L’amore? L’amore è un’altra cosa …


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Tu dici che non è necessario, anzi non è nemmeno possibile “sapere come si fa ad amare”? Ti sbagli.
L’amore c’è o non c’è. Che altro resta da capire?
Ma il punto è un altro: quando si invecchia si scopre che le cose stanno in modo diverso, che bisogna sempre “sapere come si fa”, bisogna imparare tutto, anche ad amare. Siamo esseri umani e ciò che accade nella nostra vita viene filtrato dalla ragione. Ed è sempre attraverso la ragione che i nostri sentimenti e le nostre passioni diventano sopportabili, oppure ci paiono intollerabili.
Amare non è sufficiente.
Solo la realtà, i fatti compiuti sono certi. Mi chiedi che cosa disprezzo sopra tutto?
Quel tragico malinteso chiamato amore? O semplicemente il genere umano?
Non disprezzo niente e nessuno. Ma per il tempo che mi resta da vivere, ho intenzione di abbandonarmi a una passione. La passione per la verità. Non tollero di sentirmi raccontare menzogne, e non mi permetterò in alcun modo di mentire a me stesso.
Oltre alla passione e alla felicità esistono anche altri legami fra le persone. Ci sono l’affetto, la pazienza, la compassione, il perdono. Sì, la famiglia è forse uno degli scopi della vita. Ma non risolve tutto.
Una gioia assoluta non l’ho trovata in nessuno. Poi ho letto che forse si tratta della “solitudine della civiltà”. E’ come se il fuoco della gioia si fosse spento sulla Terra. A volte, per qualche istante, qua e là arde ancora. In fondo all’animo umano vive il ricordo di un mondo felice, solare, giocoso, nel quale il dovere è al tempo stesso divertimento, e ogni sforzo è gradevole e sensato. Forse i Greci, ecco, loro saranno stati felici.
Noi invece non viviamo in una vera civiltà, una vera cultura. La nostra è una civiltà di massa, meccanizzata ed enigmatica. Tutti hanno la loro parte, ma nessuno ne trae vera gioia. La civiltà di oggi è la somma di tutte le censure.
Se fossi un sacerdote, un artista, uno scrittore, implorerei ognuno di convertirsi alla gioia, inciterei tutti a dimenticare la solitudine, a farla svanire. A volte provo un gran pena nel contemplare gli esseri umani: corrono in modo sfrenato, si affannano inutilmente, mi verrebbe voglia di dire loro << Smettetela di agitarvi !>>. Non sanno che a volte per vivere sereni basta avere semplicemente un po di pazienza, perché l’armonia che cercano tanto affannosamente – e alla quale, con un termine piuttosto vago, danno il nome di felicità – deriva da pochi e semplici accorgimenti.
Dimmi, perché nelle scuole non si insegna nulla sul rapporto tra uomo e donna? E’ una cosa importante, influisce sulla serenità di una persona. Si dovrebbe parlare ai giovani delle gioie della convivenza, non di <<vita sessuale>>, ma di gioia, pazienza, modestia, appagamento.
Amo la verità e il più delle volte non ho sentito altro che bugie. Ma, che cos’è la verità? come si può guarire e imparare a gioire? Umiltà e coscienza di sé. Il segreto è tutto qui.
Umiltà è forse una parola troppo grossa. Per raggiungerla bisogna saper perdonare, bisogna sapersi disporre a uno stato d’animo straordinario. Nella quotidianità basta essere modesti e sforzarsi di capire quali siano veramente i nostri desideri, le nostre inclinazioni, e poi ammetterli senza vergogna. E sforzarsi di conciliare le nostre aspirazioni con le possibilità offerte dal mondo.
Adesso vivo da solo. Sai, nella vita esistono anche grandi rivincite e gioie. Arrivano tardi, in una forma inaspettata e grottesca. Ma arrivano. Bisogna pagare un prezzo molto alto, ma alla fine la vita ce le concede.
Gioia, naturalmente, non è proprio la parola precisa. Un bel giorno ci si scopre tranquilli. Non si desidera più la felicità, ma non ci sente inariditi o ingannati. Un giorno si capisce di aver ricevuto tutto, il castigo e il premio, e di aver ricevuto secondo i propri meriti. Non si tratta di gioia, ma di quiete e condiscendenza. Si arriva anche a questo alla fine, ma bisogna pagare un prezzo altissimo.
