L’intelligenza emotiva


Ogni anno come docente seguo dei corsi di formazione. Di tanti che fino ad oggi ho seguito, uno mi ha interessato in modo particolare: L’Educazione al sentimento. Nella scuola è a volte latente altre nettamente presente un disagio nel rapporto fra docente/studente, soprattutto nei casi “difficili” che si esprimono in vari modi, dall’autoesclusione al bullismo. Si tratta di un malessere non riconducibile a disturbi di carattere psicopatologico, né soltanto a fattori sociali, culturali, economici. Sembra essere un malessere legato alla dimensione emotiva, relazionale, al calo della motivazione e di conseguenza all’apprendimento.

Educare all’alterità: il volto dell’altro come chiave di lettura delle emozioni.

Chi si trova tutti i giorni a relazionarsi con le persone, soprattutto chi lavora nel sociale molto spesso è motivato da una forte passione e da una forte voglia di dare il meglio di sé. Tutto questo per riuscire a instaurare una relazione di fiducia con l’altro, con lo scopo di promuoverne una certa autonomia, specialmente per i lavori come educatore ed insegnante. Ogni giorno questi professionisti dell’educazione si trovano in particolare a dover relazionarsi con i volti. Il volto esprime molto bene la situazione della persona che incontriamo: quello che sta vivendo, soffrendo, sperando, lottando e sognando. Oggi non abbiamo più il tempo di fermarci e guardare il volto dell’altro perché siamo sempre più di corsa. Invece, scrutare il volto dell’altro è un’educazione molto importante perché ci permette di andare oltre noi stessi per incontrare qualcosa di nuovo. Osservare il volto dell’altro educa ad assumere i caratteri distintivi del linguaggio emotivo, il quale porta alla condivisione e alla relazione con l’altro.

Conoscere sé stessi per conoscere gli altri: perché ripartire dalle emozioni

Dalla lettura del volume di Daniel Goleman, “Intelligenza emotiva”, si capisce che bisogna dare il giusto peso a ciò che la maggior parte di noi erroneamente pensa di possedere e cioè, la “conoscenza” di una componente del nostro sé essenziale: le emozioni. Ma che a che cosa corrisponde il termine intelligenza emotiva? Per intelligenza emotiva si intende la capacità di armonizzare il pensiero e i sentimenti, la parola con i vissuti emotivi, la dimensione mentale con la dimensione affettiva. In sintesi, l’intelligenza emotiva comprende le seguenti competenze e cioè la capacità di:

  • riconoscere, rispettare e mettere in parola il mondo soggettivo dei sentimenti e delle emozioni;
  • controllare gli impulsi emotivi senza reprimerli e senza entrare in conflitto frontale con essi e senza neppure, tuttavia, farsene travolgere;
  • sviluppare l’efficienza mentale e la comprensione della realtà e di motivarsi in modo globale (con la razionalità e con l’emotività) al raggiungimento di obiettivi e finalità;
  • percepire e comprendere le emozioni altrui, riuscendo ad essere sensibili ed empatici;
  • interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri.

La consapevolezza da parte dei soggetti in età evolutiva della propria vita emotiva favorisce la possibilità di raggiungere gli obiettivi nell’intervento didattico o socio-educativo, di elaborare i conflitti all’interno del gruppo dei pari e di sviluppare la comprensione reciproca e la solidarietà. competenze relative all’intelligenza emotiva permette all’insegnante o all’educatore, a seconda dei contesti e dei compiti da realizzare – di avvicinare al dialogo e alla riflessione alcune delle problematiche giovanili più attuali: aggressività, rivalità tra gruppi, sessualità e affettività. Il problema all’origine è che esse compaiono in maniera spontanea e talvolta in forme confuse e provocatorie fra i ragazzi. Una chiara consapevolezza delle proprie emozioni, soprattutto di quelle negative, spiacevoli e conflittuali, faciliterebbe l’elaborazione nei bambini e negli adolescenti degli impulsi che spingono alla devianza delle emozioni stesse.

I principi e le funzioni dell’intelligenza emotiva

In che cosa consistono allora i principi e le funzioni dell’intelligenza emotiva? Goleman tramite il suo volume ci aiuta a dare una risposta al quesito individuando cinque funzioni che compongono l’intelligenza emotiva:

  • Conoscenza delle proprie emozioni: ovvero l’autoconsapevolezza – la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui esso si presenta.
  • Controllo delle emozioni: ovvero la capacità di saperle regolare per far sì che esse siano appropriate. Nell’antichità veniva chiamata temperantia: detto in altre parole: è saper trovare un equilibrio, non va assolutamente considerata la soppressione delle emozioni.
  • Motivazioni di se stessi: ovvero il motore interno che ci sollecita a compiere dei comportamenti adeguati che consentono il raggiungimento dello obiettivo.
  • Riconoscimento delle emozioni altrui: ovvero l’empatia, la capacità di avvertire lo stato emotivo del prossimo. Si tratta di ascoltare i vissuti emotivi dell’altro, di rispecchiarli, di comprenderli e se necessario, di metterli in parola.
  • Gestione delle relazioni: ossia la capacità di interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri.

