Ulderico Conti – quattro poesie


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Ho scoperto le poesie di Ulderico Conti mentre sfogliavo Pinterest, erano messe come commenti ad alcune foto, senza titolo e nome dell’autore. Ho scritto un messaggio chiedendo informazioni e ho trovato così Ulderico che mi ha autorizzata alla pubblicazione dei suoi versi. Ne ho scelti quattro, Dove soffia il vento , Schegge , Non chiedermi niente , Arrossisci .

Sul suo blog potete leggere tutti i suoi scritti :

http://orachesonopioggia.blogspot.it/2015/11/verde.html?m=1

 

Dove soffia il vento

C’è un posto in fondo ai tuoi pensieri dove soffia il vento
Dove le parole girano come mulinelli di foglie rosse d’autunno
È il posto dove ti ho incontrata
Dove hai sciolto i tuoi capelli
Ed io ti ho vista per la prima volta
Sola e splendida come il profumo dell’erba nuova di aprile

Giocavo con il vento
E ho chiuso gli occhi
Ma la tua malinconia dolce mi ha svegliato
E adesso ballo con la primavera dei ricordi
sognando la tua gonna che gira insieme al sole

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Schegge

Fredde
gelide come la tramontana di febbraio
Scomposte e sciatte hai sbattuto le tue parole sul tavolo e sei andata via
Le ho osservate per un po’ rotte e disperate
come bottiglie infrante di un vino prezioso
Non le ho toccate
Ho avuto cura di non tagliarmi con le schegge dei tuoi pensieri affilati

Ho deciso
Le lascerò li tra le briciole di frasi morsicate,
il caffè malinconico delle tue sere,
la marmellata di fragola delle tue risate
e le macchie rosse delle nostre confidenze sussurrate.

Ho schiacciato il mio orgoglio
con il candelabro che avevi comprato, pacchiano e goffo,
troppo grande per il tavolino del nostro ultimo incontro.
Ero venuto solo e senza tasche in cui nascondere le mani
Nell’autunno in cui cadde la testa della statua ricordo che avevi scolpito di me
Ma i pregiudizi uccidono la mente e i ricordi graffiano gli occhi

E ora me ne vado
ancora. Solo
e senza nulla tra le mani
In questo nuovo autunno che ha negli occhi i colori vivaci della tua tristezza
e nelle orecchie il suono sordo e cupo di campane di legno che intonano canti senza armonia

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Kenne Gregoire

Non chiedermi niente

Non chiedermi niente
Passami attraverso e cammina sulle mie parole
Uccidi la mia fotografia
Strappala dagli occhi e guardala col cuore

Soli
Siamo soli e tu lo sai
Soli guardiamo il cielo e soli sputiamo a terra
Soli ci salveremo dalla nostra infinita guerra-

Non chiedermi niente perché “niente” è l’unica cosa che non posso darti
Guardati i piedi
Piangi se vuoi
Leggi le mie inquietudini e sciogli la tua tristezza
Cancellami e straccia il disegno della mia casa
Ma non chiedermi niente

A chi dovrei chiedere il permesso di entrare?
A chi dovrei dire la mia direzione?
Ho camminato a lungo bruciato dal sole e spossato dal vento
E sono arrivato qui
Dove tu mi chiedi il niente che non ho

Chiuditi dentro
Spranga le porte
Goditi il buio e offrilo al cuore
Ma non chiedermi niente
Perché per niente si muore

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Arrossisci

Uno sguardo,
Una parola
le tue guance ti tradiscono.
Un’altra notte
Un altro sogno
Riprendo fiato al buio

È stato questo volerti
Il faticoso perderti ogni giorno
A chiudermi la bocca
A torturarmi gli occhi

Senza pietà ritorna
Ridicolo e spietato
Il paradosso comico
Di essermi abbandonato
E ritrovato
Solo

Versi diversi del 2015


Raccolgo qui una serie di componimenti scritti negli ultimi due anni. Li ho chiamati versi diversi perché non sono poesie in metrica, sono pensieri legati ad impressioni personali, ricordi, momenti, immagini, tutti legati ad un periodo e a una storia vissuta.

