamente – e alla quale, con un termine piuttosto vago, danno il nome di felicità – deriva da pochi e semplici accorgimenti.
Dimmi, perché nelle scuole non si insegna nulla sul rapporto tra uomo e donna? E’ una cosa importante, influisce sulla serenità di una persona. Si dovrebbe parlare ai giovani delle gioie della convivenza, non di <<vita sessuale>>, ma di gioia, pazienza, modestia, appagamento.
Amo la verità e il più delle volte non ho sentito altro che bugie. Ma, che cos’è la verità? come si può guarire e imparare a gioire? Umiltà e coscienza di sé. Il segreto è tutto qui.
Umiltà è forse una parola troppo grossa. Per raggiungerla bisogna saper perdonare, bisogna sapersi disporre a uno stato d’animo straordinario. Nella quotidianità basta essere modesti e sforzarsi di capire quali siano veramente i nostri desideri, le nostre inclinazioni, e poi ammetterli senza vergogna. E sforzarsi di conciliare le nostre aspirazioni con le possibilità offerte dal mondo.
Adesso vivo da solo. Sai, nella vita esistono anche grandi rivincite e gioie. Arrivano tardi, in una forma inaspettata e grottesca. Ma arrivano. Bisogna pagare un prezzo molto alto, ma alla fine la vita ce le concede.
Gioia, naturalmente, non è proprio la parola precisa. Un bel giorno ci si scopre tranquilli. Non si desidera più la felicità, ma non ci sente inariditi o ingannati. Un giorno si capisce di aver ricevuto tutto, il castigo e il premio, e di aver ricevuto secondo i propri meriti. Non si tratta di gioia, ma di quiete e condiscendenza. Si arriva anche a questo alla fine, ma bisogna pagare un prezzo altissimo.
Arriva un momento in cui la tua anima si riempe del desiderio di restare solo, ma non si deve barare. Finché agisci per egoismo, cerchi la solitudine per comodità, o per risentimento, sei ancora in debito col mondo e con tutti coloro che costituiscono il tuo mondo. Fino a quando avrai dei desideri, avrai anche dei doveri.
Dapprima la solitudine è pesante, è una condanna e sembra meglio avere qualcuno con cui condividerla. Sono momenti di debolezza. E speri ancora che possa esserci una soluzione.
Io speravo in un miracolo: l’amore, che con la sua forza misteriosa e soprannaturale dissolvesse la solitudine, annullasse la distanza tra due esseri umani, demolisse ogni muro artificiale che società, educazione, passato e ricordi avevano eretto.
L’amore, che dopo anni di peregrinazioni, torna nella sua terra d’origine, a casa. Per un adulto soltanto l’amore è in grado di restituire quell’attesa piena di trepidazione e di speranza, i momenti in cui due persone si cercano, l’attesa e la speranza che le attraggono l’una verso l’altra, un altrove incontaminato e primordiale. A una certa età a letto non ci si aspetta più dall’altro il piacere sessuale, la felicità o l’estasi, ma una verità semplice e profonda: l’autentica consapevolezza che siamo esseri umani, uomini e donne, e abbiamo un compito comune su questa terra, un impegno che forse non è così privato. E’ impossibile sottrarsi a tale impegno, ma lo si può deformare con le bugie.
Dopo una certa età si pretende la verità in ogni cosa, quindi anche a letto, nella dimensione più fisica e oscura dell’amore. E’ importante essere spontanei, riuscire a sorprendere noi stessi con il dono del piacere, e nello stesso tempo, nonostante il nostro egoismo e la nostra avidità, essere capaci di dare con pari generosità, senza calcolo, senza secondi fini, con leggerezza, quasi inavvertitamente.
Ma l’amore, quello vero, è sempre letale. Il suo scopo non è la felicità. E’ una fiamma più sinistra, più tragica. Un giorno si accende il desiderio di conoscere questa passione devastante, quando ormai non si vuole più nulla per sé,  non si cerca l’amore per essere più tranquilli, più appagati, ma si vuole soltanto essere , in modo totale. Questo accade piuttosto tardi nella vita; molti non conosceranno mai un tale sentimento: i prudenti, gli ingordi, i determinati, gli astuti, i borsaioli dell’amore, fulminei nel rubare un sentimento, abili nell’estorcere un pò di tenerezza e intimità, i vigliacchi, gli accorti … gente vile e meschina.
Infine, può anche accadere che un giorno qualcuno comprenda quale sia lo scopo dell’amore, per quale motivo la vita abbia offerto questo sentimento al genere umano. Lo ha fatto per il nostro bene? La natura non è benigna e non ha bisogno delle illusioni umane, vuole semplicemente creare e distruggere. E’ spietata, ha donato all’uomo la passione, ma pretende che questa passione sia senza riserve. In ogni vita degna di questo nome arriva il momento in cui ci si immerge in una passione come ci si lancia nelle cascate del Niagara. Non credo negli amori esuberanti, quella esuberanza nelle fasi iniziali delle relazioni umane: non bisogna assolutamente fidarsi, la passione non ha niente di festoso. Questa forza truce che incessantemente crea e distrugge il mondo, non si preoccupa granchè dei sentimenti umani. Dà tutto e pretende tutto, esige uno slancio senza condizioni, alimentato della stessa energia primordiale della vita e della morte.
Dietro ogni amplesso, ogni bacio, dei veri amanti, si nasconde il desiderio segreto di annientarsi, quel senso estremo di felicità che non scende a patti con nulla, la consapevolezza che il vero modo di essere felici non è mai stato altro che svanire del tutto e lasciarsi completamente andare a un sentimento. E questo sentimento non ha nessun fine.
L’amore, vale a dire la piena espressione della vita, la perfetta comprensione del senso dell’esistenza e, quale suo esito, l’annientamento. Amare significa semplicemente conoscere appieno la gioia, sapersi donare in maniera incondizionata, e poi morire, come la conclusione di tutte le vicende umane.