La classificazione delle emozioni

Ma che cosa sono le emozioni? E come si classificano? Ecco la definizione che ne da l’autore Goleman:

“Tutte le emozioni sono, essenzialmente, impulsi ad agire; in altre parole piani d’azione dei quali ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le emergenze della vita” (Intelligenza emotiva 1996 p. 20). E proprio l’agire è contenuto nell’etimo del temine e-mozione , mettere in moto, indica cioè il passaggio dalle sensazioni alla consapevolezza di ciò che si sta provando: l’emozione. L’equilibrio tra ciò che si prova e l’azione che ne scaturisce è dato dalla capacità della nostra mente di tradurre in parola, sia scritta che verbale, quella sensazione in sentimento. Per cui quali sono le emozioni? Le sentiamo, ma come dobbiamo nominarle? E’ possibile “etichettare” le nostre sensazioni? Per facilitare la comprensione ci sono diverse classificazioni, comunque quasi tutte riconducibili alle seguenti:

Collera: furia, sdegno, risentimento, ira, esasperazione, indignazione, irritabilità, ostilità;
Tristezza: pena, dolore, mancanza d’allegria, cupezza, malinconia, autocommiserazione, solitudine;
Paura: ansia, timore, nervosismo, preoccupazione, apprensione, cautela;
Gioia: felicità, godimento, sollievo, contentezza, beatitudine, diletto, divertimento, estasi.
Amore: accettazione, benevolenza, fiducia, affinità, gentilezza;
Sorpresa: shock, stupore, meraviglia;
Disgusto: disprezzo, sdegno, aborrimento, avversione, ripugnanza;
Vergogna: senso di colpa, rammarico, imbarazzo, rimorso umiliazione;

Sempre secondo le sue parole, tra le emozioni che sono al confine tra una categoria e l’altra, o la cui natura è comunque controversa, si possono elencare la sorpresa, la noia, l’interesse, il desiderio sessuale, il piacere in senso lato, la preoccupazione, e la frustrazione. Ciascuna di queste emozioni ha in sé una serie di infinite variazioni e sfumature diverse a seconda della natura esatta delle convinzioni che ne sono all’ origine. La concettualizzazione degli stati d’animo in emozioni è un passaggio necessario perché le stesse possano generare meta-emozioni, come accade quando proviamo vergogna o invidia o senso di colpa riguardo alla nostra rabbia.

Una marea di emozioni, quindi, da declinare ancora nelle loro più molteplici sfumature, che vanno poi a delineare e a dare senso al nostro mondo emotivo, e da suddividere in emozioni intime, personali, e in emozioni sociali, quelle, cioè, che compongono la nostra vita pubblica e di relazione.

Il ritorno della parola


Dopo che mi lasciasti sola su quel treno che portava a Milano, dal momento che ti alzasti e senza ne rivolgermi uno sguardo e neanche un saluto scendesti indifferente e infastidito, rimasi li incapace di qualsiasi reazione. Ero nel vuoto assoluto e piangevo in silenzio, non so per quanto tempo, poi mi accorsi guardando fuori che non sapevo dov’ero, era una periferia sconosciuta, avevo superato Milano e chissà in che posto ero finita. Scesi ad una fermata appena il treno si fermò e ne aspettai uno che mi riportasse indietro a Milano, avevo telefonato a degli amici che mi vennero a prendere.  Dopo due giorni tornai a Napoli. Da allora ero rimasta in una bolla di silenzio, cancellai tutto quello che avevo scritto sul mio blog, non pensavo nulla e non avevo nulla da dire.

La cosa strana è che, oggi posso constatare, non ho risentimento, sapevo che sarebbe andata così, te lo dissi pure quel giorno a casa tua: “questo è un addio”. È stato difficile chiudere con te, e volevo farlo da vicino non per telefono. Tutto il silenzio è in proporzione al dolore della perdita. E ora che resta solo il ricordo posso ritrovare la parola, posso scrivere. Posso dire quello che mi era negato dire e fare con te: io amavo la tua voce, la curva delle tue spalle, il sorriso sarcastico, mi piaceva dormire e svegliarmi con te. Posso ora col pensiero accarezzare il tuo viso, stringere le tue mani, darti dolcezza tenerezza affetto tutto quello che per te non era compreso nel nostro rapporto, che ti faceva sentire costretto, legato, calato in un ruolo che non volevi.