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FIORI

Non vedrai più il mio viso
Vivo nel riflesso del tuo specchio
Impossibile e consumata sorte
Ora
L’uno innanzi
All’altro tace

Gli occhi aperti
Cedono per il peso
Dei ricordi
Il viso è già memoria
Ed ogni fiore
Che ad occhi chiusi
Brilla al sole di un campo estivo
Giace con gli altri
Su uno schermo bianco
Legati e inesistenti

Ma è il mio viso
Sotto i nostri occhi

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Marmaid by Victor Nizovtsev

FILI DI PERLE

Fili di perle
Formano i pensieri
Impetuosi sfilano
Ai tuoi piedi
Vetro in cocci raccogli
Chiusi nelle mani
Non feriscono
Neve candida distoglie
Il tuo fuoco rivolgi altrove
Altro ignoto da conquistare
Il mio canto segua
Il tuo cammino, propizi
L’alba, il tepore del
Risveglio, un solo raggio
Raggiunga il tuo giaciglio
Con perle e sangue
Aprirai gli occhi
Al nuovo giorno

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AGAVE (11.08.15)

Piove a dirotto
Pioggia nel pineto
Il suo cuore è un alieno
Curioso degli esseri umani
E di quello che provano

Fiore giallo contro il cielo
Nero, riparo trova
Ascosto sotto l’escarena
In agosto, compagno ignaro
Braccia e mani al suo ristoro

Corolle apre all’aere
Assaggia resina e sale
Disseta lo sguardo che docile
Assale ogni goccia che bussa
Piangendo alla sua porta

Sabbia e acqua alle radici
Silenzio e ombra alle sue spalle
Vita estranea non si sente
Tende baci a chi è vicino
Il suo profumo asperso assorbe

Piange il temporale
Pianto nel mare
Il suo cuore è fiorito
Nella pioggia del pineto
Salta e canta ogni goccia
Le ore eterne del suo amore

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NUOVA VITA

Dalla luce il mio colore
Danzano in petto
Onde leggere
Sorge nuova vita
In ogni battito
Nuove  costellazioni
Emergono dall’oscurità
Nel mio profondo
L’immagine è un difetto
Ma il mio esserci
È a un passo dal mio nome
Tutti gli anni
Destinati all’oblio del ricordo
Si accendono
Mi purificano
Come una fiamma
Al leggero soffio del vento

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TU SEI MIA

‘Tu sei mia’, e io non sono
Non sono braccia che si stringono
Non sono scacco matto al tuo perdono

Io sono occhi chiusi che mi cercano
Rabbia in petto che ti scuote
Uccello in volo da ammazzare

Sono tua e non ci sono
Tua lontana dal tuo harem
Tua distante dal tuo cuore

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ALLA FINE

Nella nascita del corpo
L’innocenza è svelata
Intera è donata
Ogni volta
Alla fine
Alle tue mani
Che la racchiude
Con gioia di conquista

Ogni tua parola
La mia mente soffoca
Anche i baci sono avidi
Del respiro
Che l’animo necessita

Non ho sete di piacere
E non so cosa sia l’amore
Ma nella tempesta
Che travolge il corpo e le parole
Trovo riparo
Alla fine
Nel silenzio
Chiudendo gli occhi sul tuo collo

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IL SILENZIO E L’AMORE

Sorrido muta
Al tuo candore
Nel credere
Che arriverà l’Amore
E non saper ascoltare
Il tempo
Maturo
Il vivere
Nel mio cammino
Riconoscere
Il nodo forte
Che ci lega
A cui non sai dare
Un nome

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IL MARE A DICEMBRE (25.12.14)

Baci sopra i sassi
Diamanti nelle mani
Incosciente amore
Brucia sulle sponde
Dà fuoco al suo domani

Inutile ultimo dono
Nella notte di Natale
Me stessa al mare
Sereno e limpido
Testimone e altare

