Jeremy Lipking, nato nel 1975 a Santa Monica in California, si è ispirato ai pittori storici che hanno unito la tradizione figurativa delle accademie europee d’arte del XIX secolo, con particolare attenzione John Singer Sargent, Anders Zorn e Joaquin Sorolla, tutti pittori figurativi.
La sua pittura è basata dalla costruzione delle forme tramite una linea che ne definisce chiaramente i contorni e gli spigoli, e da un colore di tonalità fredda. Il risalto è dato dalla luce naturale, di preferenza infatti colloca i suoi modelli vicino finestre. Per un certo periodo preferiva utilizzare modelle professioniste per dipingere le sue figure all’interno del suo studio, di solito nude. Lo stile era caratterizzato da poche pennellate che abbozzavano la figura, lasciandola spesso incompleta e facendo trasparire il fondo bianco dal quale emergevano.
Un primo cambiamento si nota quando inizia ad eliminare le figure per dipingere ambienti e stanze vuote.
Successivamente scoprì l’emozione del dipingere persone normali, sempre nuove e diverse, ritratte all’aperto: bambini, anziani, e poi paesaggi solitari.
Personalmente amo il suo modo di dipingere con pennellate fluide, date in modo rapido ma che riescono a definire dettagli importanti che catturano l’attenzione dello spettatore.
Alla donna è sempre stata negata la felicità come condizione esistenziale se non dipendente dall’uomo che ne controlli il desiderio. L’uomo teme l’istinto di vita animale della donna, da cui è attratto e per cui perde il controllo di sé stesso, da qui la colpa e condanna della donna.
Nell’arte ci sono tantissime rappresentazioni sull’argomento e ultimamente mi hanno colpito due opere in particolare, un film e un dipinto.
Il film è ‘Monica e il desiderio’ di Igmar Bergman del 1953.
La storia si svolge in tre tempi: ribellione, fuga e condanna. Il film alla sua uscita nelle sale destò scalpore per il personaggio femminile e la bellezza selvaggia e ribelle dell’attrice.
Harriett Andersson in Sommaren med Monica (Un’estate con Monica)
Avevo già visto in passato i film di Bergman, ma non avevo fatto caso a come rappresentava la donna ricorrentemente: debole e votata all’ infelicità, come tante altre figure simili, tanto per citare le più famose, come Madame Bovary e Anna Karenina. Alla fine del film c’è un primo piano della protagonista, che volge lo sguardo verso lo spettatore prima di abbandonarsi alla corruzione, che è considerata ‘ l’inquadratura più triste del cinema ‘ (J.L. Godard).
Il dipinto invece è ‘ The Unequal Marriage ‘ di Vasili Pukirev del 1862.
La scena sembra rappresentare un matrimonio dove c’è una notevole differenza di età fra gli sposi, lui vecchio e lei una ragazza, che lascerebbe intendere una motivazione di interessi fra le famiglie. Invece la storia è ben diversa: è un matrimonio riparatore poiché la ragazza ha ceduto al desiderio proprio con lo stesso artista, che è presente sulla destra del dipinto, di profilo con le braccia incrociate, con gli occhi fissi sull’anziano sposo.
Il volto della ragazza è il più triste della storia della pittura, una rassegnazione infinita. Nessuna ribellione è possibile, il sogno d’amore con l’artista all’interno della società è negato e sta pagando per aver ceduto alla ‘debolezza dei sensi’.
Certo sono esempi datati ma c’è un fondo che non conosce tempo, il mito di Eva, la perdita del Paradiso, del sogno, il dissidio tra l’uomo e la donna generato dalla paura.
L’emozione che mi da questo dipinto è indescrivibile, quando lo guardo resto in adorazione, ma proverò a spiegarmi. L’autore è Joachin Sorolla y Bastida (Valencia 1863 – Cercedilla 1923), pittore impressionista. La ragazza che vedete nel dipinto è la figlia Maria, vestita dell’abito femminile tipico del folklore valenciano.
Maria cammina come sospesa nell’aria, con il piede che avanza in avanti da sotto la gonna gonfia, e le mani sui fianchi, sembra volteggi un passo di danza. Il viso, leggermente inclinato, è rivolto verso lo spettatore: il padre che la sta vedendo e, attraverso lo sguardo dell’artista, noi. Non sorride, è serena, una creatura di un altro mondo che sta per toccare terra, si volta e ci guarda. Ha occhi che parlano, neri profondi fissi nei nostri. Con lei siamo entrati nello spazio del giardino, chiuso dalle mura.