Non resta che il ricordo. Sono già fuori tempo massimo per parlare di te.

 

Marina Abramovic Gianna Nannini – il sesso l’amore e la sua fine


Nell’articolo che ho scritto, intitolato “Era bello” e che potete leggere qui https://danielamargherita.wordpress.com/2017/02/09/era-bello/ , ci sono due elementi che sono passati inosservati e che invece aprono e chiudono il mio discorso.

Nel dialogo fra le due persone, Lei dice: L’amore non è bello se non lo fai con me, allora che ti meravigli? 

Questa frase è il ritornello della canzone di Gianna Nannini che si chiama ” Io” , come viene detto appunto nel dialogo, che vi invito ad ascoltare:

Io che non ho capito niente
Tu che non mi basti mai
E mi dai tutto

Io che non so fermare il tempo
Tu che non mi vedi mai
E sono dappertutto

Scendi dal mio letto scendi
Scendi dal mio letto scendi

 L’amore è bello solo se lo fai con me
Allora che ti meravigli ?

 Come l’estate piena di luce
Tornera’ la nostra storia
Ora e per sempre senza grida
Come un bacio
Come la pioggia il sentimento
Spegnera’ la nostra rabbia
Solo una goccia
Sopra il viso
Poi ancora il sole

 Io che non so
Lasciarti e vivere
Tu che non mi ascolti mai
E parli a vanvera

 Tu che accendi e pieghi il desiderio
Si ! decidi solo tu
Mi fai passar la voglia

 Scendi dal mio letto scendi
Scendi dal mio letto scendi

 L’amore è bello solo se lo fai con me
Allora che ti meravigli ?

 Come l’estate piena di luce
Tornera’ la nostra storia
Ora e per sempre senza grida
Come un bacio

Come la pioggia il sentimento
Spegnera’ la nostra rabbia
Solo una goccia
Sopra il viso
Poi ancora il sole

L’altro elemento trascurato è la foto che ho messo in chiusura dell’articolo. In quella foto ci sono due persone, un uomo e una donna, seduti uno di fronte all’altro mentre si guardano. La donna è l’artista Marina Abramovic e la foto la ritrae in una performance artistica diventata famosissima. Il senso di quello che vedrete nel video va anticipato da una breve presentazione dei due protagonisti. Dopo una relazione sentimentale e artistica durata dodici anni,  tra il 1976 e il 1989, Marina Abramovic e Frank Uwe Laysiepen (Ulay), crearono la loro ultima performance, The Lovers, nella quale partirono a piedi dai due estremi opposti della Muraglia Cinese (Ulay dal deserto del Gobi e Abramovic dal Mar Giallo) per incontrarsi a metà strada dopo novanta giorni e dirsi addio. Ciascuno aveva camminato per 2500 km. Da allora, Ulay e Abramovic non hanno mai più lavorato insieme.

Nel 2010, durante l’importante retrospettiva dedicata a Marina Abramovic al MoMa (Moderne Museum of Art di New York ), dal titolo The Artist is Present, l’artista è rimasta seduta immobile su una sedia per sette ore ogni giorno, per tutta la durata della retrospettiva, cioè dal 14 marzo al 31 maggio, guardando negli occhi senza parlare chiunque volesse sedersi davanti a lei. Il primo giorno, fra l’alternarsi delle persone  (ognuna con gli occhi fissi in quelli dell’artista), senza preavviso Ulay si è seduto davanti a lei, come uno dei tanti spettatori. Ecco cosa è successo:

Un minuto lungo un’eternità, in silenzio, e il passaggio nei loro occhi di tutto quello che è impossibile da dire ( lost in translation ). Poi Marina Abramovic si sporge sul tavolo che li separa, allunga le mani e prende quelle di Frank Ulay.

Nel video emerge la loro passione intatta nonostante il tempo e la separazione. Attualmente tra i due è in corso una disputa giudiziaria: Ulay chiede soldi alla Abramovic, un risarcimento dei diritti per la realizzazione di molte delle opere senza la sua firma. Si potrebbe pensare di conseguenza che quello che è accaduto al MoMa sia stata una finzione, ma non è così: il lavoro e la sfera affettiva sono due mondi separati (e nel loro caso è stato uno dei motivi della separazione).  Il loro amore è finito e quel minuto resterà uno dei ricordi più intensi, la testimonianza di come un sentimento vero e forte non si esaurisce con la fine di un rapporto, resta in noi, è nel nostro fiume sotterraneo, leggi in proposito https://danielamargherita.wordpress.com/2016/12/19/stop-by-this-river/ )