Marina Abramovic Gianna Nannini – il sesso l’amore e la sua fine


Nell’articolo che ho scritto, intitolato “Era bello” e che potete leggere qui https://danielamargherita.wordpress.com/2017/02/09/era-bello/ , ci sono due elementi che sono passati inosservati e che invece aprono e chiudono il mio discorso.

Nel dialogo fra le due persone, Lei dice: L’amore non è bello se non lo fai con me, allora che ti meravigli? 

Questa frase è il ritornello della canzone di Gianna Nannini che si chiama ” Io” , come viene detto appunto nel dialogo, che vi invito ad ascoltare:

Io che non ho capito niente
Tu che non mi basti mai
E mi dai tutto

Io che non so fermare il tempo
Tu che non mi vedi mai
E sono dappertutto

Scendi dal mio letto scendi
Scendi dal mio letto scendi

 L’amore è bello solo se lo fai con me
Allora che ti meravigli ?

 Come l’estate piena di luce
Tornera’ la nostra storia
Ora e per sempre senza grida
Come un bacio
Come la pioggia il sentimento
Spegnera’ la nostra rabbia
Solo una goccia
Sopra il viso
Poi ancora il sole

 Io che non so
Lasciarti e vivere
Tu che non mi ascolti mai
E parli a vanvera

 Tu che accendi e pieghi il desiderio
Si ! decidi solo tu
Mi fai passar la voglia

 Scendi dal mio letto scendi
Scendi dal mio letto scendi

 L’amore è bello solo se lo fai con me
Allora che ti meravigli ?

 Come l’estate piena di luce
Tornera’ la nostra storia
Ora e per sempre senza grida
Come un bacio

Come la pioggia il sentimento
Spegnera’ la nostra rabbia
Solo una goccia
Sopra il viso
Poi ancora il sole

L’altro elemento trascurato è la foto che ho messo in chiusura dell’articolo. In quella foto ci sono due persone, un uomo e una donna, seduti uno di fronte all’altro mentre si guardano. La donna è l’artista Marina Abramovic e la foto la ritrae in una performance artistica diventata famosissima. Il senso di quello che vedrete nel video va anticipato da una breve presentazione dei due protagonisti. Dopo una relazione sentimentale e artistica durata dodici anni,  tra il 1976 e il 1989, Marina Abramovic e Frank Uwe Laysiepen (Ulay), crearono la loro ultima performance, The Lovers, nella quale partirono a piedi dai due estremi opposti della Muraglia Cinese (Ulay dal deserto del Gobi e Abramovic dal Mar Giallo) per incontrarsi a metà strada dopo novanta giorni e dirsi addio. Ciascuno aveva camminato per 2500 km. Da allora, Ulay e Abramovic non hanno mai più lavorato insieme.

Nel 2010, durante l’importante retrospettiva dedicata a Marina Abramovic al MoMa (Moderne Museum of Art di New York ), dal titolo The Artist is Present, l’artista è rimasta seduta immobile su una sedia per sette ore ogni giorno, per tutta la durata della retrospettiva, cioè dal 14 marzo al 31 maggio, guardando negli occhi senza parlare chiunque volesse sedersi davanti a lei. Il primo giorno, fra l’alternarsi delle persone  (ognuna con gli occhi fissi in quelli dell’artista), senza preavviso Ulay si è seduto davanti a lei, come uno dei tanti spettatori. Ecco cosa è successo:

Un minuto lungo un’eternità, in silenzio, e il passaggio nei loro occhi di tutto quello che è impossibile da dire ( lost in translation ). Poi Marina Abramovic si sporge sul tavolo che li separa, allunga le mani e prende quelle di Frank Ulay.

Nel video emerge la loro passione intatta nonostante il tempo e la separazione. Attualmente tra i due è in corso una disputa giudiziaria: Ulay chiede soldi alla Abramovic, un risarcimento dei diritti per la realizzazione di molte delle opere senza la sua firma. Si potrebbe pensare di conseguenza che quello che è accaduto al MoMa sia stata una finzione, ma non è così: il lavoro e la sfera affettiva sono due mondi separati (e nel loro caso è stato uno dei motivi della separazione).  Il loro amore è finito e quel minuto resterà uno dei ricordi più intensi, la testimonianza di come un sentimento vero e forte non si esaurisce con la fine di un rapporto, resta in noi, è nel nostro fiume sotterraneo, leggi in proposito https://danielamargherita.wordpress.com/2016/12/19/stop-by-this-river/ )

L’abbandono assoluto


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The silky robe by Johanna Harmon 1968

Qualche anno fa lessi il romanzo  La casa delle belle addormentate dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata (Osaka 1899 – Zushi 1972), Premio Nobel per la letteratura nel 1968, definito da Goffredo Parise “capolavoro della vecchiaia”, della morte, dell’amore, della sessualità, della memoria [fonte Wikipedia].

La trama era molto particolare: il protagonista, Eguchi si reca in un postribolo dove i clienti possono trascorrere la notte con giovanissime donne addormentate da un potente narcotico. I frequentatori della casa devono sottostare ad una regola ben precisa: non possono svegliare nè molestare le belle dormienti per nessun motivo.

Un piacere incontrollabile produceva l’ammirare quei corpi di donna addormentati per poi addormentarsi fra le loro braccia. La  contemplazione dei corpi portava la mente del protagonista, in una oscillazione tra veglia e sonno, tra il risvegliarsi dei sensi e il loro sopirsi, ad abbandonarsi al flusso dei ricordi che si mescolavano ai sogni. 