L’incanto che provo è dovuto alla fusione bellissima di questa ragazza con lo spazio in cui si trova, sono fatti della stessa materia: luce, colore, ombra fresca e leggera tra gli alberi del giardino sotto il sole estivo. Sorolla era bravissimo a rendere in pittura un elemento, la luce, con le connotazioni sfumature tonalità e calore propri del Mediterraneo. E Maria in questo dipinto è fatta di luce, una creatura soprannaturale. Questo giardino è una chiesa della Natura, un tempio dedicato agli elementi di aria terra acqua e fuoco, l’hortus conclusus medioevale che richiama il Paradiso, lo stesso Paradiso promesso da Allah ai suoi fedeli che i giardini dell’Alhambra a Granada richiamano. La differenza tra la luce dei giardini di Sorolla e la luce dei paesaggi di altri artisti dell’impressionismo sta proprio nel valore simbolico che il pittore da a questo elemento, è una luce che da vita, supera e trasfigura la materia.
Sorolla negli anni della piena maturità subisce il fascino del tema del giardino corrispondente alla scoperta dell’Andalusia. In questi anni si dedica a una produzione originale, imperniata dalla poetica del silenzio e dell’intimità e da un linguaggio raffinato, che mette in evidenza un processo di introspezione e di ricerca di essenzialità. Dipinse tutta una serie di ritratti della famiglia nella cornice di giardini.
La suggestione che l’artista riceve deriva, in Andalusia, dai patii e dai giardini islamici dell’Alhambra e dell’Alcazar di Siviglia. Successivamente in questa serie di dipinti scompare la presenza umana, a favore delle architetture vegetali, della visione di marmi, delle ceramiche, delle fontane e della luce.
L’importanza dell’esperienza andalusa è evidente nelle opere ispirate al giardino della nuova casa di Madrid. Ormai anziano, il pittore aveva consacrato le sue energie alla costruzione della dimora, ispirata al modello degli angoli verdi di Siviglia e Granada, al punto da importare dall’Andalusia fontane, ceramiche, colonne, statue, alberi da frutto e piante ornamentali. Il giardino si trasforma in una fonte inesauribile di suggestioni creative, che l’artista riporterà sulla tela.
Guardando i suoi dipinti mi immergo in un’altra dimensione: è sempre estate, la mia stagione.
Lovers è uno dei miei dipinti preferiti. L’autore è un artista americano, Andrew Wyeth (morto all’età di 91 anni), che realizzò tra il 1971 e il 1985 240 opere (aquerelli, alcuni studi a schizzo e un numero minore di tele) con un unico soggetto, la donna che vedete nel dipinto, Helga Testorf, senza che ne la moglie del pittore ne il marito di Helga ne fossero a conoscenza. Andrew aveva incontrato Helga quando lei aveva 32 anni. Di origine prussiana, era emigrata negli Stati Uniti e arrivata nel 1961 nella città dove viveva il pittore, Chadds Ford in Pennsylvania. Essendo una persona totalmente diversa da lui, Andrew ne rimase affascinato. Alcuni ipotizzano che era il colore dei capelli biondi con tonalità rosse e l’espressione enigmatica del volto che ispirarono Wyeth, tanto da dedicare così tanto tempo e fatica per cercare di catturarne il suo mistero.
Helga Testorf
I suoi lineamenti cesellati, la forma morbida del corpo, lo sguardo pensieroso e l’innata devozione di Helga nel prestarsi e collaborare al processo creativo, avrebbero dato all’artista lo scopo insaziabile di dedicare ossessivamente le sue energie ad un unico argomento: Helga.
Helga – studio ad acquerello
L’artista tenne nascosti tutti i disegni e dipinti a casa di un amico. Quando la moglie scoprì tutte le opere chiese spiegazioni sul rapporto tra i due, ma l’artista ammise che non erano mai stati amanti.
La serie di Helga, attualmente proprietà di una società giapponese, venne acquistata in blocco nel 1986 dal miliardario Leonard Andrews, per preservarla intatta, e fu esposta l’anno dopo alla National Gallery di Washington.
Amo molto i dipinti di Helga perché l’artista è riuscito a catturare l’intimità, il calore del corpo, l’interiorità femminile. Helga è ritratta sempre con uno sguardo perso nei suoi pensieri, mentre dorme o è immersa nel duro paesaggio dove vive. Lontana e assente, non rivolge mai lo sguardo allo spettatore.
