Un pomeriggio estivo


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A vent’anni, periodo universitario, studiavo nella biblioteca di mio padre, intere pareti ricoperte di libri di ogni genere. Nella ripetizione continua degli stessi argomenti, mi concedevo spesso distrazioni e pause: telefonate agli amici, caffè e sigaretta, chiaccherata con mia sorella e i suoi colleghi che studiavano in un’altra stanza.  Un pomeriggio estivo, pochi giorni prima della data dell’esame da sostenere, stavo studiando (non ho mai imparato a memoria, leggevo una volta il testo e poi divagavo in mie argomentazioni) insieme ad una collega; lei leggeva e io guardavo intanto dalla vetrata il giardino di casa. Era pomeriggio, il sole faceva risaltare il verde delle foglie dei limoni e degli aranci, le piante erano piene di passeri e nidi che spesso andavo a spiare. All’improvviso mi venne in mente ” L’albero a cui tendevi la pargoletta mano / il verde melograno da’ bei vermigli fior  “. Non ricordavo il resto della poesia e così iniziarono a venirmi in mente tutte le poesie che avevo imparato, dalle elementari alle superiori. Ma ricordavo solo le prime frasi:

T’amo pio bove

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole

Meglio venirci con la testa bionda, che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda, tua madre… adagio, per non farti male

Ritornava una rondine al tetto, l’uccisero: cadde tra spini

«O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna;

Oh Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini

La nebbia a gl’irti colli, piovigginando sale, e sotto il maestrale,
urla e biancheggia il mar; 

stormi d’uccelli neri, com’esuli pensieri, nel vespero migrar. 

Tanto gentil e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

La bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse

Sparse le trecce morbide Sull’affannoso petto

Né mai più toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

Solo chi non lascia eredità d’affetti

Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell’erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine

M’illumino, d’immenso. 

Si sta come, d’autunno, sugli alberi, le foglie. 

Non ho voglia, di tuffarmi, in un gomitolo, di strade.

Sto, con le quattro, capriole, di fumo, del focolare.

Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici

E piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella, che ieri m’illuse, che oggi t’illude, o Ermione.

Così iniziai a cercare tra i libri di mio padre quelli di poesia e rilessi tutte quelle che avevo ricordato in frammenti, scoprendo una bellezza che, quando le avevo studiate a scuola, non avevo colto. Le imparai di nuovo a memoria e con una gioia mista a divertimento le recitavo ad alta voce per casa.
A trent’anni, in seguito ad una esperienza personale traumatica, scoprì nuovamente la poesia, casualmente, sentendone recitare una in un film. In quel periodo ripresi a leggere poesie, quelle che già conoscevo, ma scoprendo anche nuovi autori, e scrivevo su un quaderno quelle che più mi avevano colpito. Da allora non ho più perso questo filo, un legame che cambia e si evolve con me, con il tempo che passa e il mio vissuto.

L’esame che stavo studiando, comunque, andò bene, anzi, benissimo.

 

Luce


Luce, luce e ancora luce
Non mi stancherò d’invocarti
Perchè tu sei luce
E da quando non ci sei
Sono spenta, la mia bocca tace
Il mio corpo dorme,
L’anima più non ride.
Notte senza fine.
Ogni giorno è un petalo che cade,
sulla tavola immobile
aspetto il vento,il tempo,
mi porterà via come polvere.

Un cuore in inverno


Screenshot_20180118-170946In una città così rumorosa e piena di vita, vorrei tanto che si fermasse tutto. Svegliarmi la mattina e vedere dalla finestra un solo colore e un solo suono: palazzi e strade ricoperte di neve che leggera cade e allontana ogni persona nelle proprie case. Il rumore del silenzio, il bianco che placa ogni pensiero. A Napoli non nevica, piove, tira vento e poi torna sempre il sole, e la città non si ferma mai, sei travolto comunque, anche se resti fermo solo a guardare.
Ho bisogno di un inverno lungo, freddissimo e con bufere di neve, tanta che arrivi alle finestre e blocchi le porte delle case. Ma è un desiderio che è difficile si realizzi. L’ultima nevicata a Napoli fu quella del ’56.

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Screenshot_20180118-084637Guardo queste foto come in un sogno. Sto dormendo, il cuore ha rallentato i battiti, le mie giornate si fondono con le notti. Solo la mia porta si aprirà e non ci sarà più la città, mi troverò di fronte un cervo. Nei suoi occhi leggerò i miei.

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20180118_185216E mi chiamerà il corvo nel suo volo. Correrò come la rossa volpe affondando le zampe nella neve. Freddo non sentirà il mio cuore, sarò in giusta compagnia.

