Sul tavolo


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Ci terrei a precisare che ho comprato
questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori viola scuro non menzionati
da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato
che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito
– hai sempre sostenuto –
che non ti ho mai detto che mi piaceva).
Be’, mi piaceva, sai. Mi piaceva.
Mi piaceva un sacco, che ci fossi tu dentro
oppure no.

Come è potuto uscirsene così in silenzio
dalla nostra vita?
Detesto (proprio detesto) l’idea di qualche
altro sedere
che faccia svolazzare a sinistra e a destra
quelle pesanti corolle.
Detesto ancor più immaginarmelo sgretolarsi
in una discarica
o fatto a brandelli – un pezzo qui che pulisce
un’astina dell’olio
un pezzo là intorno a una crepa in un tubo
di piombo.

È passato tanto tempo ormai, amore mio,
tanto tempo,
ma stanotte proprio come la nostra prima
notte sono qua,
la testa leggera tra le mani e il bicchiere
pieno,
che fisso i grossi petali sonnolenti fino
a quando si mettono in moto,
amandoli ma con il desiderio di sollevarli,
di schiuderli,
persino di farli a pezzi, se questo è quanto
ci vuole per arrivare
alla tua bellissima pelle, desiderosa,
calda, candida come la luna.

Andrew Motion

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio


Daryl Zang
Artista, Daryl Zang

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio:
chiarità assoluta, trasparenza rotonda.
Limpidezza il cui grembo, come il fondo del fiume,
con il tempo si afferma, con il sangue si affonda.

Che lucenti e durevoli materie ti hanno fatto,
oh cuore pieno d’alba, mia pelle mattutina?
Io non voglio altro giorno che non sia dal tuo seno.
Il tuo sangue è il domani che giammai si conclude.

Solo il tuo corpo è luce, sole: il resto è tramonto.
Io non vedo le cose che al lume del tuo volto.
Altra luce è lo spettro, niente più, del tuo passo.
Il tuo sguardo insondabile mai si volge a ponente.

Chiarità senz’alcun declino. Somma essenza
del lampo che non cede né abbandona la cima.
Gioventù. Limpidezza. Chiarità. Trasparenza
che fa vicini gli astri di fuoco più lontani.

Chiaro il tuo corpo bruno di fiamma fecondante.
Erba nera l’origine, erba nera le tempie.
Un sorso nero gli occhi e lo sguardo distante.
Giorno blu. Notte chiara. Ombra chiara che vieni.

Io non voglio altra luce che l’ombra tua dorata
dove spuntano anelli di un’erba che dà ombra.
Nel mio sangue, con fede dal tuo corpo incendiato,
per tutto il tempo è notte: per tutto il tempo è giorno.

Miguel Hernández
© Rivista Poesia (N. 286, ottobre 2013)

Tratta il mio corpo come la pagina di un libro


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I racconti del cuscino è un film di Peter Greenway basato su un’idea molto particolare che la protagonista stessa così descrive:

Due sono le cose nella vita su cui si può fare affidamento, i piaceri della carne e quelli della letteratura. Io ho avuto la fortuna di godere egualmente di entrambi.

Nagiko è una ragazza giapponese che è rimasta legata ad un rituale che il padre compiva ad ogni suo compleanno: le disegnava sul volto, pronunciando queste parole

Quando Dio creò il primo essere umano vi dipinse sopra gli occhi, le labbra e il sesso. E quando Dio era soddisfatto della sua creazione, inspirò vita nel modello di fango scrivendo su il suo nome.

Il padre disegnava gli occhi, le labbra e il sesso, simboli della percezione, linguaggio e riproduzione, riflesso della produzione intellettuale e artistica che si manifesta nel concepimento e nascita. L’ essere umano e  l’opera d’arte sono entrambi frutto di un processo creativo.

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The eyes, the lips, the sex

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Alla fine del rituale scriveva il nome della figlia sulla base del collo, rinnovando così la creazione di Dio attraverso la parola scritta sul corpo. Nagiko crescendo andrà alla ricerca di un uomo capace di darle la vita come faceva il padre. Dopo aver fatto sesso, invita i suoi amanti a scriverle sul corpo. L’incontro con l’inglese Jerome, traduttore e interprete, sarà fatale. Jerome ribalta il rituale, lei non sarà più la carta ma la penna, e Nagiko inizia a scrivere sul corpo degli uomini. Jerome sarà il traduttore dei testi presso l’editore. Nella creazione di Nagiko l’uomo è un libro, immagine e testo coincidono:

Il libro dell’ Innocente, dell’Idiota, della Vecchiaia, dell’ Esibizionista, del Seduttore, della Giovinezza, dei Segreti, del Traditore, del Silenzio, della Nascita, dell’Iniziazione, della Morte.

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“Su ogni parte anatomica viene esplicitata la funzione dell’organo relazionato a quello della scrittura. Nagiko scrive sull’origine del libro e sulla sua immortalità, stabilendo un’analogia in cui la carne diventa carta, la parola scritta dona la vita, il sangue diventa inchiostro, la penna l’organo riproduttore il cui scopo è quello di fertilizzare la pagina … la scrittura diventa un atto sessuale e la lettura un atto erotico” (Alessandro Marini).

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La ragazza scrive un poema unico diviso in tanti capitoli, ognuno con un argomento, ispirandosi a ‘I Racconti del Cuscino’, uno dei capolavori della letteratura giapponese, scritto da Sei Shonagon, dama di compagnia dell’imperatrice Teishi. Si tratta di un compendio impressionistico delle centinaia di cose classificate per categorie (“cose rare”, “cose che fanno battere il cuore più forte”, “cose che fanno emergere i bei ricordi del passato”, ecc., una specie di blog con tante categorie e pensieri personali), così come scene di vita quotidiana alla corte imperiale giapponese a cavallo del XI secolo, e gli incontri amorosi, un diario che veniva custodito dalle donne sotto il cuscino. Un particolare di questo diario colpisce Nagiko: la cortigiana scrive che prova piacere dalla scrittura di poesie che gli amanti fanno sul suo corpo.