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SALUTO ALLA GIOVINEZZA

Vento, cammini dal mare
Col canto tuo silenzioso
Nella mente apri spazi
Limpidi sgombri di nuvole
Col tempo, leggero, smuovi le dune
Sgretoli curve del corpo
Erodi i solchi alle mani
Fiume d’assenzio trascini
Lacrime dal delta di rughe
Degli occhi fino alle punte dei crini
Pupille stanche
Socchiudi, finita l’estate
Saluto la mia giovinezza
Felice

 

Del buio esaurito di Beatrice Cristalli


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‘Del buio esaurito’ di Beatrice Cristalli

«Per cui, non farti perdonare».
Mai che mi fosse accaduto considerarti
Un progetto, ma un suono di qualche buona tecnica.
Non c’è tuttavia rimedio al voler essere
A tutti i costi; a quest’ora, se hai bisogno, trovi
Qualche pezzo di ciabatta e le immagini
Della sera delle scelte.

È tardi – era davvero presto – per
Commettere ancora qualche grosso sbaglio.
Il tempo di riordinare la posa
O di chiarire gli spasmi; ma le chiavi
Non erano già più,
Non erano più gli anni,
Gli attimi, le vigorose alleanze del vivere.
Inventerei,
per ricominciare dove
La disillusione pesava.

Screpolato il ventre – ma non è poi
Così male essere e basta – le parole
Non frugano più. Nell’adagio tutto
Può schiudersi in un’annoiata bugia
O in un pianto che voleva stare da solo
Nell’umido che sempre salva.

Guarda che sei libero, verrà un ladro
E vorrà rubarti perché non potrà mai capire.
Essere le immagini della sera
Delle scelte, delle rivolte mature,
essere tutte le mie volte; al di qua
della tua mano la riva da cui le buone
proposte ripresentano le mancanze
e credono di essere cambiate.
Non è vero niente.

© Inedito di Beatrice Cristalli

Liquidazione di saldi


 

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Carroña di Javier Pérez

Liquidazione di saldi di Julio Cortazar 

Mi sento morire, in te, attraversata da spazi che crescono, farfalle affamate che mi mangiano,

appena viva, con le labbra aperte dove risale il fiume della dimenticanza.

E tu con delicate pinze di pazienza mi strappi i denti, le ciglia, mi denudi

Del trifoglio della tua voce, dell’ombra del desiderio

Vai aprendo in mio nome finestre allo spazio

E fori azzurri nel mio petto

Da cui le estati fuggono lamentandosi

Trasparente, affilata, intessuta d’aria

Fluttuo nel dormiveglia, e ancora

Dico il tuo nome e ti sveglio d’angoscia

Però tu ti sforzi e mi dimentichi

Già sono appena la liquida bolla dell’aria

Che ti riflette, che distruggerai

Con un solo palpebrìo.

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Javier Pérez – Carroña

Opera in vetro dell’artista Javier Pérez, chiamato ‘Carroña’ (carogna), raffigura una scena con corvi sul loro pasto fatto a pezzi. Pérez utilizza un lampadario in vetro di Murano, color rosso sangue, posto su frammenti di vetro spezzati e ritrae il lampadario frantumato come una carogna lacerata dai corvi. ‘Carroña’ è sicuramente un pezzo di forte impatto visivo ed emotivo. Il colore del vetro e la sua dispersione sul terreno, rammentano schizzi di sangue.

In quanti modi è possibile raffigurare il dolore

Il futuro


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‘Great Chandelier’ installation by Werner Reiterer

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.
Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

  • Julio Cortazar –

Yannis Ritsos Bello il tuo corpo


Bello il tuo corpo
Infinito il tuo corpo.
Mi sono perso nell’infinito.

Le mie labbra
percorrono il tuo orecchio.
Cosi minuto e tenero
come può contenere
tutta la musica?

L’assenza di perifrasi – diceva –
annienta la poesia.
E sia.
Preferisco il tuo corpo.

Nudo il tuo corpo,
autentico –
risposta definitiva al niente.
Vieni.

