La convivenza perfetta


Sono tornata a Napoli, non definitivamente, per pochi giorni e poi di ritorno a Latina. Sono tornata a casa mia, nel mio spazio privato dove ritrovo me stessa, ogni cosa parla di me, ma in questo senso di appartenenza a un luogo rientra un compagno col quale condivido questo spazio da dieci anni. È un amico a cui fitto una parte del mio appartamento.

Stamattina al risveglio come sempre c’è il silenzio, nessun rumore, non so se Marco è in casa; faccio colazione in cucina e non c’è nessuno. Ho pensato: ecco, sono dieci anni che convivo con questo uomo e il nostro rapporto è perfetto, due mondi che si conoscono ma che vivono separati rispettando gli spazi reciproci. Era un pensiero positivo ma all’improvviso ha cambiato completamente senso.

Ho pensato: se la perfetta convivenza del genere umano, in proiezione di un futuro a cui tendiamo, la realizzazione di un mondo senza conflitti, dipenderà dal vivere come tante cellule separate, ognuna rispettosa dello spazio dell’altro, collegati solo virtualmente, non è un’immagine del futuro così ‘felice’, saremo infelici cioè senza emozioni. Regrediremo, le prime cellule nel brodo primordiale, ed è superfluo dire che il liquido che ci legherà sarà internet. Michel Houellebecq descrive questo futuro nel romanzo ‘La possibilità di un’isola’, il regista Yorgos Lanthimos lo fa nel film ‘The lobster’, entrambi tacciati di nichilismo, ma non è la nuova utopia verso cui la società tende?

Allora ci vuole il conflitto, l’uomo primitivo col suo branco che diventa predatore per vivere. Nel ciclo originario della natura l’uomo era preda, destinato a soccombere, la nostra riproduzione rientrava nell’equilibrio dell’ecosistema. Abbiamo alterato il nostro ecosistema creando il nostro spazio e preso il controllo della natura grazie ad un crescendo di energie a cui, nel tempo, abbiamo dato il nome di emozioni.

Ora abbiamo il controllo delle emozioni, non servono più se vogliamo sopravvivere. Stiamo ritornando nell’Eden, per stare bene insieme evitiamo di cogliere il frutto: saremo finalmente felici.

C’eravamo solo noi


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Umberto Saba

Giugno 2015. Mi sono sempre piaciuti i borghi abbandonati. Un pomeriggio estivo,  dopo aver trascorso la mattina al mare a Palinuro, convinsi Carunchio ad andare a San Severino di Centola.  Non fu facile entrare nel paese perché interamente barricato a causa di un roccione pericolante.  Riuscimmo nell’intento e iniziammo a girare per i vicoli e le case abbandonate. Era quasi il tramonto e la vista spettacolare. Non c’era nessuno e nel silenzio si sentivano solo le nostre voci e i nostri passi sulle rocce. Ero un pò stanca e allora mi sedetti su una roccia molto alta e sporgente. Lui si avvicinò e iniziò ad abbracciarmi e baciarmi. La calma del luogo ci dispose in una condizione di assoluta libertà per cui io cedetti e mi riversai all’indietro sulla roccia con le braccia aperte verso il cielo. Era il paradiso, un uomo e una donna immersi nella natura, non c’era nessun’altro al mondo al di fuori di noi due.

E invece. Nel meglio delle nostre prestazioni sentimmo all’improvviso delle voci in lontanza. Per fortuna ero in costume da bagno quindi velocemente mi ricomposi e ci rialzammo.

Erano dei turisti stranieri, mamma papà e due bambini, si avvicinarono e cortesemente ci chiesero delle spiegazioni sul luogo e i percorsi da fare. Risposi a tutto gentilmente e ognuno poi continuò per conto suo. Chissà se ci avevano visti da lontano, penso di no altrimenti avrebbero cambiato strada per non disturbarci, per me è sempre un peccato profanare i giochi e i sogni degli amanti. Il nostro abbraccio era davvero incantevole in quel contesto, non c’era indecenza, eravamo l’erba e i sassi, la vita che al tramonto usciva di nascosto dalle mure delle case per respirare libera.

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Questo è l’ultimo ricordo, nel senso che non ne scriverò degli altri. Li ho tutti in bozze ma resteranno lì. Avevo bisogno di parlare, raccontare, il tempo stava passando e di tutta questa storia restavano solo i ricordi, ma ancora per poco.  Era una lotta contro il tempo e la vita, dovevo accettare la perdita, lasciare andar via i ricordi e accettare l’idea che quella persona non ci sarebbe più stata in futuro, che sarebbe diventata solo un pensiero privo del carico emotivo. Il dolore è passato, consumato, lascio andare quello che resta. Chiudo con questa citazione:

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Eugenio Montale

Un ultimo bacio, e poi via.

Il futuro


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‘Great Chandelier’ installation by Werner Reiterer

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.
Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

  • Julio Cortazar –