Nagiko farà del suo corpo un libro, quello dell’amore per Jerome. La scena che più mi piace è quella in cui Jerome scrive in inglese e in latino la preghiera del ‘Padre Nostro’ sul corpo di Nagiko, con in sottofondo la canzone di Guesch Patti.

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Jerome tradisce Nagiko e disperato per averla persa si suicida. L’ultima pagina della loro storia è il figlio che nascerà dopo la morte di Jerome. Nel finale elenca le sette cose per cui vale la pena vivere: “Un amante in giardino, l’acqua ferma e scrosciante, l’amore nel pomeriggio, l’imitazione della storia, l’amore prima e l’amore dopo, la carne e la scrittura, scrivere sull’amore e trovarlo”. Il film si chiude con l’immagine di Nagiko che scopre il suo corpo mentre allatta: è interamente tatuato.

Madame x quando l’arte fa scandalo


Il dipinto di cui voglio parlarvi è di John Singer Sargent (Firenze, 12 gennaio 1856 – Londra, 17 aprile 1925). Conoscevo già l’opera ma non la sua storia.

Sargent era nato a Firenze nel 1856, figlio di un chirurgo americano Fitzwilliam Sargent e di Mary Newbold Singer, donna colta, appassionata d’arte e di letteratura. I genitori, grazie al benessere economico, si trasferirono in Europa per soddisfare la curiosità che esercitava il vecchio mondo da cui erano affascinati. L’Europa era dunque sinonimo di emancipazione e crescita culturale di fronte a quello che era visto come il vuoto provincialismo americano. Sargent, incoraggiato dalla madre, cominciò giovanissimo a dipingere. Crebbe tra l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna e la Svizzera.

Nel 1884 Sargent realizzò il suo vero capolavoro, il ritratto di Madame Pierre Gautreau, meglio noto poi come “Madame X”. Sargent aveva ventotto anni, e sperava, esponendo questo ritratto, di acquisire notorietà partecipando al Salon di Parigi.

La modella del ritratto era la bellissima Virginie Amélie Avegno (1859-1915). Aveva ventiquattro anni e anche lei era americana e di famiglia facoltosa. Si era trasferita da poco in Europa e sposato il ricco banchiere parigino Pierre Gautreau. Donna ambiziosa e vanitosa, conduceva una vita non priva di pettegolezzi sul suo comportamento in società e nella vita privata. Sargent insistette moltissimo per poterla ritrarre e alla fine lei accettò. Furono eseguiti numerosi studi della modella e, alla fine, dopo un anno, il suo dipinto venne realizzato. Ecco i disegni preparatori, con l’artista e il bozzetto dell’opera:

Nella tela di grandi dimensioni, circa due metri e mezzo di altezza, su uno sfondo marrone, emerge la silhouette della donna, in piedi, di profilo e la mano sinistra appoggiata a un tavolo. Ha un vestito di raso nero con un’ampia scollatura. Spicca in contrasto con l’abito nero la pelle bianca delle spalle e del collo. Il pallore, all’epoca, è alla moda e lei lo ha accentuava usando uno spesso strato di cipria gessosa chiarissima. La torsione del busto, il gesto elegante del braccio verso il tavolo, lo sguardo fiero e distaccato. Era il ritratto di una donna giovane che cosciente di sé ostentava la propria bellezza, sensualità, classe sociale ed eleganza.

Quando si apri`  la sala 31, dove il dipinto era esposto, fu subito uno scandalo sociale. La modella del ritratto non era anonima, era Madame Gautreau, che tutti conoscevano direttamente o per notorietà, una signora in vista dell’alta società parigina che si metteva in mostra sfrontatamente. Nella tradizione della pittura c’erano stati dipinti ben più erotici, ma il travestimento mitologico o l’ambientazione in altra epoca storica ne avevano mascherato la suggestione sensuale, e le modelle erano sempre donne non di alto rango sociale (attrici, cantanti). Qui, invece, Virginie infrangeva il codice di comportamento della “Parigi bene”. Il pubblico in sala sorrideva ironico o condannava con riprovazione. Lo scandalo venne riportato dai giornali scatenando le reazioni della famiglia di Virginie. I parenti sono sconcertati: la madre, indignata, pretende spiegazioni e fa una sfuriata pubblica a Sargent. Ma quello che piu destò scalpore fu il particolare di una spallina dell’abito scivolata sulla spalla: dettava fantasie morbose. L’artista fu costretto a modificare il dipinto ridipingendo la spallina e cambiando il nome in “Madame X “, ma fu tutto inutile.  Il dipinto venne ritirato dal Salone, Sargent andò via a Londra, Virginie venne esclusa dalla buona società ritirandosi a vita privata.  Ecco il dipinto dopo il restauro alla spallina:

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Era il 1884 quando successe lo scandalo. Sei anni dopo Virginie si fece ritrarre nuovamente da Gustave Courtois:

89c8c1f64aba06b27934bb3fefd17370Come nel dipinto in precedenza, il ritratto mostra il suo volto di profilo. Indossa sempre un abito scollato ma molto più aperto sul décolleté e il cinturino pende sulla spalla. Questa volta, tuttavia, il ritratto è stato ben accolto dal pubblico. Nel 1897 Virginie posò ancora una volta per un ritratto in piedi, quello che sarà la sua versione preferita, dipinto da Antonio de La Gándara.

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