Tutta notte
il tuo nome
mi cinguetta in bocca,
mi beve la saliva,
mi beve.
Il tuo nome.

Le mie mani ti ricordano
più profondamente della memoria

Due mesi senza incontrarci.

Un secolo
e nove secondi.

― Yiannis Ritsos

Tiempo y silencio Cesária Évora


UNA CASA NEL CIELO
UN GIARDINO NEL MARE
UN’ALLODOLA NEL TUO CUORE
UN TORNARE A COMINCIARE

UN DESIDERIO DI STELLE
UN BATTER D’ALI DI UN PASSEROTTO
UN’ISOLA NEL TUO LETTO
UN TRAMONTO

TEMPO E SILENZIO
GRIDA E CANTI
CIELI E BACI, VOCE E AFFLIZIONE

NASCERE NEL TUO SORRISO
CRESCERE NEL TUO PIANTO
VIVERE SULLA TUA SPALLA
MORIRE NELLE TUE BRACCIA

TEMPO E SILENZIO
GRIDA E CANTI
CIELI E BACI, VOCE E AFFLIZIONE

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Jannis Ritsos – gomitolo di piume


(Dipinto di Ramon Casas i Carbo)

GOMITOLO DI PIUME 

Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo

mi chiederanno la loro voce un giorno, quando andrai.

Ma io non avrò più voce per ridirle allora. Perché tu eri abituata

a camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,

gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani

sui ginocchi, mettendo in mostra provocante

i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così – dicevi;

ricordarmi così coi piedi sporchi; coi capelli

che mi coprono gli occhi – perché ti vedo più profondamente così. Dunque,

come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così

sotto i bianchissimi meli in fiore in nessun paradiso.

 

“quando andrai”, quando più non ci sarà la possibilità di vivere concretamente l’oggetto del desiderio, quel corpo che  è stato vissuto tacendo (e in questa parola c’è tutto il senso della composizione), sentirai dentro di te quello che hai provato su quel corpo, ma non ci saranno parole per poter descrivere: anche se vorrebbe, la “poesia non ha voce” . “Devi ricordarmi così… coi piedi sporchi e i capelli che coprono gli occhi… perché ti vedo più profondamente così “. Lei aveva gli occhi coperti ma lo vedeva bene, profondamente. Lui vedeva soltanto dei piedi sporchi. Dunque, nel ricordo, al poeta non resta che il silenzio e confessare che la più alta poesia erano quei piedi, “bianchissimi meli in fiore “(e non sporchi e impolverati); in nessun Paradiso la Poesia ha mai camminato così, cioè era perfettamente espressa come in quei piedi. Il corpo che il poeta vedeva era un “gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia”, una donna che camminava a piedi nudi e diceva “ricordami così”, quasi un ammonimento all’uomo che la guarda sapendo che domani non ci sarà e resterà solo il ricordo. Ma di cosa? La sua dolcezza e passione, piume seta e fiamma selvaggia, il dono di sé ad un uomo che lo ha vissuto tacendo e che ora non può dire più nulla.

 

 

Me? sarcastic? Never.


Ho notato che pubblicando gli articoli “I grandi classici della poesia italiana” letti da Carmen di Pietro, non è stata colta l’intenzione sia mia che quella della stessa Di Pietro che legge le poesie: sarcasmo. Personalmente quando ho visto i video su YouTube mi sono piegata dalle risate, poi ho trovato la cosa geniale perché ironica, e la stessa Di Pietro usa l’ironia consapevolmente per sopperire alla sua goffaggine.

a30d0f5985ecee0aead6ff7ac26215fdSono ironica lo sapete, prendere tutto troppo sul serio fa perdere di vista l’essenziale delle cose.

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I grandi classici 1.Quasimodo “Ed è subito sera” 2.Ungaretti “M’illumino di immenso”


I grandi classici della poesia italiana letti da Carmen di Pietro: bravissima, una vera lectio magistralis.

Ognuno sta sul cuor della terra?

trafitto da un raggio di sole?

ed è subito sera?