Arriva un momento in cui la tua anima si riempe del desiderio di restare solo, ma non si deve barare. Finché agisci per egoismo, cerchi la solitudine per comodità, o per risentimento, sei ancora in debito col mondo e con tutti coloro che costituiscono il tuo mondo. Fino a quando avrai dei desideri, avrai anche dei doveri.
Dapprima la solitudine è pesante, è una condanna e sembra meglio avere qualcuno con cui condividerla. Sono momenti di debolezza. E speri ancora che possa esserci una soluzione.
Io speravo in un miracolo: l’amore, che con la sua forza misteriosa e soprannaturale dissolvesse la solitudine, annullasse la distanza tra due esseri umani, demolisse ogni muro artificiale che società, educazione, passato e ricordi avevano eretto.
L’amore, che dopo anni di peregrinazioni, torna nella sua terra d’origine, a casa. Per un adulto soltanto l’amore è in grado di restituire quell’attesa piena di trepidazione e di speranza, i momenti in cui due persone si cercano, l’attesa e la speranza che le attraggono l’una verso l’altra, un altrove incontaminato e primordiale. A una certa età a letto non ci si aspetta più dall’altro il piacere sessuale, la felicità o l’estasi, ma una verità semplice e profonda: l’autentica consapevolezza che siamo esseri umani, uomini e donne, e abbiamo un compito comune su questa terra, un impegno che forse non è così privato. E’ impossibile sottrarsi a tale impegno, ma lo si può deformare con le bugie.
Dopo una certa età si pretende la verità in ogni cosa, quindi anche a letto, nella dimensione più fisica e oscura dell’amore. E’ importante essere spontanei, riuscire a sorprendere noi stessi con il dono del piacere, e nello stesso tempo, nonostante il nostro egoismo e la nostra avidità, essere capaci di dare con pari generosità, senza calcolo, senza secondi fini, con leggerezza, quasi inavvertitamente.
Ma l’amore, quello vero, è sempre letale. Il suo scopo non è la felicità. E’ una fiamma più sinistra, più tragica. Un giorno si accende il desiderio di conoscere questa passione devastante, quando ormai non si vuole più nulla per sé,  non si cerca l’amore per essere più tranquilli, più appagati, ma si vuole soltanto essere , in modo totale. Questo accade piuttosto tardi nella vita; molti non conosceranno mai un tale sentimento: i prudenti, gli ingordi, i determinati, gli astuti, i borsaioli dell’amore, fulminei nel rubare un sentimento, abili nell’estorcere un pò di tenerezza e intimità, i vigliacchi, gli accorti … gente vile e meschina.
Infine, può anche accadere che un giorno qualcuno comprenda quale sia lo scopo dell’amore, per quale motivo la vita abbia offerto questo sentimento al genere umano. Lo ha fatto per il nostro bene? La natura non è benigna e non ha bisogno delle illusioni umane, vuole semplicemente creare e distruggere. E’ spietata, ha donato all’uomo la passione, ma pretende che questa passione sia senza riserve. In ogni vita degna di questo nome arriva il momento in cui ci si immerge in una passione come ci si lancia nelle cascate del Niagara. Non credo negli amori esuberanti, quella esuberanza nelle fasi iniziali delle relazioni umane: non bisogna assolutamente fidarsi, la passione non ha niente di festoso. Questa forza truce che incessantemente crea e distrugge il mondo, non si preoccupa granchè dei sentimenti umani. Dà tutto e pretende tutto, esige uno slancio senza condizioni, alimentato della stessa energia primordiale della vita e della morte.
Dietro ogni amplesso, ogni bacio, dei veri amanti, si nasconde il desiderio segreto di annientarsi, quel senso estremo di felicità che non scende a patti con nulla, la consapevolezza che il vero modo di essere felici non è mai stato altro che svanire del tutto e lasciarsi completamente andare a un sentimento. E questo sentimento non ha nessun fine.
L’amore, vale a dire la piena espressione della vita, la perfetta comprensione del senso dell’esistenza e, quale suo esito, l’annientamento. Amare significa semplicemente conoscere appieno la gioia, sapersi donare in maniera incondizionata, e poi morire, come la conclusione di tutte le vicende umane.