verità

La paura del desiderio


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Summer whit Monica di Ingmar Bergman 

Alla donna è sempre stata negata la felicità come condizione esistenziale se non dipendente dall’uomo che ne controlli il desiderio.  L’uomo teme l’istinto di vita animale della donna, da cui è attratto e per cui perde il controllo di sé stesso, da qui la colpa e condanna della donna.

Nell’arte ci sono tantissime rappresentazioni sull’argomento e ultimamente mi hanno colpito due opere in particolare, un film e un dipinto.

Il film è ‘Monica e il desiderio’ di Igmar Bergman del 1953.

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La storia si svolge in tre tempi: ribellione, fuga e condanna. Il film alla sua uscita nelle sale destò scalpore per il personaggio femminile e la bellezza selvaggia e ribelle dell’attrice.

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Harriett Andersson in Sommaren med Monica  (Un’estate con Monica)

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Avevo già visto in passato i film di Bergman, ma non avevo fatto caso a come rappresentava la donna ricorrentemente: debole e votata all’ infelicità, come tante altre figure simili, tanto per citare le più famose, come Madame Bovary e Anna Karenina. Alla fine del film c’è un primo piano della protagonista, che volge lo sguardo verso lo spettatore prima di abbandonarsi alla corruzione, che è considerata ‘ l’inquadratura  più triste del cinema ‘ (J.L. Godard).

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Il dipinto invece è ‘ The Unequal Marriage ‘ di Vasili Pukirev del 1862.

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La scena sembra rappresentare un matrimonio dove c’è una notevole differenza di età fra gli sposi, lui vecchio e lei una ragazza, che lascerebbe intendere una motivazione di interessi fra le famiglie. Invece la storia è ben diversa: è un matrimonio riparatore poiché la ragazza ha ceduto al desiderio proprio con lo stesso artista, che è presente sulla destra del dipinto, di profilo con le braccia incrociate, con gli occhi fissi sull’anziano sposo.

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Il volto della ragazza è il più triste della storia della pittura, una rassegnazione infinita. Nessuna ribellione è possibile, il sogno d’amore con l’artista all’interno della società è negato e sta pagando per aver ceduto alla ‘debolezza dei sensi’.

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Certo sono esempi datati ma c’è un fondo che non conosce tempo, il mito di Eva, la perdita del Paradiso, del sogno, il dissidio tra l’uomo e la donna generato dalla paura.

Open your eyes


Avevo conosciuto una persona su una chat, ci fu subito intesa, dopo pochi giorni ci sentimmo al telefono e trascorremmo cinque ore a parlare. Decidemmo di vederci, ma per vincere le mie paure e insicurezze mi disse di bendarmi e lasciare la porta di casa aperta per farlo entrare. Non ho avuto paura, avevo una fiducia e abbandono nell’altro che non avevo mai provato. Quando arrivò lo senti ma non perché parlasse o facesse dei rumori, sentivo la sua presenza, ero felice, sorrisi e allungai una mano nel vuoto.