20180118_181050Non é così diversa la mia realtà dal sogno. Scorre il tempo di questo inverno al riparo di una tana ricoperta di neve: il mio lavoro.
Nella tranquillità che ho trovato mi muovo poco e lentamente.
Lavoro bene, ho la giusta concentrazione così staccata dal resto del mondo. Da pochi giorni ho completato il restauro di uno specchio in porcellana che andrà esposto in una mostra alla Venaria,  da marzo fino a settembre.

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A breve inizio il prossimo lavoro, sempre all’interno dello stesso museo, dove ho una stanza tutta per me.

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Il museo è una villa dell’Ottocento, nella parte alta della città, circondata da un parco, sul lato est è rivolta verso il mare, posso vedere Capri di fronte, Posillipo a destra e il Vesuvio a sinistra.

20180116_203141Lavoro sola e ogni tanto mi concedo una pausa, vado a fumare sul solaio dove posso guardare tutta la città dall’alto.
Trovo tanta sicurezza e piacere circondata dalle opere d’arte esposte nelle sale, chiuse nelle vetrine o esposte sui muri. Io interrompo il loro tempo eterno per curare le loro ferite con le mie mani, sono arrivate a me da viaggi misteriosi che percorrono da secoli, la mia cura dura un battito di ciglia per riconsegnarle poi di nuovo al mistero che ancora le attende.

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20170706_111139Intanto è ancora inverno, io ho ancora tempo, il mio cuore è al riparo.

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P.S.

UN CUORE IN INVERNO è un film di genere drammatico del 1992, diretto da Claude Sautet, con Daniel Auteuil e Emmanuelle Béart, ritratto di un malessere esistenziale che si traduce in disamore, crisi dei sentimenti, paura di un legame affettivo. Stephane non è in grado di vivere i suoi sentimenti. Quando le passioni nascono e si accendono nella relazione con lui, si ritira e rimane indifferente o addirittura freddo, é un “cuore in inverno”. Camille lo cerca ed egli si ritrae; la donna insiste, cerca in tutti i modi di sedurlo e di coinvolgerlo affettivamente ed egli rimane imperturbabile e, con estrema compostezza, come se venisse interrogato sul nome di una via o di un luogo, conclude: io non ti amo.

C’eravamo solo noi


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Umberto Saba

Giugno 2015. Mi sono sempre piaciuti i borghi abbandonati. Un pomeriggio estivo,  dopo aver trascorso la mattina al mare a Palinuro, convinsi Carunchio ad andare a San Severino di Centola.  Non fu facile entrare nel paese perché interamente barricato a causa di un roccione pericolante.  Riuscimmo nell’intento e iniziammo a girare per i vicoli e le case abbandonate. Era quasi il tramonto e la vista spettacolare. Non c’era nessuno e nel silenzio si sentivano solo le nostre voci e i nostri passi sulle rocce. Ero un pò stanca e allora mi sedetti su una roccia molto alta e sporgente. Lui si avvicinò e iniziò ad abbracciarmi e baciarmi. La calma del luogo ci dispose in una condizione di assoluta libertà per cui io cedetti e mi riversai all’indietro sulla roccia con le braccia aperte verso il cielo. Era il paradiso, un uomo e una donna immersi nella natura, non c’era nessun’altro al mondo al di fuori di noi due.

E invece. Nel meglio delle nostre prestazioni sentimmo all’improvviso delle voci in lontanza. Per fortuna ero in costume da bagno quindi velocemente mi ricomposi e ci rialzammo.

Erano dei turisti stranieri, mamma papà e due bambini, si avvicinarono e cortesemente ci chiesero delle spiegazioni sul luogo e i percorsi da fare. Risposi a tutto gentilmente e ognuno poi continuò per conto suo. Chissà se ci avevano visti da lontano, penso di no altrimenti avrebbero cambiato strada per non disturbarci, per me è sempre un peccato profanare i giochi e i sogni degli amanti. Il nostro abbraccio era davvero incantevole in quel contesto, non c’era indecenza, eravamo l’erba e i sassi, la vita che al tramonto usciva di nascosto dalle mure delle case per respirare libera.

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Questo è l’ultimo ricordo, nel senso che non ne scriverò degli altri. Li ho tutti in bozze ma resteranno lì. Avevo bisogno di parlare, raccontare, il tempo stava passando e di tutta questa storia restavano solo i ricordi, ma ancora per poco.  Era una lotta contro il tempo e la vita, dovevo accettare la perdita, lasciare andar via i ricordi e accettare l’idea che quella persona non ci sarebbe più stata in futuro, che sarebbe diventata solo un pensiero privo del carico emotivo. Il dolore è passato, consumato, lascio andare quello che resta. Chiudo con questa citazione:

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Eugenio Montale

Un ultimo bacio, e poi via.

Yannis Ritsos Bello il tuo corpo


Bello il tuo corpo
Infinito il tuo corpo.
Mi sono perso nell’infinito.