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Il dandy Yinka Shonibare: se la società non mi vuole, io la rifiuto


Yinka Shonibare MBE (Ordine dell’Impero Britannico, tra le più alte onorificenze),  è un artista nigeriano, nato a Londra nel 1962, dove vive e lavora attualmente. Il suo stile è caratterizzato dalla fusione di universi diversi, la cultura afro con quella british. Shonibare, anche se nato in Inghilterra, ha avuto in questo paese le stesse difficoltà dei suoi connazionali emigrati alla ricerca di una vita migliore. Nei lavori dell’artista non c’è però una palese denuncia moralista del sistema sociale. Quella che viene mostrata è la bellezza estetica nella fusione delle due culture, visibile al primo sguardo, ma a livello allegorico il significato che viene espresso è molto più forte. L’atteggiamento mentale di Shonibare da “dandy” contemporaneo è dunque questa: se la società non mi vuole, io la rifiuto. Egli non ammette mai come positiva l’accettazione sociale grazie al suo ruolo di artista, anzi, approfitta del suo ruolo per deridere ironicamente il pubblico.

Shonibare, il dandy, il degenerato, usa la carta della “differenza tollerabile” , del suo essere un artista, per lanciare messaggi sovversivi, come la seduzione e la trasgressione, lo humour, la parodia.

Il bisogno di sovvertire e di ribellione dissacratoria, di questo artista afro-britannico, si palesa nella serie di tableaux fotografici intitolata “Diario di un Dandy Vittoriano” (1998) in cui egli stesso, ironicamente, interpreta il personaggio principale della messa in scena, ispirata al ciclo di quadri di William Hogart “La carriera di un libertino” (1732-33) che potete vedere qui di seguito elencati:

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Nei panni della figura del dandy nero, l’artista troneggia al centro di ogni immagine, magnifico e sprezzante, circondato da uomini e donne in costume che, con espressioni enfatiche e gesti esageratamente teatrali, si mostrano vittime del suo fascino:

Shonibare capovolge/stravolge le gerarchie a cui siamo mentalmente abituati nella tradizione artistica della cultura occidentale, in cui la figura del nero è praticamente assente, oppure è usata come elemento pittoresco o in ruoli subalterni. Il ribaltamento dei ruoli è tuttavia rappresentato con modi kitsch che suggeriscono l’idea che la Storia possa essere altrettanto falsa della finzione.

Tre sono gli elementi caratteristici del suo stile: il fascino della seduzione, il potere della finzione, la vulnerabilità del desiderio, e tutto realizzato spesso nel suo lavoro con un uso smodato dei colori, bagliori, suggestioni. Come dice lo stesso Shonibare:

L’eccesso è il solo mezzo di sovversione legittimo: rifiuta la povertà e la povertà rifiuterà te. L’ibridizzazione è una forma di disobbedienza, una disobbedienza parassitaria rispetto alla specie ospite, una forma eccessiva di libido, è sesso gioioso. L’unica disobbedienza consentita consiste nell’impossibilità di obbedire a tutti, il produrre un oggetto d’arte che, proprio in virtù delle sue stesse ambivalenze, nega ogni nozione di lealtà. Vorrei produrre il fantastico, cerco di raggiungere l’estasi. Desidero ardentemente il godimento, il mio desiderio di una bellezza radicale mi provoca un genere di dolore che mi colpisce fino in fondo all’anima“.

La provocazione, lo scandalo, raggiungono il culmine della perfezione estetica, del godimento visivo, nelle sue installazioni con manichini decapitati, abbigliati con costumi tipicamente settecenteschi, ma riprodotti con stoffe a stampe batik, tipicamente africane. Shonibare ripropone i celebri capolavori del periodo (sono citati esplicitamente artisti come Gainsborough, Fragonard, Hogart), in tre dimensioni, tra trine, pizzi, volant, bagliori dorati, anche se i manichini decapitati ricordano con umorismo quele sarà il destino violento che metterà fine al lusso e alla voluttà dell’ aristocrazia.

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Gli abiti sono quindi una facciata, e gli abiti di Shonibare sono uno schermo su cui l’artista proietta le diverse identità sociali. Egli stesso afferma:

“Il degenerato etnico deve abbigliarsi per impressionare, il dandismo per il degenerato è tutt’altro che frivolo, è un modo di prendersi la propria libertà”

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Madame x quando l’arte fa scandalo


Il dipinto di cui voglio parlarvi è di John Singer Sargent (Firenze, 12 gennaio 1856 – Londra, 17 aprile 1925). Conoscevo già l’opera ma non la sua storia.

Sargent era nato a Firenze nel 1856, figlio di un chirurgo americano Fitzwilliam Sargent e di Mary Newbold Singer, donna colta, appassionata d’arte e di letteratura. I genitori, grazie al benessere economico, si trasferirono in Europa per soddisfare la curiosità che esercitava il vecchio mondo da cui erano affascinati. L’Europa era dunque sinonimo di emancipazione e crescita culturale di fronte a quello che era visto come il vuoto provincialismo americano. Sargent, incoraggiato dalla madre, cominciò giovanissimo a dipingere. Crebbe tra l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna e la Svizzera.

Nel 1884 Sargent realizzò il suo vero capolavoro, il ritratto di Madame Pierre Gautreau, meglio noto poi come “Madame X”. Sargent aveva ventotto anni, e sperava, esponendo questo ritratto, di acquisire notorietà partecipando al Salon di Parigi.