Quando lessi questo romanzo ne rimasi molto colpita. L’esperienza di un piacere totale legato al semplice dormire accanto ad un’altra persona di cui non sai nulla e col quale non hai alcun tipo di rapporto, mi lasciava nella completa ignoranza.

Dormire insieme alla persona che si ama è uno dei più grandi piaceri. Il “dormire” è una condizione talmente personale e intima che si condivide solo con poche persone e in condizioni particolari, altrimenti si dorme da soli.

Ebbene, per me oggi il romanzo di Kawabata ha acquisito un senso. Da un po di tempo ho un desiderio: addormentarmi la sera fra le braccia di un uomo, vorrei il calore la forza la dolcezza del suo corpo, chiudere gli occhi sul corpo di un altro, niente di più. Non sto dicendo che voglio dormire con un uomo che amo o col quale ho fatto sesso, nooooooo  !!!!! Desidero proprio l’abbandono assoluto senza nessuna implicazione. È una fantasia? Io penso sia altro ma non so spiegarlo.

Il sonno di una donna fa parte dei suoi misteri. Gli artisti riescono a comprenderlo, come ha scritto Kawabata nel suo romanzo, e come alcuni pittori, che ne sono affascinati. Vi propongo a chiusura dei miei pensieri i dipinti che rappresentano quest’enigma.

Il mio pischello


A maggio dello scorso anno mi operai alla schiena. Mi avevano appena riportata in camera dalla sala operatoria ed ero ancora stordita dall’anastesia. Presi il cellulare e scrissi a Carunchio ” vorrei tu fossi qui”. Non ricordo cosa mi rispose ma io per scherzo lo chiamai pischello. Rimase interdetto, pensava che con quell’appellativo sminuissi la sua matura virilità. Mi chiese perché lo avessi chiamato così e io gli risposi “perché non conosci le donne”, e gli chiesi se conosceva la canzone Guaglione di Carosone. Non la sapeva. Così tra le nebbie dell’anastesia iniziai a cantare:

E passe e spasse sott’a stu barcone,

ma tu si’ guaglione…

Tu nun canusce ‘e ffemmene,

si’ ancora accussì giovane!

Tu si’ guaglione!…

Che t’ha miso ‘ncapa?

va’ a ghiucà ‘o pallone…

Era un uomo di poca autoironia, non amava essere preso in giro sulle sue doti mascoline. Ma l’anestesia fa brutti scherzi ad alcune persone, io invece ero di buon umore e cantavo. Per me da allora resta il mio “pischello “.

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 Ciao Pischello ❤

Il tipo conosciuto in chat


Visto che ci saranno gli sviluppi da raccontare in questa pagina che va sotto la categoria dei “Ricordi”, è bene dare un nome al protagonista maschile della storia, lo chiameremo Carunchio, in omaggio al personaggio del film Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto. Trovo una certa similitudine di comportamento da maschio predatore con sentimenti di rivalsa sulle donne borghesi di  carattere volitivo. Per chi non avesse visto il film (che consiglio) per avere un’idea del genere d’uomo di cui parlo, basta guardare un po di foto:

Il resto vi sarà più chiaro man mano che scriverò quel che è successo.

Forse


L’insostenibile leggerezza dell’essere, essere distanti e estranei alla vita dell’ altro, solo così si riesce ad amare ( per alcuni ) e il sentimento resta puro perfetto e per sempre. Ma resta “insostenibile” perché non reale, non vissuto. “Mi basta sapere che mi ami, che sei felice, che ami un’altra donna, che esisti al di là di me e che dentro di te mi porterai sempre . È così anche per te? Sei riconoscente  alla vita che io ci sia? ” Il romanzo di Kundera non mi ha mai convinta fino in fondo. La poesia è molto bella, ma per me l’amore vissuto con leggerezza è insostenibile.

Forse ti voglio bene.

Forse ti voglio molto bene.

Ma proprio per questo

sarà forse meglio

che rimaniamo così come siamo.

Forse un uomo e una donna

sono più vicino l’uno all’altro

quando non vivono insieme

e sanno soltanto di esistere,

quando sono riconoscenti l’uno all’altro

solo perché esistono

e perché l’uno sa che l’altro esiste.

E alla loro felicità questo basta.

 

– Milan Kundera –

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Lateral-mente


 

Disse Lei: “Ma non possiamo vivere ‘sta cosa senza doverla per forza chiamare amore?” Rispose lui: “Ma se io ti amo, di che cos’altro dovrei parlare?” Allora Lei: “Mi ami? -rise- Non sai nemmeno che cosa vuol dire amare!” Lui: “Ah, perché tu lo sai?” E Lei: “Io? No, non lo so! E infatti non […]

via Lateral-mente — Nea: NuovaEcologiaArtistica

La parola amore


3b5c5ba47709b20c84a583329b570befMariangela Gualtieri da Le giovani parole

Ormai è sazio
di ferite e di cielo. Si chiama uomo. Si chiama donna. È qui
nel celeste del pianeta – dice mamma. Dice cane
o aurora.
La parola amore l’ha inventata
intrappolato nel gelo.
Perso. Lontano. Solo. L’ha scritta
con ditate di rosso
in un silenzio caduto giù
dalla neve.