Le mie labbra
percorrono il tuo orecchio.
Cosi minuto e tenero
come può contenere
tutta la musica?

L’assenza di perifrasi – diceva –
annienta la poesia.
E sia.
Preferisco il tuo corpo.

Nudo il tuo corpo,
autentico –
risposta definitiva al niente.
Vieni.

Tutta notte
il tuo nome
mi cinguetta in bocca,
mi beve la saliva,
mi beve.
Il tuo nome.

Le mie mani ti ricordano
più profondamente della memoria

Due mesi senza incontrarci.

Un secolo
e nove secondi.

― Yiannis Ritsos

Tiempo y silencio Cesária Évora


UNA CASA NEL CIELO
UN GIARDINO NEL MARE
UN’ALLODOLA NEL TUO CUORE
UN TORNARE A COMINCIARE

UN DESIDERIO DI STELLE
UN BATTER D’ALI DI UN PASSEROTTO
UN’ISOLA NEL TUO LETTO
UN TRAMONTO

TEMPO E SILENZIO
GRIDA E CANTI
CIELI E BACI, VOCE E AFFLIZIONE

NASCERE NEL TUO SORRISO
CRESCERE NEL TUO PIANTO
VIVERE SULLA TUA SPALLA
MORIRE NELLE TUE BRACCIA

TEMPO E SILENZIO
GRIDA E CANTI
CIELI E BACI, VOCE E AFFLIZIONE

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Forse


L’insostenibile leggerezza dell’essere, essere distanti e estranei alla vita dell’ altro, solo così si riesce ad amare ( per alcuni ) e il sentimento resta puro perfetto e per sempre. Ma resta “insostenibile” perché non reale, non vissuto. “Mi basta sapere che mi ami, che sei felice, che ami un’altra donna, che esisti al di là di me e che dentro di te mi porterai sempre . È così anche per te? Sei riconoscente  alla vita che io ci sia? ” Il romanzo di Kundera non mi ha mai convinta fino in fondo. La poesia è molto bella, ma per me l’amore vissuto con leggerezza è insostenibile.

Forse ti voglio bene.

Forse ti voglio molto bene.

Ma proprio per questo

sarà forse meglio

che rimaniamo così come siamo.

Forse un uomo e una donna

sono più vicino l’uno all’altro

quando non vivono insieme

e sanno soltanto di esistere,

quando sono riconoscenti l’uno all’altro

solo perché esistono

e perché l’uno sa che l’altro esiste.

E alla loro felicità questo basta.

 

– Milan Kundera –

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Madre


Madre, Sibilla senza Tempo
un tempo il tuo richiamo ho spento
e ora fa paura la tua voce
perché non conosci il mondo
ma l’istinto della croce.

Feroce, non hai occhi
non hai braccia
non hai sesso.

Nel limbo scisso
chino il capo
sul mio amore
risolvi
assolvi
in colpa
il mio destino
tua progenie
senza nome.

Stop by this river


Capita in modo naturale: mi ritrovo con gli occhi chiusi e le immagini di momenti vissuti che scorrono, e allora sorrido, senza rendermene conto. Col tempo sono tutti belli i ricordi degli amori vissuti, ogni istante, anche le amarezze e le delusioni.

Non sono capace di risentimento e se ho sofferto penso sempre sia stata una mia scelta. I miei sentimenti sono come un fiume, non finiscono e continuano il loro corso scorrendo sotterranei, fino ad ora mai sfociati in un mare, immenso, capace di accoglierli, raramente diventano un affetto che si stempera nell’ amicizia. Per ora sono ferma qui, by this river.

Stop by this river  (Brian Eno)

Siamo qui/ ipnotizzati da questo fiume/ tu ed io/ sotto un cielo che continua a cadere giù/ attraverso il giorno/ come se fossimo in un oceano/ aspettiamo qui/ senza ricordare perche siamo venuti/ Mi domando perché siamo venuti/ Tu mi parli/ come da una grande distanza/ Ed io rispondo/ con sensazioni/ prese da un altro/ un altro tempo.

“Non vedi piú il tuo insieme?

L’inizio è dimenticato,

il centro mai posseduto,

e la fine fatica a venire”  

Gottfried Benn  ( ringrazio Tittideluca di Poesia in rete che mi ha fatto conoscere questo poeta)

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Nodo


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Inutile è il silenzio
la distanza, il tempo.
Ascolta ben,
le senti?
Son le nostre anime
si parlano,
mentre noi litighiamo
discutiamo, non capiamo,
ridono di noi.
Ci confondono.
Quando sia successo
non sappiamo
che si son toccate
e fuse, e libere
da noi e dal mondo
incuranti
se ne vanno.
E anche quando noi
più non ci vedremo
loro insieme
resteranno.

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