Gerard Schlosser è un pittore francese nato il 12 giugno 1931 a Lille (ha 84 anni). Vive e lavora a Parigi. È tra miei artisti preferiti. Il suo genere stilistico è l’iperrealismo.Non c’è praticamente alcuna informazione su di lui su Internet.
Schlosser ritrae momenti intimi della vita quotidiana con un’abilità perfezionata nel corso della sua carriera. Il pittore utilizza fotografie, isolando particolari parti del corpo e paesaggi, li ritaglia e crea dei collage, realizza così una nuova immagine, isolati al centro della scena dei suoi quadri. Ecco alcune delle foto sulle quali ha lavorato:
La maggior parte sono scene all’aperto, in giornate dal cielo limpido e in piena luce. Alcuni dipinti rappresentano invece solo particolari del paesaggio come l’erba estiva seccata dal sole, parti di un bosco visto dal di fuori.
Sono tutte parti di un’unica realtà, parti dove l’occhio dell’artista si è soffermato per un breve istante, cogliendo il mistero e la bellezza, che in questo modo si eguagliano. E’ come un grande puzzle, vediamo solo dei pezzi e l’immaginazione ci porta a pensare alla realtà unica, ma è possibile? Esiste la realtà che noi immaginiamo e quella che l’artista ha visto. Sono come dei fotogrammi bloccati di un film e Schlosser è l’occhio-telecamera, un pittore-regista, non solo un occhio.
La scelta dei soggetti, un ombelico un seno nudo delle gambe, espongono una intimità furtivamente rubata dall’occhio dell’artista, la loro semplicità staccata da qualsiasi azione e dal contesto generale, privano le immagini di una carica erotica.
L’occhio è attratto in dall’incredibile perizia tecnica non rendendosi conto che in realtà non sono immagini realistiche, il colore degli abiti è puro senza sfumature di toni, i contorni sono netti, gli elementi non sono in relazione fra loro. L’omissione dei volti nei soggetti dà alle rappresentazioni ritagliate un alone di mistero sul racconto/film che l’artista mette in scena. Ma la storia resta sconosciuta.
La mancanza di un racconto crea uno spazio vuoto, intenzionale, che permette allo spettatore di sovrapporre esperienze personali ed emozioni, un rendering non solo grafico ma un processo di generazione di sentimenti che tramite la memoria li colleghiamo alle immagini.
Questa caratteristica unica in effetti attribuisce una variabile narrativa ai ritratti ultra-fedeli. I miei dipinti preferiti sono questi:
Vi propongo un video di una mostra delle sue opere nell’unica galleria a Parigi dove espone, Galerie Lauren Stroke.
Il dipinto di cui voglio parlarvi è di John Singer Sargent (Firenze, 12 gennaio 1856 – Londra, 17 aprile 1925). Conoscevo già l’opera ma non la sua storia.
Sargent era nato a Firenze nel 1856, figlio di un chirurgo americano Fitzwilliam Sargent e di Mary Newbold Singer, donna colta, appassionata d’arte e di letteratura. I genitori, grazie al benessere economico, si trasferirono in Europa per soddisfare la curiosità che esercitava il vecchio mondo da cui erano affascinati. L’Europa era dunque sinonimo di emancipazione e crescita culturale di fronte a quello che era visto come il vuoto provincialismo americano. Sargent, incoraggiato dalla madre, cominciò giovanissimo a dipingere. Crebbe tra l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna e la Svizzera.
Nel 1884 Sargent realizzò il suo vero capolavoro, il ritratto di Madame Pierre Gautreau, meglio noto poi come “Madame X”. Sargent aveva ventotto anni, e sperava, esponendo questo ritratto, di acquisire notorietà partecipando al Salon di Parigi.