La modella del ritratto era la bellissima Virginie Amélie Avegno (1859-1915). Aveva ventiquattro anni e anche lei era americana e di famiglia facoltosa. Si era trasferita da poco in Europa e sposato il ricco banchiere parigino Pierre Gautreau. Donna ambiziosa e vanitosa, conduceva una vita non priva di pettegolezzi sul suo comportamento in società e nella vita privata. Sargent insistette moltissimo per poterla ritrarre e alla fine lei accettò. Furono eseguiti numerosi studi della modella e, alla fine, dopo un anno, il suo dipinto venne realizzato. Ecco i disegni preparatori, con l’artista e il bozzetto dell’opera:

Nella tela di grandi dimensioni, circa due metri e mezzo di altezza, su uno sfondo marrone, emerge la silhouette della donna, in piedi, di profilo e la mano sinistra appoggiata a un tavolo. Ha un vestito di raso nero con un’ampia scollatura. Spicca in contrasto con l’abito nero la pelle bianca delle spalle e del collo. Il pallore, all’epoca, è alla moda e lei lo ha accentuava usando uno spesso strato di cipria gessosa chiarissima. La torsione del busto, il gesto elegante del braccio verso il tavolo, lo sguardo fiero e distaccato. Era il ritratto di una donna giovane che cosciente di sé ostentava la propria bellezza, sensualità, classe sociale ed eleganza.

Quando si apri`  la sala 31, dove il dipinto era esposto, fu subito uno scandalo sociale. La modella del ritratto non era anonima, era Madame Gautreau, che tutti conoscevano direttamente o per notorietà, una signora in vista dell’alta società parigina che si metteva in mostra sfrontatamente. Nella tradizione della pittura c’erano stati dipinti ben più erotici, ma il travestimento mitologico o l’ambientazione in altra epoca storica ne avevano mascherato la suggestione sensuale, e le modelle erano sempre donne non di alto rango sociale (attrici, cantanti). Qui, invece, Virginie infrangeva il codice di comportamento della “Parigi bene”. Il pubblico in sala sorrideva ironico o condannava con riprovazione. Lo scandalo venne riportato dai giornali scatenando le reazioni della famiglia di Virginie. I parenti sono sconcertati: la madre, indignata, pretende spiegazioni e fa una sfuriata pubblica a Sargent. Ma quello che piu destò scalpore fu il particolare di una spallina dell’abito scivolata sulla spalla: dettava fantasie morbose. L’artista fu costretto a modificare il dipinto ridipingendo la spallina e cambiando il nome in “Madame X “, ma fu tutto inutile.  Il dipinto venne ritirato dal Salone, Sargent andò via a Londra, Virginie venne esclusa dalla buona società ritirandosi a vita privata.  Ecco il dipinto dopo il restauro alla spallina:

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Era il 1884 quando successe lo scandalo. Sei anni dopo Virginie si fece ritrarre nuovamente da Gustave Courtois:

89c8c1f64aba06b27934bb3fefd17370Come nel dipinto in precedenza, il ritratto mostra il suo volto di profilo. Indossa sempre un abito scollato ma molto più aperto sul décolleté e il cinturino pende sulla spalla. Questa volta, tuttavia, il ritratto è stato ben accolto dal pubblico. Nel 1897 Virginie posò ancora una volta per un ritratto in piedi, quello che sarà la sua versione preferita, dipinto da Antonio de La Gándara.

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Le conseguenze dell’amore


Nella vita c’è un’unica esperienza in grado di cambiarla ed è l’amore, perche quello che si prova porta delle conseguenze, e queste cambiano la vita, non l’amore stesso. Non conta se il sentimento è ricambiato o meno allo stesso modo, non conta se sia “vero amore”, inutile anche chiedersi cosa sia l’amore, forse non ha un vero senso e significato.

È il cambiamento che sovverte la nostra vita, le regole non sono più importanti, il nostro comportamento acquisisce l’immunita’, possiamo infrangere le convenzioni del vivere  borghese, le usuali abitudini che ci danno tanta sicurezza, i comportamenti tradizionali, fregarcene delle relazioni civili. Viviamo una rivoluzione appagante ma della quale non sappiamo cosa comportano queste conseguenze. Se l’amore sfocia in una relazione, ci vorrà un certo impegno per farlo durare e per questo scopo si accettano tutte le conseguenze.

Se l’amore finisce o non è ricambiato, non si accettano le conseguenze, non è più possibile tornare alla propria vita, alle vecchie abitudini e regole.

Non so darvi una risposta, è quello che sto vivendo. Mi sento completamente spaesata. Vorrei ritrovare me stessa.

“Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze dell’amore” (Paolo Sorrentino).

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