Mi tolse la benda dopo aver fatto l’amore e mi chiese: “potresti innamorarti di me?” , e io “si”. Poi mi chiese di scrivere su fb che ero felice, e io scrissi “mai stata così felice in vita mia “. Poi mi chiese se mi sarei tatuata le sue iniziali sul mio corpo …

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No, le iniziali proprio no, “non ti conosco, non c’è niente fra di noi, che senso ha? “. Sta’ storia della richiesta di tuatuarmi le sue iniziali era un tarlo, così un giorno mi chiese di scriverle a penna per accontentarlo e così feci. Dopo qualche giorno chiese di rivederle  … ma io mi lavo !!!!!! Che fine potevano fare secondo voi ??? Apriti cielo e scroscia a diluvio ….. Non era difficile da capire cosa cercava: dominio, una che si lasciasse dominare. A me piaceva, ma come carica sessuale, come donna invece aveva sbagliato persona, e mi rimproverava pure !!!! Diceva ” tu ti lasci dominare quando vuoi tu “. Lui invece pensava fosse in altro modo in cui condurre il gioco a suo favore  …

45c8f13c61c0247517512b823cb5fff6Non vi fate idee strane. Ognuno di noi ha le proprie fantasie sessuali, lui stava vivendo la sua. Ma la richiesta delle sue iniziali tatuate ad una sconosciuta era troppo. Forse aveva letto Histoire d’O e sognava una schiava d’amore in suo possesso.

Personalmente penso che abbia perso un’ occasione, era così preso dalle sue fantasie che non vedeva chi aveva davanti e con quanta innocenza e fiducia gli si era donata. Abbiamo continuato a frequentarci per un po di mesi, ma quando gli chiedevo di lasciarsi andare diceva che volevo mettergli vincoli, privarlo della libertà, avere una relazione esclusiva. Sono stata un bel gioco per lui, mi sono divertita anch’io, ma non era paritario: volevo anch’io le mie iniziali sul suo corpo, che scrivesse pubblicamente “che non era mai stato tanto felice in vita sua” , che si fosse concesso la libertà di potersi innamorare di me. E invece no, doveva giocare lui solo e io dire solo “si”.

Ecco, una bella sigaretta e finiamola qui.

Forse


L’insostenibile leggerezza dell’essere, essere distanti e estranei alla vita dell’ altro, solo così si riesce ad amare ( per alcuni ) e il sentimento resta puro perfetto e per sempre. Ma resta “insostenibile” perché non reale, non vissuto. “Mi basta sapere che mi ami, che sei felice, che ami un’altra donna, che esisti al di là di me e che dentro di te mi porterai sempre . È così anche per te? Sei riconoscente  alla vita che io ci sia? ” Il romanzo di Kundera non mi ha mai convinta fino in fondo. La poesia è molto bella, ma per me l’amore vissuto con leggerezza è insostenibile.

Forse ti voglio bene.

Forse ti voglio molto bene.

Ma proprio per questo

sarà forse meglio

che rimaniamo così come siamo.

Forse un uomo e una donna

sono più vicino l’uno all’altro

quando non vivono insieme

e sanno soltanto di esistere,

quando sono riconoscenti l’uno all’altro

solo perché esistono

e perché l’uno sa che l’altro esiste.

E alla loro felicità questo basta.

 

– Milan Kundera –

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Il risveglio


La mattina verso le cinque mi sveglio, un nodo mi stringe la gola e lo stomaco. Allora mi alzo, faccio il caffè e con la gatta sulle ginocchia fumo la prima sigaretta. Oggi ho capito cos’è: non è insonnia, non è fame (sono a dieta), non è ansia. È il dolore, l’ho riconosciuto, ci convivevo senza capirlo, e ho capito anche perché è lì: non ha voce, sta lì bloccato tra la gola e lo stomaco. Posso dire che sono mesi che sto bene, nella pace dei sensi: non provo nulla, non ho desideri, non ho nulla da dire e nulla mi turba. Quel nodo sta lì soffocato, lo so  … e so anche perché e cosa vorrebbe urlare. Ma l’ho già fatto e ora non c’è più niente da dire. Ognuno convive con il proprio dolore, non tutti ne sono consapevoli. Tolstoj disse: tutte le famiglie felici si somigliano, ognuna è infelice a modo suo.

Piove stamattina, sto a casa con le mie capriole di fumo.