La modella del ritratto era la bellissima Virginie Amélie Avegno (1859-1915). Aveva ventiquattro anni e anche lei era americana e di famiglia facoltosa. Si era trasferita da poco in Europa e sposato il ricco banchiere parigino Pierre Gautreau. Donna ambiziosa e vanitosa, conduceva una vita non priva di pettegolezzi sul suo comportamento in società e nella vita privata. Sargent insistette moltissimo per poterla ritrarre e alla fine lei accettò. Furono eseguiti numerosi studi della modella e, alla fine, dopo un anno, il suo dipinto venne realizzato. Ecco i disegni preparatori, con l’artista e il bozzetto dell’opera:
Nella tela di grandi dimensioni, circa due metri e mezzo di altezza, su uno sfondo marrone, emerge la silhouette della donna, in piedi, di profilo e la mano sinistra appoggiata a un tavolo. Ha un vestito di raso nero con un’ampia scollatura. Spicca in contrasto con l’abito nero la pelle bianca delle spalle e del collo. Il pallore, all’epoca, è alla moda e lei lo ha accentuava usando uno spesso strato di cipria gessosa chiarissima. La torsione del busto, il gesto elegante del braccio verso il tavolo, lo sguardo fiero e distaccato. Era il ritratto di una donna giovane che cosciente di sé ostentava la propria bellezza, sensualità, classe sociale ed eleganza.
Quando si apri` la sala 31, dove il dipinto era esposto, fu subito uno scandalo sociale. La modella del ritratto non era anonima, era Madame Gautreau, che tutti conoscevano direttamente o per notorietà, una signora in vista dell’alta società parigina che si metteva in mostra sfrontatamente. Nella tradizione della pittura c’erano stati dipinti ben più erotici, ma il travestimento mitologico o l’ambientazione in altra epoca storica ne avevano mascherato la suggestione sensuale, e le modelle erano sempre donne non di alto rango sociale (attrici, cantanti). Qui, invece, Virginie infrangeva il codice di comportamento della “Parigi bene”. Il pubblico in sala sorrideva ironico o condannava con riprovazione. Lo scandalo venne riportato dai giornali scatenando le reazioni della famiglia di Virginie. I parenti sono sconcertati: la madre, indignata, pretende spiegazioni e fa una sfuriata pubblica a Sargent. Ma quello che piu destò scalpore fu il particolare di una spallina dell’abito scivolata sulla spalla: dettava fantasie morbose. L’artista fu costretto a modificare il dipinto ridipingendo la spallina e cambiando il nome in “Madame X “, ma fu tutto inutile. Il dipinto venne ritirato dal Salone, Sargent andò via a Londra, Virginie venne esclusa dalla buona società ritirandosi a vita privata. Ecco il dipinto dopo il restauro alla spallina:
Era il 1884 quando successe lo scandalo. Sei anni dopo Virginie si fece ritrarre nuovamente da Gustave Courtois:
Come nel dipinto in precedenza, il ritratto mostra il suo volto di profilo. Indossa sempre un abito scollato ma molto più aperto sul décolleté e il cinturino pende sulla spalla. Questa volta, tuttavia, il ritratto è stato ben accolto dal pubblico. Nel 1897 Virginie posò ancora una volta per un ritratto in piedi, quello che sarà la sua versione preferita, dipinto da Antonio de La Gándara.
Un progetto di arte pubblica a cura di Collettivo Fx e Nemo’s.
di Redazione Art Vibes
Picture:Non me la racconti giusta – Casa circondariale di Ariano Irpino. photo credits: Antonio Sena.
“Non me la racconti giusta” è una di quelle frasi che esprimono diffidenza, è una frase a volte leggera ma che nasce dalla mancanza di fiducia o dal pregiudizio, “raccontare” inoltre, presume il desiderio di saperne di più. “Non me la racconti giusta” è anche un progetto di arte pubblica che nasce dalla collaborazione tra gli artisti Collettivo Fx e Nemo’s, il magazine di arte e cultura contemporanea ziguline e Antonio Sena, fotografo e videomaker. L’obiettivo è quello di riportare l’attenzione sul carcere, una dimensione scomoda per la nostra società e spesso trascurata dalle istituzioni. Uno dei paradossi del carcere è che i detenuti vivono quotidianamente una realtà che non gli appartiene e che non li rispecchia, di conseguenza, la realizzazione di un’opera d’arte ideata e concretizzata attraverso il loro lavoro rappresenta qualcosa che possano sentire proprio. Attraverso un intervento artistico, la realizzazione di un video-racconto e il coinvolgimento attivo di un gruppo di detenuti, il progetto si propone di riflettere e di far riflettere sulla dimensione “carcere” attraverso la street art.
Il rapporto con gli altri, la natura, il lavoro e lacultura sono gli spunti che Collettivo Fx e Nemo’s hanno fornito ai partecipanti per innescare la discussione e coinvolgerli attivamente. Oltre alla fase progettuale gli artisti hanno posto le basi per la realizzazione pratica dell’opera, attraverso lo studio delle tecniche di tracciamento e riempimento, la definizione di linee, figure e perimetri, lo studio dei volumi e la definizione dei dettagli.
NON ME LA RACCONTI GIUSTA – ARIANO IRPINO- video courtesy of: Antonio Sena
Per ogni tappa un gruppo di detenuti viene coinvolto nella realizzazione di un muralesall’interno del carcere dove l’ideazione e la progettazione dell’opera non vengono imposte dai coordinatori ma generate dal confronto tra gli stessi detenuti. Questo aspetto rappresenta un elemento molto importante, in quanto, tra i principali obiettivi c’è quello di dare ai detenuti la possibilità di mettersi alla prova in un progetto culturale, pensato e realizzato da loro, e per loro, e non introdotto dall’esterno. Il metodo di lavoro consiste nel creare un tavolo di discussione sul quale i coordinatori pongono degli spunti di riflessione per animare un dibattito, da questa fase emergono dei contenuti che i detenuti andranno a tradurre in immagini, infine, fornite le basi tecniche, si passa alla realizzazione materiale del disegno.
Il primo intervento ha preso vita dal 7 all’11 novembre 2016 nella Casa circondariale di Ariano Irpino dove, Collettivo Fx e Nemo’s hanno guidatoAleksandr, Antonio, Dymitro, Giuseppe, Jimmy,Roberto e Stanislao nella realizzazione di un murales di 20×5 metri raffigurante il volto di Ulisse. La scelta non è caduta su questo personaggio in modo casuale, infatti, il suo lungo viaggio pieno di insidie si associa facilmente alla personale odissea dei detenuti e, per entrambi, il ritorno a casa è la forza motrice che spinge a superare ogni difficoltà. Un esempio positivo di come la forza d’animo sia determinante per la buona riuscita delle proprie imprese.
NON ME LA RACCONTI GIUSTA -CASA DI RECLUSIONE DI SANT’ANGELO DEI LOMBARDI – video courtesy of: Antonio Sena
Il secondo step si è svolto invece dal 21 al 25 novembre nella Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi dove Antonio, Carmine, Danilo,Francesco, Gianluca, Giuseppe, Pasquale, Raffaele,Renato e Vincenzo hanno dato vita a un Totò alatodi 30×5 metri nel passeggio principale del carcere. Anche in questo caso, il metodo è stato lo stesso ovvero sedersi a un tavolo per decidere insieme come strutturare il progetto, quindi l’idea da esprimere e come realizzarla praticamente. L’immagine di Totò è stata fortemente voluta dal gruppo, composto interamente da napoletani, ma dedicata a tutti i detenuti del carcere, per lo più partenopei. Dipingere Totò ha significato dare voce alla napoletanità, quella buona, essendo un personaggio riconosciuto universalmente come emblema del teatro e del cinema ma anche un uomo umile e generoso che non ha mai dimenticato le sue origini.
“Non me la racconti giusta” rappresenta il primo appuntamento di un ideale percorso in più istituti carcerari e si pone l’obiettivo di coinvolgere altre città per creare una rete di interventi e inviare il messaggio in modo più chiaro e forte. In seguito, gli interventi saranno accompagnati da un’opera all’esterno, a simboleggiare il detenuto fuori e dentro la dimensione carceraria, e mirata a ricordare che si commettono errori ma che ilpregiudizio non da nessun apporto positivo alla risoluzione dei problemi che riguardano la nostra società. Lavoro manuale, coinvolgimento in un’iniziativa culturale e la creazione di un progetto continuativo sono le basi sulle quali si fonda questa iniziativa.
Non me la racconti giusta – Casa circondariale di Ariano Irpino. photo credits: Antonio Sena
Non me la racconti giusta – Casa circondariale di Ariano Irpino. photo credits: Antonio Sena
Non me la racconti giusta – Casa circondariale di Ariano Irpino. photo credits: Antonio Sena
Non me la racconti giusta – Casa circondariale di Ariano Irpino. photo credits: Antonio Sena
Non me la racconti giusta – Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi. photo credits: Antonio Sena
Non me la racconti giusta – Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi. photo credits: Antonio Sena
Non me la racconti giusta – Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi. photo credits: Antonio Sena
Non me la racconti giusta – Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi. photo credits: Antonio Sena
"A volte di coppie non si può parlare, ma d'amore sì, altre volte di coppie sì, ma non d'amore, ed è il caso più ordinario", p. 1386, R. Musil, 'L'uomo senza qualità'